1. Le parole sono importanti!

Pensa prima di parlare…


Pensa prima di parlare  questo è il classico consiglio della nonna.

Pensa prima di parlare è anche il motto di una campagna statunitense (2011) contro il bullismo e la discriminazione di cui sono spesso vittime i giovani Lgbt.

Jared Dudley e Grant Hill due dei migliori cestisti del Phoenix Suns hanno sostenuto questa campagna coinvolgendo altri colleghi. L’obbiettivo era quello di creare un clima di rispetto per l’alterità nell’ambito della lotta contro l’omofobia. La campagna è nata perché Kobe Bryant, un altro giocatore di pallacanestro, si era rivolto ad un arbitro con un poco elegante “fottuto frocio”. Per questa sua frase è stato multato dalla NBD e sanzionato dalla sua squadra.

Negli Stati Uniti non ci vanno certo leggeri e fanno bene visto le conseguenze che una parola sbagliata può avere nella mente dei più giovani. Ogni parola infatti ha un suo peso specifico. Ogni parola può mettere in moto delle azioni.

E in Italia?

Purtroppo da noi in questi ultimi giorni questo motto sembra essere stato capovolto. Le nonne direi non sono state ascoltate dai loro nipotini. Il viceministro del lavoro Martone, ormai lo sappiamo tutti, ha definito chi si laurea dopo i 28 anni uno “sfigato” e il tutto, lasciatemelo dire, diventa assai sospetto se fatto in una giornata dedicata all’apprendistato (università per i pochi soliti noti? E dov’è finito il diritto allo studio prof. Martone?). Questa parola aleggia intorno a noi come una minaccia. Il suo ronzio maledetto sembra lanciarci maledizioni a raffica. E fa si che ci sentiamo “sfigati” anche a 108 anni.

Pensa prima di parlare…. Anche Servizio Pubblico il programma di Michele Santoro ha disatteso il consiglio delle nonne.

Ecco la scena incriminata: davanti al parlamento l’inviato di Santoro intervista un manifestante. Il sottotema del servizio è quello che tiene banco in tutti i talk show ossia la gente comune contro i privilegi della casta. Il manifestante candidamente guarda il giornalista e prorompe in un : “Che siamo negri!?!?”.

Cosa vuole dire il manifestante con questa frase?

Forse vuole dire siamo persone? (ma mi chiedo i neri come la sottoscritta non lo sono???).

Abbiamo dei diritti? (i neri no?).

Mi chiedo cosa ci sia in quel “negri” pronunciato così candidamente (e senza rimorsi sigh) davanti ad una telecamera. Razzismo forse? O qualcosa di peggio? Il manifestante sembra quasi inconsapevole della gravità e della scorrettezza della sua frase, per lui “negri” è una semplice constatazione di stato di inferiorità. Il suo “che siamo negri!?!?” Equivale a un “guarda un po’ quanto in basso siamo finiti, ah Povera Italia!”. Per quel manifestante chi è nero è inferiore, senza diritti,il grado più infimo dell’umanità…in poche parole la feccia. Non si è nemmeno posto il problema “sto dicendo qualcosa di sbagliato, di razzista, di inumano”.

Il manifestante si autoassolve, perché non sa nemmeno (questo è assai grave a ben pensarci) di essere colpevole. Per lui il razzismo è un sistema di vita che scorre sottopelle e fa parte della sua weltanschauung, della sua visione del mondo.

Mi chiedo però se Servizio Pubblico e Michele Santoro si siano almeno posti l’interrogativo “mandiamo in onda o non mandiamo in onda questo servizio?” Temo di no. Probabilmente non hanno dato peso a quel “negri” che faceva loro l’occhiolino dalla bocca di un manifestante arrabbiato. Probabilmente lo hanno trovato pittoresco, quel pepe in più che dava movimento al servizio dal parlamento. Si saranno detti “questa è Tv verità”. Non pensando che ormai il pubblico in Italia è composto da italiani di tutti i colori di pelle e migranti di tutti i colori di pelle. Non pensando che gli anni ’70 sono finiti da un pezzo e che i neri non sono più i kunta kinta che si vedevano in catene in Tv, ma che scrivono, studiano, lavorano nel Bel Paese da svariati anni o da tutta una vita (visto che molti sono nati qui, come la sottoscritta).

Nessuno ha fatto notare al manifestante che quella frase non era appropriata. L’Inviato di Servizio pubblico probabilmente non sa nemmeno che in Italia esiste un codice deontologico (La carta di Roma http://www.cartadiroma.org/) per i media sulla trattazione giornalistica di argomenti riguardanti migranti, rifugiati, minori stranieri, ecc. ecc.

Un codice che spinge i giornalisti ad adottare un linguaggio appropriato e rispettoso della cultura dell’altro. Parole quali “clandestino” o “negri” sono una chiara violazione della Carta di Roma. Purtroppo questo codice deontologico viene messo poco in pratica (sia a destra, sia a sinistra). Stenta ahinoi a diventare parte della quotidianità dei giornalisti italiani.

Quello che è successo stasera a Servizio pubblico in ogni altro paese europeo sarebbe considerato un atto grave, passibile di sanzioni. In Italia invece è solo folclore.

Una parola colorita che da sale al dibattito.

Questo alla vigilia della giornata della memoria fa male al cuore. Perchè come dice l’antropologa Paola tabet in la Pelle è giusta:

Un motore di automobile può essere spento, può essere in folle, può andare a 5000 giri. Ma anche spento è un insieme coordinato, gli elementi messi a punto e collegati tra loro e, con un’opportuna manutenzione, pronti a entrare in movimento quando la macchina viene accesa. Il sistema di pensiero razzista che fa parte della cultura della nostra società è come questo motore, costruito, messo a punto e non sempre in moto né spinto alla velocità massima.

Anche lo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale è cominciato con una parola razzista a cui nessuno ha dato peso. Poi le parole sono diventate dieci, venti, cento, mille. Alla fine da una parola siamo arrivati a sei milioni di morti.

Impariamo dalla storia. Non permettiamo che parole inique e cattive ci inquinino la mente e ci cancellino il futuro.

Non lo permettiamo mai più!



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