6. La posta dell'Alma

“Dal Senegal with love”

C’è un fenomeno dilagante: uomo nero abborda donna bianca/donna bianca cede/donna bianca piange/uomo nero dov’è?

Vorrei ci fosse un coro di proteste per questa sintesi e che cantassero a squarcia gola soprattutto le voci maschili. Quelle degli uomini neri. Ma forse non la sentiremo, questa canzone, cantata da loro a voce troppo alta. Ci saranno, per bacco, delle mosche bianche tra questi uomini neri, e lasciamole volare alte alte. Se lo meritano. Quelle che canteranno a voce alta, saranno probabilmente solo le donne. Le donne bianche di questi uomini neri. Non le mosche bianche. Piuttosto le pecore nere. Quelle che hanno cantato contro le voci: dapprima interiori, poi quelle della propria famiglia, e poi quelle delle realtà in cui vivono, e più prevenute erano, queste realtà, più forte bisognava cantare. E queste donne l’hanno fatto. Perché credevano di aver trovato dei principi azzurri. Cioè neri. Ma lasciamo stare i colori, ipocriti che non siamo altro. Guardiamo la sostanza. Che mi perdonino tutte quelle donne bianche che cantano ancora, convinte, accanto ai loro principi azzurri, cioè neri. Rivolgo l’attenzione a quelle che cantano ancora, o meglio, ululano come lupe ferite, perché i loro principi (azzurri cioè neri) se la sono svignata lasciandole sole. Magari con meno soldi. Magari con più figli. Magari con una matassa di confusione grande come l’Africa.

E per chiacchierare un po’ di questo fenomeno dilagante, non dilaghiamoci troppo. Non su tutta l’Africa. Scegliamo, magari, un esempio calzante, un rappresentante degno, un emblema, il più gettonato: Senegal! Perché “dal Senegal with love” è ormai un marchio, una disciplina, un’arte. A portata di tutti. Ossia tutte. Certo, qui si scivola verso un pericolosissimo cliché che penalizza, come sempre, le valorose mosche bianche. Ma quelle capiranno, e perdoneranno, e forse pure ci aiuteranno a capire che cosa succede. Noi concentriamoci su quelli che di bianco non hanno niente, né fuori, né dentro. Quelli che ti avvicinano con un mix di astuzia, eleganza e dolcezza che, se null’altro, ti suscitano lo stupore nel constatare che esistono ancora degli uomini così. E se poi questo stupore si tramuta in curiosità di vedere cosa c’è oltre, sono quelli che in tempo record ti dicono che ti amano, in tempo record ti incartano delle bugie, in tempo record ti fanno sentire in colpa facendo leva sulla tua insensibilità verso la loro sorte ingiusta e in tempo record spariscono. Dove? Probabilmente da quella prima, o quella dopo, o quella parallela della quale magari hai pure avuto qualche sospetto, ma di certo sei stata prontamente smentita e abilmente convinta di essertela inventata di sana pianta. Perché loro, semplicemente, hanno bisogno d’aria. Hanno bisogno di girare in macchina da soli, non si sa dove. Talvolta hanno proprio bisogno di una macchina. Hanno bisogno di telefonare ai parenti in Senegal. Hanno bisogno di vedere fratelli tutti i giorni. Hanno bisogno che tu questo lo comprenda. Hanno bisogno di non sentire le tue domande. Di non dover fornire le risposte. Hanno bisogno di fiducia. Di essere belli. Ben vestiti. Di mangiare. Di ospitalità. Di documenti. Di conforto. Di ascolto. Di comprensione. Di tempo. Di famiglia. Di libertà. Di tutto quello che tu dai in cambio di quel “ti amo” che nessuno ti ha mai sussurrato così prontamente e così dolcemente come lo fanno loro. Peccato lo sussurrino troppo spesso. A soggetti diversi. Parecchi. Contemporaneamente.

Sarebbe bello, e pure utile, comprendere meglio. È persino facile, nonostante il dolore e lo sdegno dai quali partono, sputare le sentenze. Sarebbe bello comprendere questo fenomeno. Perché qui volano complimenti, dichiarazioni, promesse, speranze, liti, accuse, dubbi. Robe serie. Talvolta pure i figli. E Dio solo sa quanto delicata e dolorosa si faccia la faccenda quando, “dal Senegal with love”, accanto a promesse non mantenute e domande senza risposte, rimane pure un fagottino color cioccolato che la mamma bianca si coccola da sola. E quanti fratellini ci sono, tra quei fagottini rimasti in Senegal, che le mamme nere coccolano in attesa che i padri rientrino a casa? Cos’è che spinge a seminare tutte queste promesse e fughe? Quanto ci credono, per davvero, quando sussurrano quel convinto “ti amo” dal quale parte tutto? A cosa pensano mentre lo fanno? Al permesso che scade; al permesso che non c’è; al permesso che sarebbe molto più comodo venisse sostituito dal passaporto; al “fratello” che ha rimorchiato di più e meglio; a quanto lontano è Senegal con tutto quello che vi ci è rimasto; a quanto è bello dire “ti amo” a qualcuno che ci crede? Oppure, forse, a quanto è brutto dirlo se non viene creduto. Vero è che i pregiudizi sono le ghigliottine, ma sono troppe le donne bianche che ululano ferite e sole al cospetto del carico dell’amore che sbarca dal Senegal per non constatare che c’è qualcosa che non va.

Duska Kovacevic

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12 thoughts on ““Dal Senegal with love”

  1. Il “saggio”senso comune afferma che l’amore è cieco. Quindi non si vedono più i colori e di
    conseguenza vanno accetate i vari effetti collaterali compresi ferite, ulula e sofferenze….!
    Adel Jabbar

  2. Tutte le storie d’amore hanno un inizio fantastico e una fine triste.Ma l’amore si esaurisce ed e’ drammatico quando l’altro e` ancora innamorato.La rabbia e l’amarezza della delusione non giustificano la pero`la connotazione razzista sui senegalesi che lei ha espresso.E’ pieno il mondo di donne tradite e abbandonate da italiani,americani,brasiliani,dominicani, cubani,nigeriani e cosi` via.Capisco che in questo momento la sua autostima sia bassissima,pero` non penso che lei sia un essere cosi` passivo da essere stata “abbordata…illusa…usata..abbandonata”.Non butti via tutto! Col tempo,passata l’amarezza ricordera` i momenti belli e le cose positive che le hanno fatto amare cosi`tanto quell`uomo, e soprattutto non pensi a se stessa solo come un visto d’ingresso.Siamo sempre noi che decidiamo se avere una relazione.E`anche vero che le donne si innamorano piu`facilmente dei “bastardi” che dei bravi ragazzi che piacciono tanto alle mamme. La fine di un amore e` un lutto,va elaborato.Auguri

    • Gentile Bruna, io mi chiamo Duska Kovacevic. Fossi razzista sarei, come minimo, incoerente e un po’ sciocca. Credo di aver preso le distanze dal generalizzare, parlando di mosche bianche: persone oneste, coppie felici, storie belle. Qualora questo non fosse sufficientemente chiaro, chiedo scusa a lei e a chiunque abbia potuto percepire una mia “connotazione razzista” nei confronti di chiunque. Io ho parlato di furbi. Di scorciatoie. Non di amore che nasce e muore, bensì di premeditazioni. Di mancanza di sincerità sin dal principio. Ovviamente “dal Senegal with love” in questo senso diventa benissimo “dall”Europa dell’est with love”, per citare un altro esempio, dove però i ruoli cambiano e al posto di un meraviglioso sorriso senegalese è magari un paio di gambe chilometriche russe ad ammaliare… per poi sparire…

      • Cara duska,
        Non vedo in che modo portasre un nome slavo potrebbe essere in contradizione con il fatto di essere razzista.Sarà la tua slavità o il fatto che sei anche tu immigrata in Italia che ti renderebbero immuni dal virus del razzismo? Purtroppo, i pogrom contro gli ebrei dell’inizio del 900, le troppe guerre e pulizie etniche, e la salità attuale dei neonazisti in tutto l’est europeo ci dimostrano che la prima ipotesi non èvalida. Si può essere slavo e razzista.
        LA seconda ipotesi: immigrata quindi non razzista, è ancora più debole. Molto spesso non cìè peggiore razzista dell’immigrato nei confronti dell’altro immigrato. Tutti soffrono del razzismo della maggioranza nei confronti del loro gruppo di appartenenza ma condividono molto spesso i pregiudizi nei confronti di tutti gli altri gruppi, specie se più poveri o arrivati successivamente.
        Ma la signora bruna non ti ha accusata di essere razzista ma di deriva razzista nel linguaggio. Sono due cose diverse. Può anche scapparci una affermazione fondamentalmente razzista pur non condividendo una ideologia che presuppone la superiorità di una razza sulle altre.
        E di derive razziste nel tuo pezzo ce ne sono parecchie. Anzi è il presupposto di base che poi condizona il linguaggio. I “neri” sarebbero furbacchioni che usano le donne “bianche” che invece sono solo vittime dell’amore.
        E se uscissimo dal vittimismo per entrare in una analisi più seria della questione. Le motivazioni dei “neri” in questa storia sono chiare: soldi e passaporto. MA quelle delle “bianche”. Quali sono? cos’è che spinge una donna “bianca” a buttarsi in una relazione con un “nero” che conosce poco, con il quale condvide poche cose, pochi valori, spesso di estrazione culturale più bassa, con posizione materiale più svantaggiata? cosa può essere? solo amore? o c’è dell’altro? Veramente una donna o un uomo (spesso in età matura, quasi mai ragazzine/i) che sposano in fretta e furia un bellissimo stallone senegalese o una bella stangona russa provano amore, solo amore, tutto amore?
        Io credo che ci sarebbe da dire molto. Molto più del tuo ragionamento in bianco e nero.

  3. In questo pezzo le donne non fanno poi una gran figura… Io la penso come Bruna, che ha commentato sopra: in amore si è meno passivi di quel che si crede, e – purtroppo o per fortuna? – quasi sempre ciechi… Conosco tante donne che vivono serenamente relazioni con uomini africani (senegalesi e non), relazioni piene e vere, che magari non dureranno per sempre (come può capitare a qualsiasi relazione), ma che sono abbastanza “comuni”. E purtroppo conosco anche qualche donna che non esita ad esibire il suo “trofeo” nero, portandoselo in giro e deliziando le amiche con particolari piccanti all’ora dell’aperitivo… Frasi fatte a parte, penso però che l’articolo di Duska abbia un merito: quello di sollevare il problema di cosa possa accadere ai sentimenti quando di mezzo ci sono asimmetrie innegabili come quelle che si possono stabilire tra un’italiana/un italiano più o meno benestante e un/una migrante la cui esistenza è legata a pezzi di carta e vincoli burocratici. Le relazioni d’amore, se asimmetriche, sono sempre a rischio di utilitarismo: fino a non pochi decenni fa erano poche le donne italiane ad essere indipendenti economicamente, e il loro benessere (e quello dei loro figli) dipendeva (come non si stancavano di ripetere le mamme) da un “buon matrimonio”. Ecco, penso che sarebbe molto più efficace riflettere su questo, piuttosto che alludere a una non meglio precisata propensione dei senegalesi a sedurre e abbandonare innocenti pulzelle nostrane…
    Giusy M.

  4. Karim, il nome slavo, immigrata e tutto il resto semplicemente come un’ulteriore sensibilità nonché opposizione nei confronti di razzismo. Detto ciò, di neri furbacchioni che usano le donne bianche vittime dell’amore ce ne sono. Che ci piaccia o no… A me non piace. E l’ho detto. Come pure ho detto che mi piacerebbe capire meglio quello che c’è sotto le apparenze. Quindi, se escludiamo il dubbio delle mie inclinazioni razziste, e prendiamo pure per buono il mio essere imbufalita verso i furbacchioni, di tutti i colori, ben venga un’analisi seria. A colori.

    • Vedi cara mia… è proprio questa semplificazione la deriva di cui parlava Bruna (e deriva vuol dire tende verso) razzista. Si prendono casi e si crea una categoria. Se tu dici ad un leghista che gli albanesi non sono tutti ladri o che i musulmani non sono tutti terroristi… ti risponderà: “di albanesi ladri e musulmani terroristi ce ne sono e questo è un dato di fatto.”
      Lo stesso fatto di dire che chi non risponde a questa tua regola sarebbe solo una mosca nera fa di tutti i maschi senegalesi delle “mosche nere” con ogni tanto qualche “mosca bianca”, migliore non perché bianca ma perché sarebbe proprio quella eccezione che conferma la regola. Quindi anche la piccola apertura che hai lasciato alla fine si rinchiude come una trappola.
      Detto questo come ti ho detto in precedenza non vuol dire che non c’è il problema degli uomini che usano le donne e delle donne che usano gli uomini… per motivi materiali, per motivi sessuali, per motivi di prestigio sociale, etc. Esiste. C’è. Ed è una cosa vergognosa. Ma separare le parti in modo distinto in vittime e carnefici è, secondo me, una lettura riduttiva dei bianchi e dei neri, degli uomini e delle donne.
      Ma comunque grzie del tuo pezzo coraggioso perchè sa permettendo una discussione molto interessante.

  5. Certo che alla prima lettura, l’articolo di Duska può sembrare, se non razzista, almeno un po’ …spinto! E’ proprio per questo che l’ho letto una seconda volta con più attenzione, provando di non cadere nella tentazione di etichettare niente e nessuno. Trovo che le informazioni che si ricavano dal pezzo di Duska sono vere, e che il “fenomeno” di quale lei parla (la breve vita della maggior parte dei matrimoni misti) meriti un approfondimento. Certo, Duska si è soffermata soltanto sui matrimoni delle pulcelle italiane con i belli adoni senegalesi, ma io sono sicuro che lei intendeva parlare di questo fenomeno e delle sue conseguenze in generale, senza bacchettare nessuno!!!

    • Quello dei “matrimoni misti” non è statisticamente meno stabile degli altri. E’ più “sorvegliato”. Come per ogni credenza popolare, le “coppie miste” fanno discutere solo quando confermano la legenda della fragilità.in che va tutto bene… nessuno ne parla. Il fenomeno di cui parla Duska esiste. Lo conosco anche io. MA il fatto di dividere tutto il male in nero e tutto il bene in bianco è una deriva linguistica. Aldilà delle intenzioni. E alla fine qui nessuno bacchetta nessuno. Il dialogo per ora è molto tranquillo. Duska ha scelto volutamente di pubblicare un pezzo provocatorio. Ne abbiamo parlato prima. E’ cosciente anche della discussione “forte”che avrebbe scatenato.
      … Ti aspettiamo fratello. Il blog piange per l’assenza de tuoi contributi.

  6. …Ho letto e riletto questo “pezzo”,anche se non lo chiamerei cosi’,piu’ volte e cerco ancora di capire dove sta lo sfondo del razzismo che alcuni dei lettori hanno individuato. Il titolo e molto chiaro e fa riferimento specifico,probabilmente a “qualcuno”,che l’autrice stessa ha avuto il modo di conoscere. Conoscere,ma non capire. O non ha avuto il modo di saper comprendere. O poter comprendere. Quali siano state/stati i motivi di questo “insuccesso” non ha importanza! Ammiro il coraggio di questa donna a condividere la sua esperienza…..Che alla fine non cambia tanto se il “protagonista” fosse stato bianco o nero….
    Io personalmente non ho avuto le stesse esperienze (o forse meglio dire la stessa delusione) ma conosco persone che si sono trovate nelle situazioni simili…Si parla tanto delle difficolta’ di inserimento nella “dura” realta’ nella quale si trova uno straniero,perche’ le persone sono diffidenti,chiuse e tendono a giudicare….
    E se poi trovi una/uno che non e cosi’? Se trovi davanti una persona disponibile che ti rispetta per cio’ che sei e non da dove provieni o di che colore sei?
    Quanto sei disponibile a cambiare te?
    Quanto sei disposto ad essere onesto?
    Poco cambia se sei nero o bianco…
    Ma se per caso sei nero…inizia a guardarti dentro e comincia con dire la verita’ a te stesso…
    La sincerita’ non e ne bianca ne nera…

    • Cara Sara l’articolo non è razzista nel senso violento e becero della parola. Altrimenti non avrebbe trovato spazio sul nostro blog. Ciò nonostante non bisogna essere razzisti per vedere le cose in modo discriminatorio. a tutti ci capita. La generalizzazione fa parte dei meccanismi del cervello umano. Bisogna rendersene conto per potergli sfattare questi luoghi comuni, questi stereotipi, questi pregiudizi che abitano la nostra mente. E in questo senso sono molto d’accordo con te. Il pezzo di Duska è coraggioso. Lei almeno ha detto le cose come le vede, o crede di vedere, senza nascondersi dietro il politicamente corretto.
      Detto tutto questo, nel suo intervento c’è una forte tendenza discriminatoria nei confronti di una categoria: i maschi senegalesi. Descrive un atteggiamento esistente: l’uso dei sentimenti altrui per fini materiali. Ma lo presenta come fosse una caratteristica dei soli maschi senegalesi. Tu dici “alla fine non cambia tanto se il ‘protagonista’ fosse stato bianco o nero”. Il punto è proprio qui. Se io racconto il razzismo come se fosse una caratteristica solo bianca, io sarei razzista nei confronti dei bianchi. Il problema del razzismo esiste, ma non l’hanno inventato i bianchi e non ne hanno l’esclusività. Stessa cosa, il problema dei matrimoni pe interesse esiste in infinite sfumature. Ma non è solo problema dei neri, ancora meno dei Senegalesi, non è nemmeno solo problema di maschi. Di donne nere e bianche che sposano uomini per svuotare i loro conti se ne contano a milioni. Il problema esiste e va discusso. Ma è sbagliato secondo me dare una nazionalità o un colore a chi sbaglia e a chi subisce.
      Poi dici: “Ma se per caso sei nero…inizia a guardarti dentro e comincia con dire la verita’ a te stesso…”
      Cosa vuol dire, scusa. guardare dentro se stesso e fare autocritica sarebbe un solo compito dei neri? Non capisco.

  7. Cara duska, grazie per questo aticolo, a me è piaciuto, l’ho trovato molto realistico, saggio, per niente offensivo nei confronti di nessuno, una voce di conforto per tutte quelle donne sedotte e abbandonate dal lupo di turno, bianco, giallo o nero che sia.
    Alla fine mi resta da considerare che le vere vittime solo loro, in un vuoto di emozioni.

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