1. Le parole sono importanti!

Anche i marocchini soffrono il caldo

Crollano le dittature, cadono i regimi e cambiano le mode,  ma gli stereotipi attraversano i tempi e viaggiano nello spazio.

Gli stereotipi sono una cosa seria, soffiano nel fuoco delle nostre paure, solleticano la nostra superbia, ci ricordano che siamo migliori di altri e rinsaldano la convinzione degli altri di essere meglio di noi.

 Probabilmente non c’è popolo, etnia o gruppo anche ridotto di persone che si trova ad essere unito sotto una comune entità sia di natura geografica , religiosa o fisica che non ne abbia sofferto e fatto soffrire.

Sono pochi i luoghi comuni innocui o divertenti, la maggior parte sono offensivi e disumanizzanti.

Sovente lo stereotipo nasce dalla constatazione di un determinato dato  sociale, storico, geografico o antropologico anche di possibile oggettività, ma non lo penetra mai, si ferma sulla crosta e ne fa derivare una legge universale. Il luogo comune non riconosce la regola della relatività e declina tutto al plurale.

L’Italia ne ha prodotti diversi sia in uscita che in entrata. Conosco molti italiani, diversi napoletani, uno solo sa suonare il mandolino.

Nell’immaginario collettivo italiano e non solo, gli asiatici e in particolar modo i cinesi hanno il pene piccolo e l’appetito sessuale assai ridotto, eppure qualcosa vorrà dire se i cinesi sono un miliardo e trecento milioni di persone .

Il pregiudizio si alimenta e alimenta letteratura e cinema. Daniel Defoe, scrittore inglese padre del romanzo moderno fa approdare il suo eroe ulissiano in un’isola caraibica popolata da soli cannibali. Da buon civilizzatore stermina la popolazione dell’isola e ne salva uno solo, Venerdì, che diventa schiavo del governatore dell’Isola, Robinson Crusoe appunto. La storia, secondo lo scrittore e sociologo Gaetano Subhaga Failla*, se fosse stata scritta tenendo in conto la logica sociale e antropologica non poteva che andare diversamente: se ci fossero stati davvero dei cannabili Robinson Crusoe sarebbe stato divorato,  e se si è salvato è solo grazie a Venerdì che l’ha fatto adattare alle leggi dell’isola insegnandogli il suo idioma.

Lo Shakespeariano Shylock è uno strozzino ebreo che rivendica una libbra di carne di Antonio, il garante dell’insolvente Bassanio.

 Il simpatico Totò, nelle sue scorrerie contro i beduini, riafferma un pregiudizio di memoria Boccacciana: gli arabi perfidi e rapitori di donne occidentali o nei migliori dei casi compratori di esse in cambio di cammelli. Non c’è un’italiana che sia stata in villeggiatura  in Marocco, Tunisia o Egitto al quale uomo non sia stato offerto una mandria di cammelli in cambio della signora.  Più si è formose più cammelli si vale. Famosa anche una pubblicità in cui il beduino, in cambio della donna, offre non un cammello, ma una gomma da masticare. Il marketing pubblicitario è un campo dove lo stereotipo sguazza.

Arabi, russi, africani e asiatici  sono spesso le vittime preferite del cinema Hollywoodiano, dove propaganda e stereotipi vanno a braccetto. La saga di Rambo, le rocambolesche peripezie di MacGyve, e la maggior parte del repertorio cinematografico sulle guerre in Vietnam, in Afganistan e in Iraq trasforma l’aggressore in vittima, e la vittima in carnefice, e nessuna musica di sottofondo accompagna le ultime parole, che mai verranno pronunciate, dei nativi americani mietuti dal cowboy buono e civilizzatore.

I rom sono mangiacani **, ladri, sporchi e rapitori di bambini. E non importa se il numero dei bambini Rom sottratti alle loro famiglie sia di gran lunga superiore a quei pochissimi casi dalle dubbie circostanze e altamente mediatizzati in cui qualche Rom è accusato di questo reato, e non importa se i Rom sono spinti a margini della società, condannati ad una vita di precarietà, di povertà e di segregazione, e non importa che laddove hanno trovato delle condizioni propizie per una vita dignitosa  siano riusciti a dare al mondo artisti, scrittori, scienziati e politici di talento.***

Gli africani contrariamente ai cinesi hanno il pene grande, ma sono sporchi, rissosi e dal quoziente intellettivo basso. Nessuno ricorda che Pitagora ha studiato per 4 anni presso matematici africani nell’antico Egitto, e non importano secoli di depredazioni colonialistiche, di emorragia umana a causa della tratta degli schiavi .Wole Soyinka, Nelson Mandela  o Thomas Sankara , per i forgiatori di luoghi comuni, sono solo incidenti di percorso e non frutto di una cultura che ha permesso loro di brillare nella letteratura, nella cultura della pace e nella lotta per un domani migliore per i loro simili.

Anche per i Rom tutti i non Rom sono dei Gadshe, “pallidi”. Per i Romani i non romani sono  “berberi” o “vandali”.

Se di fatto le religioni si rivendicano come universali e quindi costruttori di scale di valori che valgano equamente per tutti, volenti o nolenti hanno dato adito a più di un luogo comune.

Per gli ebrei tutti i non ebrei sono Golem, “plebe”.

Per i musulmani i non musulmani sono “miscredenti”, e per i cristiani i musulmani sono “infedeli”.

Gli stereotipi viaggiano anche in ambiti nazionali e locali. Gli Amazigh, detti  Berberi , epiteto di memoria romana, hanno la stessa fama dei genovesi in Italia : taccagni e tirchi. I fiorentini sono mangiafagioli, i veneti polentoni e i terroni sono terroni, mentre i livornesi preferiscono un morto all’uscio piuttosto che un pisano.

A proposito, domani  vado al mare. A pochi chilometri da Livorno c’è una cala da mozzafiato che vi consiglio vivamente, il suo nome è tutto dire “Buca delle fate”. Vado al mare, non per vendere qualcosa, ma semplicemente perché anch’io , nonostante le mie origine africane e contrariamente a quanto credono molti italiani, soffro il caldo.

* Gaetano Subhaga Failla, Logorare i sandali, Aletti editore 2002

**  Lo scrittore e giornalista austriaco Karl-Markus Gauss ha scritto un interessante reportage dal titolo eloquente “I Mangiacani di Svinia, un epopea Rom”, edizione “L’ancora del mediterraneo”, 2008

*** Santino Spinelli, Rom, Genti libere. Storia, arte e cultura di un popolo misconosciuto Dalai 2012

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