3. Specchio

Essere qualcun altro. Ebrei postmoderni e postcoloniali.

"Essere qualcun altro" copertinaOakland anno ebraico 5763 (Autunno del 2002) Shaul Bassi professore alla Ca’ Foscari di Venezia viene invitato da due suoi amici, professori come lui, a passare una delle più importanti festività ebraiche, lo Yom Kippur, il giorno dell’espiazione, ad Oakland in California. Gli amici di Shaul fanno parte di Kehilla, una delle più importanti congregazioni del Jewish Renewal (rinnovamento ebraico). Shaul viene catapultato così, quasi senza preavviso, in un mondo spettacolare. Famiglie di tutti i tipi: ebrei neri, asiatici, bianchi, misti, coppie lesbiche con bambini cinesi adottati, episcopali e cattolici che si sentono un po’ ebrei, rabbini che citano l’intellettuale palestinese Edward Said e l’iman del vicino centro islamico che si copre gli occhi, sotto lo sguardo sbalordito di tutti, e recita lo Shemà. Il digiuno dello Yom Kippur (gli ebrei si devono astenere per 25 ore dal mangiare e dal bere) finisce in un lampo. Tra riflessioni ad alta voce e balli non c’è stato tempo per avere fame. Shaul Bassi definisce il Jewish Renewal un ebraismo che mette il proprio inconscio in piazza. E forse la stessa definizione può essere data anche al suo libro Essere Qualcun altro, ebrei postmoderni e postcoloniali edito dalla veneziana Cafoscarina.

Shaul Bassi ci mostra che il futuro (ma anche il passato) è sempre più ibrido, complesso, mischiato. Un futuro dove la cultura ebraica non è più crittografata, ma manifesta. Dove non si è più segreto, ma mainstream. Una cultura ebraica sempre più pop, avanguardia, trendy. Dove anche giovani scrittori, come Jonathan Safran Foer o Nathan Englander, non si definiscono più solo come una cultura laica in contrapposizione con la tradizione, ma al contrario si appropriano di quella tradizione (soprattutto negli aspetti più complessi e controversi) e la trasformano. Bassi definisce la sua raccolta di saggi come un libro “blandamente trasgressivo che tenta di segnalare un momento di grande crisi e di grande creatività ebraica”. Il testo propone una lettura tra il critico e l’onirico di fumetti, opere teatrali, fotografie, romanzi, luoghi e fenomeni pop. Il suo è un viaggio attraverso le varie anime dell’ebraismo. E allora ecco saltare fuori dal cilindro lo Shylok shakespeariano e la figlia Jessica. Il dilemma di come è stato interpretato fino adesso e di come portarlo in scena nel futuro. Shylock come paura di cadere in stereotipi antisemiti, ma anche Shylock come opportunità di abbracciare la propria complessità identitaria. E poi ecco presentarsi sul palcoscenico del testo gli ebrei mizrahi, presenti nei fumetti di Joann Sfar, ebrei di cultura araba cancellati dalle nostre mappe culturali. E insieme a loro da ricordare tutti gli ebrei del fotografo francese Frédéric Brenner che ritraendo ebrei in tutto il mondo, dai falascia d’Etiopia ai ragazzoni cascomuniti di Roma, mette in crisi se stesso e la nozione unitaria di popolo ebraico. Leggendo Shaul Bassi si scopre che nella letteratura indiana contemporanea, in Salman Rushdie o Amitav Gosh, c’è una profonda identificazione con la condizione ebraica vista come tappa fondamentale per cogliere temi e aspetti dell’essere postcoloniale.

Nei saggi del libro scorre la linfa del ReJewvenation (ringiovanimento/ringiudaimento), una linfa ribelle che vuole una società ebraica laica e in un certo senso femminista (Non mancano nel testo aspre critiche alla chiusura di parte dell’ebraismo italiano per esempio). L’autore dedica il libro alle donne della sua famiglia e non a caso vede il centro dell’innovazione nella volontà delle donne ebree di non essere figlie di un Dio minore, ma eguali in diritti e opportunità. Essere Qualcun altro è una lettura essenziale per chi fa già parte di quel mondo ebraico, ma a maggior ragione è una lettura da non perdere per chi è completamente digiuno di questa cultura. Il libro è anche un’enciclopedia che spazia dalla Nèmirowsky al ghetto di Venezia, dal teatro alla sinagoga. E dove quasi per caso ci si imbatte in Hadassah Gross, una drag queen (interpretata dal performer israeliano Amichai Lau-Lavie) vedova di sei rabbini che incarna la più fine tradizione e la trasgressione più kitsch. 

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