1. Le parole sono importanti!

Come il servizio pubblico (non) racconta i migranti

Un contributo di Adil Mauro

Oggi Rainews ci ha raccontato, in maniera asciutta e senza cedere a facili quanto inopportuni “buonismi”, la storia di Nadia. Una giovane donna dal forte accento romano, nata in Italia da genitori marocchini. Una giovane donna detenuta nel CIE di Ponte Galeria. La sua storia non è la prima e neanche l’ultima riguardante persone, spesso nate o cresciute fin da piccole in Italia, letteralmente rifiutate e deportate verso “paesi di provenienza” che a volte non hanno mai conosciuto. Ciò detto, l’aspetto che ha colpito la mia attenzione è la differenza stridente tra il servizio di Rainews visto oggi e quello del 23 dicembre realizzato dal Tg2. In entrambi i casi giornalisti del cosiddetto “servizio pubblico” sono entrati nel CIE di Ponte Galeria, mostrandoci con i loro lavori risultati/approcci diametralmente opposti. Vorrei condividere qui con voi il mio parere sul servizio realizzato dal Tg2…

Lo scorso 13 dicembre il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, sconfessando di fatto le direttive del suo predecessore Roberto Maroni, ha nuovamente garantito alla stampa l’accesso ai CIE (Centri di Identificazione e Espulsione). Dieci giorni dopo le telecamere del Tg2 sono entrate nel Cie di Ponte Galeria, a pochi chilometri da Roma, per raccontare con i tempi stringati della televisione la situazione di 190 migranti detenuti senza aver commesso, nella maggior parte dei casi, alcun reato.

Risulta tuttavia interessante analizzare, con spirito più scientifico che polemico, la costruzione di un servizio del genere. Partiamo dal lancio della notizia. La conduttrice del telegiornale al momento di presentare il servizio definisce gli ospiti del Cie “clandestini”. Termine che non viene mai utilizzato dall’autrice dell’inchiesta, che preferisce limitarsi a un più asettico “immigrati”.

Il servizio si apre con una giovane donna senegalese, l’unica che ha accettato di farsi riprendere in volto, che racconta di aver scelto il nostro Paese perché, almeno secondo quanto le avevano detto prima di partire, si può “venire in Italia senza i documenti”. Un incipit che non ammette repliche ma può invece, purtroppo, fare da apripista a una lunga serie di luoghi comuni sui migranti e le loro storie.

Dopo aver elencato numeri e dati del Cie di Ponte Galeria torniamo all’ospite senegalese, ma solo per sentirle dire che non ha intenzione di richiedere l’asilo politico visto che “in Senegal non c’è nessun problema”. Il turno delle nigeriane, “spesso coinvolte in giri dello sfruttamento della prostituzione”, vede una donna – Tina – inveire in maniera scomposta contro un’altra detenuta cinese che, a suo dire, sarebbe stata favorita dalla burocrazia italiana con una detenzione più breve.

La collega del Tg2 chiarisce la situazione, ricordandoci che le nigeriane spesso non forniscono le proprie generalità, per rallentare e complicare le procedure di identificazione e rimpatrio. Peccato che dopo averci spiegato quanto inflessibile ma giusto sia il nostro sistema giudiziario (“è sempre un giudice a convalidare la loro presenza nel Cie”) la giornalista – per “par condicio” forse? – provi a condensare in pochi secondi la vicenda di una donna la cui unica colpa, da quel poco che ci è dato sapere, è quella di essere stata abbandonata dal marito, un migrante coi documenti in regola.

Gli ultimi venti secondi sono dedicati all’area maschile. Si inizia dalle “numerose porte di sicurezza aggiunte dopo le rivolte e le fughe dei mesi scorsi”. Al direttore del Centro resta giusto il tempo per sottolineare con un paio di battute le fughe di massa e le aggressioni subite dagli operatori.

La ciliegina sulla torta, se permettete il cinismo, è la storia conclusiva scovata dall’inviata del Tg2 a Ponte Galeria: un uomo nero (africano subsahariano), autore di una rapina a mano armata che si trova nel Cie dopo essersi visto revocare il permesso di soggiorno.

Entrare in un luogo dove sono detenuti (anche per più di un anno) uomini e donne che molto spesso non hanno commesso alcun crimine per raccontare le storie di prostitute e rapinatori è, nella più benevola delle letture, una narrazione parziale e alquanto distorta di quello che avviene ancora oggi nei Cie.

Il servizio del Tg2: http://news.centrodiascolto.it/video/tg2/2011-12-23/questioni-sociali/inchiesta-del-tg2-nel-cie-di-ponte-galeria-roma

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2 thoughts on “Come il servizio pubblico (non) racconta i migranti

  1. segnalazione importante e analisi del tutto condivisibile. mi autorizzi a condividerla con alcuni giornalisti che partecipano ad una serie di incontri promossi dalla FNSI su Carta di Roma? anna meli

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