1. Le parole sono importanti!

Quando gli stranieri fanno giurisprudenza

E’ un giovane milanese di origine pakistana che il 12 gennaio 2012 “fa giurisprudenza” e permette una svolta nell’ambito del Servizio Civile Nazionale italiano.

Il giovane che aveva fatto domanda per il Servizio Civile non era stato ammesso perché cittadino straniero e così ha presentato un ricorso tramite gli avvocati  Guariso, Neri e Consoli lo scorso anno.

Ma cos’è il SCN? Istituito con la legge 6 marzo 2001 n° 64, – che dal 1° gennaio 2005 si svolge su base esclusivamente volontaria – è un modo di difendere la patria, il cui “dovere” è sancito dall’articolo 52 della Costituzione; una difesa che non deve essere riferita al territorio dello Stato e alla tutela dei suoi confini esterni, quanto alla condivisione di valori comuni e fondanti l’ordinamento democratico (cito dallo stesso sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri). La presentazione del SCN continua e sottolinea che è la opportunità messa a disposizione dei giovani dai 18 ai 28 anni di dedicare un anno della propria vita a favore di un impegno solidaristico inteso come impegno per il bene di tutti e di ciascuno e quindi come valore di coesione sociale.

La possibilità di fare il bene di tutti e di condividere valori comuni e fondanti l’ordinamento democratico era fino al 12 gennaio di “diritto” solo per i cittadini italiani come previsto dal Dlgs 77/2002.

Ci ha pensato il giudice Carla Bianchini della sezione lavoro del tribunale di Milano, con la sentenza 12 gennaio 2012, ad accogliere il ricorso dello studente pachistano di 26 anni, a cui era stata respinta, pur essendo residente in Italia da 15 anni, la domanda di partecipazione al “Bando per la selezione di 10.481 volontari da impiegare in progetti di servizio civile in Italia e all’estero”, pubblicato il 20 settembre 2011 perché privo del requisito della cittadinanza italiana.

Il Servizio Civile è sempre stato legato al servizio di leva, in quanto alternativa allo stesso, per chi si appellava all’obiezione di coscienza. In questo modo si rivolgeva automaticamente a coloro che fossero cittadini italiani in quanto unici chiamati al servizio. Dopo l’abolizione dell’obbligo di leva nel 2005 questo vincolo non sussiste più ed apre le porte a nuove configurazioni.

Il giudice autore della sentenza, infatti, ammette una interpretazione dell’articolo 3 del Dlgs 77/2002 “secondo la quale l’uso del termine cittadino, previsto dal suddetto articolo 3 tra i requisiti necessari per l’accesso al servizio civile nazionale, va inteso non con riferimento al soggetto munito di cittadinanza ma al soggetto che appartiene in maniera stabile e regolare alla comunità e che in quanto tale può vedersi esteso anche a lui il dovere di difesa della patria, quale dovere di solidarietà politica, economica e sociale ex articolo 2 della Costituzione”.

Così il Magistrato sottolinea difatti che “la limitazioni prevista dall’articolo 3 del Bando va qualificata come discriminatoria in quanto idonea ad escludere senza ragionevole motivo il  ricorrente dalla partecipazione alla selezione”.

Un grande guadagno in risorse umane, un potenziale per il rafforzamento del senso civico e la possibilità di condividere anche con la pratica valori e principi comuni quali la solidarietà e responsabilità.

Quindi, anche alla potenziale lungimiranza di chi fa le leggi e di chi le fa rispettare (anche interpretandole) può aumentare la possibilità di far crescere culturalmente il nostro Paese e accompagnarlo ad affrontare i grandi cambiamenti già in atto attraverso l’innovazione sociale e quindi l’inclusione sociale.

Vorrei ricordare che in Italia tutti i bandi pubblici sono chiusi agli stranieri. Sottolineo che stranieri sono considerati anche i figli di immigrati nati e scresciuti in Italia che per motivi spesso paradossali non sono ancora giunti ad ottenere la cittadinanza italiana.

Perciò, al di la dello specifico caso ( ancora non pienamente chiuso per via di contro-ricorsi in vista), è importante aprire il dibattito sul tema della partecipazione attiva di tutti i residenti sul suolo italiano per il bene della cosa pubblica e ci auguriamo, che il Bando in causa sia, l’ultimo bando discriminatorio della storia del Bel Paese.

Sumaya Abdel Qader

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