1. Le parole sono importanti!

Il viaggio come scuola di vita

In questi ultimi tre anni le scuole di lingua per migranti sono divenute numerose e diverse tra loro. Circoli culturali, sedi di associazioni e in alcuni casi spazi occupati si convertono, un paio di volte a settimana, in classi composte da immigrati e rifugiati. La varietà di queste scuole è dettata dalla scelta di modi d’insegnamento innovativi che sperimentano forme di convivenza alternative ai luoghi di lavoro e ai centri di accoglienza.

Qualche anno fa, ho assistito a Roma allo svolgimento di alcune lezioni d’italiano agli immigrati. Non era però semplice didattica per stranieri e neanche un normale insegnamento di grammatica ma si discuteva seduti

in cerchio.                                        

Erano incontri tra ragazzi rifugiati in Italia, in gran parte provenienti dall’Africa orientale, e italiani dediti al volontariato in una scuola per stranieri.

C’era un tema da discutere per ogni diverso incontro. Tutto partiva da una parola da analizzare, il discorso poi sfociava in un confronto sulle particolarità linguistiche dei termini fino ad arrivare ad un vero e proprio dibattito.

Probabilmente la forza di questi incontri risiede nella ricerca di un comun denominatore, un luogo di scambio dove ruotano pensieri e definizioni di idee.

I ragazzi rifugiati e richiedenti asilo assumevano, in questo cerchio, un ruolo centrale. Erano un perno che consentiva la comprensione umana di fronte alle loro personali tragedie. E così, gli studenti della scuola iniziavano gli interlocutori italiani al loro universo e all’esperienza del viaggio.

Il viaggio. E’ capace di accomunare le persone molto più di altre forme di esperienza umana. In questo caso, la curiosità e la naturale predisposizione che abbiamo verso l’altro, porta gli italiani che assistono (e insegnano) a seguire le storie dei rifugiati in fuga.

I ragazzi della scuola hanno intrapreso un viaggio, alla ricerca di un luogo dove rifugiarsi e ricominciare a vivere. Non si tratta di sopravvivenza, perché come spiegavano quei giovani rifugiati in cerchio, loro stanno cercando solo di continuare a vivere il presente, senza volgere le spalle alle tragedie del passato.                                                                                                   Nei loro racconti c’erano gli affetti abbandonati nel paese d’origine, il quotidiano martoriato dalla guerra ma soprattutto emergeva il significato del viaggio inteso come fuga da un futuro negato nel paese natio.

I giorni che seguivano le discussioni sono stati un arricchimento per gli italiani presenti, poiché le sedute offrivano una nuova modalità di conoscenza dell’altro. La narrazione del viaggio, di per sé già fondamentale nella cultura orale africana, ha consentito l’emersione dal proprio mondo, eurocentrico e ripiegato sul consumo.

Quei pochi italiani presenti hanno potuto comprendere che il dialogo è un’arma letale contro il razzismo e l’intolleranza.

Avere la possibilità di partecipare ad una tavola di discussione e di descrivere momenti del proprio vissuto, è un antidoto alle paure e alle angosce della società moderna.

L’emigrazione in Italia, oltre a portare una fresca novità nella società, ha creato nuove categorie lavorative che si occupano dei migranti, non come meri volontari ma in quanto lavoratori retribuiti. 

Queste novità hanno fatto in modo che operatori, assistenti sociali e mediatori abbiano accesso diretto alle dinamiche di un cambiamento culturale. Con la forza dell’associazionismo italiano sono nate diverse realtà in cooperazione con i nuovi arrivati. Una scuola per stranieri, aperta non solo all’insegnamento della lingua ma sopratutto al confronto reciproco, è una novità, esempio di resistenza attiva al rischio di razzismo e intolleranza.

Pertanto non basta solo la buona volontà di chi forma e studia tra i rifugiati ma c’è anche la necessità (e l’urgenza) di sviluppare nuovi spazi di discussione.

La discussione, in questi casi, ha la funzione di creare un processo d’interazione sociale dove le identità, di chi è immigrato e non, si scontrano e incontrano allo stesso tempo.

D’altro canto, il viaggio che hanno fatto questi ragazzi non deve colmarsi solo di speranze ma deve innanzitutto scatenare la voglia di conoscere, e quindi rispettare un’altra cultura.

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