1. Le parole sono importanti!

Un anno a Piazza Tahrir

foto presa dalla pagina FB: La Plaza del Sol con La Plaza del Tahrir, La Revolución no ha terminado

Nel momenti in cui scrivo, Piazza Tahrir e varie piazze egiziane sono invase da un numero immenso di manifestanti. “La primavera araba, dice il post precedente, può durare a lungo”. Questa ha già compiuto un anno.

Un anno del quale è difficile fare un bilancio complessivo. Un anno di speranze e di pericoli, di vittorie e di sconfitte. Un anno in cui sono caduti 4 tiranni, Benalì, Moubarak, Gheddafi e Ali Abdallah Salih. Con tempi, modalità e conseguenze diverse. Ma sempre senza che questa caduta abbia portato alla fine della tirannia. I poteri forti hanno tremato spesso ma nessuno ancora è crollato.

La gente è divisa tra chi è già deluso, chi approfitta degli scarsi risultati per giustificare la propria inerzia con un “ve l’avevo detto io che non serve a niente.” E poi ci sono i testardi, che giorno dopo giorno continuano a lottare.

Il simbolo di questa instancabile forza del cambiamento potrebbe essere quel ragazzo egiziano, Ahmed Harara, che ha perso un occhio, il 28 gennaio dell’anno scorso, nei primi giorni di scontri con la polizia di Moubarak. Nonostante quello è tornato sulla piazza ed è stato sempre uno dei più attivi.

Dopo l’euforia in cui sia i media egiziani sia quelli internazionali hanno voluto far credere che la presa di potere da parte dei militari sia in Tunisia che in Egitto fosse una vittoria della democrazia. Almeno un sottoprodotto di democrazia per i terzomondisti che, si sa, non sono pronti per quella “vera”, quella per i ricchi. Il consiglio militare che dopo aver sostituito Moubarak ha istituito una dittatura ancora peggio della precedente con più repressione, più arresti arbitrari, più tortura, più chiusura dei media… e ancora più appoggio da parte dei vecchi amici occidentali e delle monarchie del golfo.

Nonostante l’occhio e nonostante le sirene della disinformazione, Ahmed Harara è tornato sulla piazza e ha continuato, con un gruppo di irriducibili, a gridare al consiglio militare di andarsene. All’inizio erano in pochi e i militari arrestavano solo i più “pericolosi”. Ma poi hanno iniziato ad essere sempre più numerosi. Allora si è scatenato l’inferno su di loro. Ahmed perde il secondo occhio lo scorso 29 novembre, quando i militari scendono direttamente in campo e tentano di sgomberare Piazza Tahrir.

Ebbene, pochi giorni dopo, l’irriducibile militante per la democrazia era di nuovo sulla piazza, attivo come e più di prima.

Questo è il simbolo forse più vibrante dei sogni della gioventù araba. Non sono quelli che si cantano ninnananne e continuano ad aspettare che i regimi si auto-riformino da soli. Non sono quelli che, dopo i tiranni ben rasati e con l’uniforme verde, hanno messo la loro sorte in mano a nuovi tiranni con la barba e la tunica lunga. Non sono quelli che stanno lontano e dicono: non serve a niente. Non sono quelli che vendono l’anima ai signori dei petrodollari in cambio di un fucile e di una granata e che si lasciano pian piano trascinare nella guerra etnica, tribale o confessionale… Non sono quelli che aspettano di capire chi sta vincendo per buttarsi a capo chino nella mischia e arrivare alla meta insieme ai vincitori…. Non sono loro, nessuno di tutti questi.

Il simbolo di quella gioventù che non vuole più chinare il capo davanti alla tirannia, che non vuole più stare zitta di fronte alla forza, che non vuole più vivere se non ne vale la pena è Ahmed Harara e quelli come lui. Queli che in questo scontro disuguale hanno perso tutto tranne la dignità e la lucida sete di giustizia. Sono quelli che vogliono liberarsi ma sputano sulla mano tesa della NATO e delle monarchie criminali del golfo persico. Perché sanno non si costruisce un futuro pulito con mani sporche. Sono quelli che non credono più che la causa della loro disgrazia sia da cercare presso un enigmatico nemico esterno. Ma nello stesso momento sanno con lucidità che chi nella regione pretende di esportare democrazia vuole solo dittature addomesticate. Sono quelli che cadono e si rialzano ma non cedono alla logica della violenza e della presa del potere a qualsiasi prezzo.

Il simbolo dei sogni dei giovani arabi, in questo momento è Maydan attahrir (in italiano: Piazza della Liberazione). Mai luogo fu meglio nominato. Piazza Tahrir che, come Ahmed Harara, può essere accecata dai colpi e dai fuochi della repressione ma continua a vedere l’obiettivo molto chiaro davanti. Né oppressi, né oppressori.

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5 thoughts on “Un anno a Piazza Tahrir

  1. Come al solito mi ritrovo nelle analisi dell’autore dell’articolo. E mi ritrovo anche in quel “ve l’avevo detto che non serviva a niente”, grosso modo sono su quelle posizioni. Posto che “queste” rivoluzioni, così fatte, non servono a niente (perché rivoluzioni non sono), non voglio certo mettere in discussione il diritto e la legittimità dei popoli arabi a ribellarsi.
    Nell’articolo si racconta la storia del ragazzo egiziano che ha perso i 2 occhi uno a un anno di distanza dall’altro. Una storia molto forte. Ma appunto mi chiedo, non facciamo il gioco dei carnefici (dei militari tunisini, egiziani, siriani) inneggiando alla figura dell’eroe ragazzo che si butta a petto nudo contro il fuoco del tiranno. Penso (e in questo credo l’autore sia d’accordo) che le ragioni dei regimi nei paesi arabi dipendano dall’esterno e pertanto sono come mostri a cui rinasce la testa, perché il motivo che li genera (l’imperialismo americano) è sempre vivo e vegeto. La Siria non è certamente un paese allineato, ma in questo caso è il continuo stato d’assedio inquanto “stato canaglia” che ha congelato negli ultimi anni ogni evoluzione democratica.
    E anche qualora ci fossero delle rivoluzioni “vere”, ossia che realmente sovvertissero il potere in vigore (la rivoluzione islamica in Iran?), non potrebbero mai essere messe in atto senza l’instaurazione di un potere ancora più forte e pertanto altrettanto repressivo.
    Ma la gente comune, quella appunto estromessa dal potere, avrà mai la sorte di sfuggire all’alternativa di essere “massa” o carne da cannone?
    Nel dubbio, mi dichiaro un non sostenitore delle rivoluzioni arabe. Ho pietà delle migliaia di giovani che si stanno facendo massacrare in nome di ideali che non sono comunque la vera causa di queste cosiddette rivoluzioni. Ancora una volta questi giovani sono le pedine di uno scontro mondiale giocato (per ora) in quella fetta di pianeta ricca di risorse energetiche e soprattutto sulla loro pelle.

    • Caro Michelangelo.
      Come ben dici siamo d’accordo su molte cose.
      Non sno d’accordo con te su due cose.
      Una io sostengo le lotte non armate dei giovani nei nostri paesi, comunque. Perché credo che se uno è in movimento la traiettoria si può forse correggere. Se uno è statico è statico e basta. Meglio un morto.
      Due, non condivido assolutamente la tua pietà per i giovani il lotta. Tutto tranne pietà. Forse sbagliano strada. E’ possibile. Ma anche noi siamo nel buio totale, perché non basta (pensar di) saper qual’è la strada da non seguire. Bisognerebbe sapere qual’è quella giusta. E questo,me lo concederai, non lo sappiamo, né te, né io.
      Forse sono loro a dover avere pietà di no. Loro almeno una certezza ce l’hanno: qualcosa stanno facendo.

      • caro Karim
        anch’io sostengo le lotte non armate dei giovani dei paesi arabi. ma come diceva quel ragazzo, Zafer, a Ein El-Helweh, “in politica non è ammessa l’ingenuità, perché chi è ingenuo aiuta il nemico e pertanto e anch’egli mio nemico”. forse il finale della frase è eccessivo, però quello che voglio dire è che manifestare in massa davanti ad un esercito schierato e senza scrupoli, è una mossa politica ingenua. non la condivido nemmeno se i manifestanti sono palesemente a mani nude. è una follia. e “noi”, occidentali, che pure siamo stati zitti in tutti questi anni in cui questi regimi prosperavano in affari con i nostri governi, ora pensiamo di lavarci la coscienza schierandoci dalla parte di chi si ribella. l’equazione nei paesi arabi dà sempre lo stesso risultato, è un sillogismo perfetto. l’unico vero modo per abbattere quei regimi è spegnere qui il sostegno che hanno dall’occidente (finché fa comodo), spegnere qui l’imperialismo, spegnere qui il rifornimento di armi.
        tant’è che “avere pietà” di chi è stato ucciso in quest’ultimo anno, non significa provare disprezzo o sminuire il loro anelito alla libertà. avere pietà significa per me (alla maniera greco-latina) riconoscere tutto il mio rispetto nei confronti della loro scelta e della loro morte. ma altra cosa è l’onore. questa diatriba è apparsa anche nel mio ultimo lavoro fatto in turchia. ho pietà (rispetto, ammirazione) per quelle morti, ma nessun onore da tributare. sono contrario alla logica del martire e dell’eroe, un imbuto che spinge in un nonsenso unidirezionale che si autoalimenta senza fine. rispetto la scelta, perché è stata comunque una scelta pagata con la propria vita. ma l’onore no.
        per altro mi sembra che nemmeno tu sosterresti la logica del martire-eroe. ma purtroppo il confine tra pietà e onore è assai sottile, ma, in mia opinione, assai profondo.

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