1. Le parole sono importanti!/I pensieri del cammello

L’identità degli altri

Parlare dell’identità degli altri è un’ossimoro. Cosa ne possiamo sapere dell’identità degli altri? Come possiamo definirla, circoscriverla, studiarla, difenderla, osteggiarla? Possiamo parlare soltanto della nostra identità. Ed io parlo della mia, replicando a Beatrice Lombardi che sul blog “Italians” del Corriere della Sera, parla di quella degli altri.

Parla di noi Beatrice, dei figli degli immigrati, e pensa di poter parlare anche a nome dei propri figli per i quali – a detta sua – mai e poi mai vorrebbe che acquisissero il passaporto giapponese. Io non conosco Beatrice, ma in quanto italiana emigrata in Giappone suppongo che si trovi lì per un periodo definito di tempo, per studio o per lavoro; lei non sembra prospettare un futuro per sè in quel paese e, di conseguenza, non lo vede per i propri figli. Se invece avesse intenzione di restarvi per lungo tempo e di viverci con la propria famiglia, le sue affermazione si potrebbero accostare a quelle di immigrati che in Italia “non si vogliono integrare”; degli integralisti insomma, che vivono in un paese diverso soltanto per un bisogno strumentale e non vogliono far propria la cultura del paese che li ospita e partecipare alla sua vita sociale e politica, ovvero al suo destino presente e futuro. Esistono tanti immigrati così anche in Italia, che spesso “ostacolano l’integrazione dei loro figli”.

Mi verrebbe poi da dire – proprio perché le condizioni del suo paese d’appartenenza sono diverse da quelle della stragrande maggioranza degli stranieri che vivono in Italia, e dato che con il passaporto italiano si può muovere e lavorare in tutto il mondo senza grossi problemi – che Beatrice non ha alcun bisogno di integrarsi; la sua “cultura” è degna di essere mantenuta, mentre quella di tanti cittadini di paesi meno civilizzati non è considerata tale. Sulla carta esistono cittadini di serie A e serie B, e quindi esistono passaporti di carta di serie A e serie B; per miliardi di persone è impossibile perfino ottenere visti turistici per molti paesi, mentre altri cittadini possono viaggiare e stabilirsi ovunque.
Con il suo passaporto rosso Beatrice può permettersi di non integrarsi; ma se i suoi figli nascessero in Giappone, frequentassero le scuole giapponesi (invece che scuole private dove s’insegna nella lingua d’origine di agiati migranti globali), avessero amici giapponesi, leggessero libri giapponesi, ascoltassero musica giapponese….a quel punto per lei sarebbe più complicato poter parlare con altrettanta leggerezza di “identità”, “origini”, “radici”, “appartenenza”.

«Se ad una coppia di senegalesi, che vive in Italia da 10 anni, nasce un figlio, questo figlio deve essere senegalese, perche’ dovra’ essere lui a scegliere se essere o meno italiano, dopo – quando cresce, in eta’ matura».
Secondo Beatrice dovrebbe essere il “piccolo senegalese” a scegliere – da maggiorenne – se essere più libero, avere pari dignità sociale e le stesse possibilità di sviluppare la propria persona, essere uguale di fronte alla legge, ecc. Sarebbe un po’ come nascere in un carcere, privati di molte libertà, e poi man mano che si cresce verrebbero concesse – con la buona condotta e con una logica premiale – le chiavi per aprire un cancello alla volta, fino all’ultimo, quello della massima libertà, la cittadinanza appunto.

Se così deve essere, cara Beatrice, a che serve avere una scuola pubblica, a che serve avere una “cultura italiana”, a che serve parlare di “integrazione” in questo contesto? Quali legami reali, effettivi, avrebbe il “piccolo senegalese” con il paese d’origine dei suoi genitori? Lui nasce e cresce da italiano. Da adulto, divenuto si spera cittadino italiano (con l’attuale Legge, la n. 91 del 1992, è sempre un terno al lotto!), dovrebbe semmai poter decidere se diventare un immigrato in Senegal.
La sua identità, il piccolo italiano figlio di cittadini senegalesi, se la sceglierà da solo, crescendo, attingendo alla cultura che la scuola pubblica italiana gli trasmetterà, leggendo libri in italiano, ascoltando musica italiana, frequentando amici italiani. Ma può anche darsi che lui si sentirà più senegalese dei propri genitori, perché quello potrebbe essere l’unico sostrato culturale nel quale si sente a suo agio, o l’unico che gli viene offerto.
Niente è predeterminato, non lo è la cultura e di riflesso non lo è l’identità. L’unica certezza che abbiamo è che siamo tutti esseri umani e ovunque nasciamo dovremmo nascere tutti con gli stessi diritti. In Italia, oggi, nel 2012, non è così.

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6 thoughts on “L’identità degli altri

  1. Grazie Roberto.
    Mi è sembrato doveroso replicare.
    Noto che il Corriere della Sera si sta distinguendo da anni (o da sempre?) per lo spazio dato a posizioni come quelle di Beatrice, di Sartori e anni fa quella di Oriana Fallaci.

  2. A Delfo Zorzi l’hanno data la cittadinanza giapponese. Forse Beatrice non lo sa. Forse Beatrice non esiste, se l’e` inventata il Corriere per non farci dimenticare quanto sia servo del potere

  3. Caro Jaska,
    Devo dire che, avendo letto prima il tuo pezzo poi quello della signora, mi aspettavo ben peggio. Ho già avuto a che fare con un signore italiano immigrato in Giappone che dissertava sul fatto che “Essendo che lui in Giappone resta solo per lo stipendio altissimo, ma deve lavorare e stare zitto,anche noi immigrati in Italia dobbiamo stare zitti.” Ero quasi pronto a fare di tutta l’erba un fascio, come ci capita speso a tutti, credo, e a creare una categoria “fascistoide per definizione” di italiani in Giappone. Invece la lettera della signora mi è sembrata alla fine non così negativa. Un po’ confusa e contraddittoria, ma non cattiva nel suo fondo.
    Dice “mai e poi mai avrei voluto che i miei figli avessero avuto il passaporto giapponese.” Ebbene è un sentimento molto condiviso tra i genitori. O quando si rendono conto della necessità pratica del passaporto allora lo vorrebbero per i loro figli ma senza la cultura, senza la mentalità, senza il modus vivendi del paese d’accoglienza. E’ il sogno dei genitori immigrati da quando il mondo è mondo. E da quando il mondo è mondo, spesso sbagliano.
    La signora Beatrice, invece, introduce concetti molto interessanti e nobili: i confini e i permessi come concetti puramente burocratici senza fondamenta o legittimità. Il diritto di chi vive in un territorio ad una sicurezza d permanenza e di partecipazione… Salvo poi confondere un po’ l’identità con la nazionalità.
    E questa cnfusione secondo me è fonte della maggior parte de mali dei nostri tempi.

  4. Si Karim, concetti nobili che è facile affermare quando si è un cittadino di serie A; ma questa è solo la parte “ideale” del suo messaggio.

    Poi nello stesso calderone l’autrice dice cose ben più reali, ovvero: “Se ad una coppia di senegalesi, che vive in Italia da 10 anni, nasce un figlio, questo figlio deve essere senegalese, perche’ dovra’ essere lui a scegliere se essere o meno italiano, dopo – quando cresce, in eta’ matura.”
    Questa è la posizione di Lega Nord e di parte del Pdl, che si sostanzia spesso in questi termini: “Non possiamo mica imporre ai figli degli stranieri di diventare italiani, lo devono scegliere loro se diventare italiano oppure no. E quindi devono sceglierlo da maggiorenni. Ergo, la legge attuale va benissimo e non deve essere toccata”.

    Subito dopo avvalora la posizione di Sartori, parafrasandone le affermazioni: “Il Governo Italiano deve garantire, ovviamente, a chi da’ il proprio contributo a questo paese, la sua riconoscenza con permessi che si auto-rinnovino se non altrimenti richiesto, insomma una permanenza indeterminata, che includa anche il diritto di voto.” (in realtà a Sartori non dispiaceva che gli immigrati fossero privati del voto).

    La confusione – tecnica mediatica collaudata – serve a non far capire la gente poco accorta; basta togliere gli addobbi edulcoranti dal suo pezzo ed è ben chiaro il messaggio che vuole trasmettere, almeno secondo me.

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