2. Memorando

La mezzaluna e la stella

di Matteo Guglielmo*

Sono quattrocento, tutti rigorosamente in fila sulla pista dell’aeroporto internazionale Aden Adde di Mogadiscio. Aspettano. Alcuni hanno grandi borsoni a tracolla, altri stringono i manici di plastica di vecchi trolley stracolmi. Vestiti, cibo, qualche foto. È un lungo viaggio quello che si accingono a fare gli studenti somali selezionati dalle autorità turche per usufruire di una borsa di studio della prestigiosa Turkish Religious Affairs Foundation.

Più di mille candidati, tra cui molte ragazze. Tutti hanno dovuto affrontare una dura selezione, e molti sono morti mentre aspettavano di poter concorrere, uccisi lo scorso ottobre da un’autobomba guidata da un giovane martire poco più che ventenne. Si muore anche così a Mogadiscio, nella città che ingoia i propri figli, o che ne fa spietati assassini.

Vent’anni di guerra sono tanti, ma qui la speranza non muore mai. Ahmed è un giovane studente, è felice di essere stato giudicato idoneo per la borsa di studio. Studierà teologia, come quasi tutti i suoi compagni. È la prima volta che sale su un aereo, e la fifa che dimostra è quasi comica se si considerano i primi diciotto anni della sua vita passati nella città più pericolosa del mondo. «Volevo fare il giornalista – confessa Ahmed – ma anche teologia può andare, soprattutto se c’è l’opportunità di andare in Turchia».

In Somalia il giornalismo è un’arte e una sfida. Non è facile farsi largo tra colpi di mortaio e sparatorie. Ma il bisogno di raccontare è tanto, e supera qualsiasi paura. Qui una radio può salvarti la pelle o può ucciderti, come è accaduto al “Fantastico”. Così chiamavano Hassan Osman Abdi i colleghi di radio Shabelle, una delle più importanti emittenti della capitale, colpito a sangue freddo da un commando armato appena una settimana fa. Forse un regolamento di conti, forse una notizia scomoda, ma a poco meno di trent’anni il “Fantastico” dava già fastidio a qualcuno, tanto da meritarsi la più crudele e infame delle punizioni.

Proprio come il nostro Siani, Hassan è morto per aver sostenuto la verità, quella scomoda, quella che non distingue i buoni dai cattivi. Dopo ventidue anni, in Somalia è difficile capire le ragioni del conflitto. La comunità internazionale, che si riunirà il prossimo 23 febbraio a Londra per discutere sulla crisi, ha già identificato le priorità strategiche: lotta al terrorismo e alla pirateria. Ma forse questi sono i “nostri” obiettivi, e non quelli dei tanti somali che sperano solo che la guerra finisca. Anche l’Italia, che sarà uno dei cinquanta paesi che parteciperanno alla conferenza di Londra, non propone alternative: i terroristi e i pirati sono i nemici da estirpare.

Le luci e le ombre della cooperazione universitaria sono ormai un ricordo sbiadito. L’Italia non conosce più la Somalia, questa è l’unica sintesi amara dopo anni di oblio. Tutti i chili di grano, i prodotti alimentari e i soldi erogati a favore delle ONG e delle organizzazioni internazionali non avranno mai lo stesso peso di una borsa di studio. La Turchia lo ha capito, mentre l’Italia penserà al prossimo riscatto da pagare ai famigerati bucanieri che imperversano nel golfo di Aden.

Ahmed deve proprio andare, finalmente è il momento dell’imbarco. I portelloni del Boeing 737 della Turkish Airlines sono aperti. Socdaal wanaagsan Ahmed! Che Dio vegli sul tuo cammino.

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*Matteo Guglielmo è ricercatore e autore del blog www.insidehoa.it

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