2. Memorando

Regaliamo un bignami di Storia dell’India al professò Sartori

Rieccomi qui a replicare all’ultimo capitolo del manifesto della razza secondo Sartori; non mi soffermerò in questo articolo a ribattere a tutte le sue perniciose asserzioni etnocentriche, dato che altri lo hanno fatto e lo stanno facendo proprio in questo istante. Vorrei però spendere qualche parola sulla storia dell’India, che mi tocca da vicino dato che in quella terra ci sono nato.

Dell’articolo mi ha subito colpito la grossolanità con cui è stata raccontata la “vivisezione” dell’India e mi è tornato in mente Lord Mountbatten. Costui, approdato in India nel 1947 in qualità di nuovo viceré della corona britannica, era così ansioso di liquidare la questione del British Raj che impiegò soltanto settanta giorni per smantellare l’impero coloniale indiano quando per costruirlo gli stessi britannici avevano impiegato trecento anni. Il piano per dividere l’India dal Pakistan – circa 400 milioni di abitanti – fu ideato da V. P. Menon, allora segretario di Lord Mountbatten, in quattro ore! Nell’articolo del professò c’è la stessa mancanza di volontà di conoscere e comprendere la realtà e lo stesso disinteresse per le persone, cioè i veri protagonisti delle vicende storiche e coloro che subiscono sulla propria pelle le conseguenze delle scelte che i potenti sottoscrivono dalle stanze dei bottoni.

Ma veniamo alla questione che interessa veramente Sartori, ovvero giustificare la privazione del diritto di voto per gli immigrati (e dei musulmani in particolare) che vivono o che vivranno in Italia.
L’India è il terzo paese al mondo per numero di abitanti di religione musulmana, quasi lo stesso numero di quelli che vivono in Pakistan che occupa il secondo posto. Anche ai tempi della partition non proprio tutti i musulmani “quasi senza eccezione” hanno optato per l’annessione al Pakistan. Vorrei citare il caso del movimento guidato da Khan Abdul Ghaffar Khan e i suoi soldati nonviolenti, i Khudai Khidmatgar.
Questo uomo, un musulmano di etnia pashtun (come la maggior parte dei Taliban di oggi) sconosciuto ai più almeno in occidente, era un seguace di Gandhi e si batteva contro il dominio britannico sulla sua terra, la North-West Frontier Province (oggi Khyber Pakhtunkhwa, Pakistan); in opposizione alla partition Abdul Ghaffar Khan e il suo movimento boicottarono il referendum per l’annessione all’uno o all’altro dominion, il cui esito fu una esile maggioranza in favore dell’annessione al Pakistan. Dopo molti anni trascorsi nelle carceri del Raj, Ghaffar Khan, noto anche come “il Gandhi della Frontiera”, ne trascorse molti altri nelle celle pakistane per via della sua opposizione ai regimi autoritari della neonata Repubblica Islamica.

Destino per certi versi analogo toccò oltre confine ad un altro musulmano, Sheikh Mohammad Abdullah che alla guida del Jammu and Kashmir National Conference – partito laico, socialista e nazionalista – si batteva per la cacciata del maharaja Hari Singh dallo Stato principesco del Jammu and Kashmir, formalmente indipendente e sovrano ma posto sotto la “tutela” della Corona Britannica. Però Sheikh Abdullah non voleva l’annessione del suo Stato al Pakistan poiché la Lega Musulmana di Muhammed Ali Jinnah – il padre della patria pakistana – era un partito la cui leadership era espressione della nobiltà terriera, mentre uno degli obiettivi principali della National Conference di Sheikh Abdullah era la realizzazione della giustizia distributiva attraverso una riforma agraria, a beneficio dei contadini poveri del Kashmir (1). La fede in questi principi lo portò ad accostarsi maggiormente alle posizioni del partito dell’Indian National Congress di Jawaharlal Nehru. La National Conference non era semplicemente espressione della maggioranza musulmana, andava ben di là del fatto religioso. I musulmani del Kashmir erano effettivamente una maggioranza discriminata essendo tutte le posizioni di un certo rilievo monopolizzate dalla minoranza hindu. Pur tuttavia Sheikh Abdullah, più che alla religione si richiamò al Kashmiriyat per unire hindu e musulmani contro il regime Dogra; questo concetto – che indica letteralmente “l’essere kashmiri” – si rifaceva a un’identità composita che fonda le sue radici in un passato nel quale il Kashmir era la terra in cui si sviluppava lo shivaismo, fiorivano il buddhismo tibetano e l’islam moderato propagato dall’ordine sufi del Silsila-i-Rishiyan: questi credi convivevano pacificamente e davano luogo ad una particolare forma di sincretismo. La piattaforma programmatica della NC prefigurava quindi la costruzione di un “nuovo Kashmir” con una cornice costituzionale democratica e una ricca carta dei diritti, oltre ad un’agenda socialista con le già citate estese riforme agrarie (2).
Sheikh Abdullah fu imprigionato sotto Hari Singh per le sue attività antimonarchiche e più avanti finì nuovamente in galera – sotto il governo dell’amico Nehru, con l’accusa di cospirazione – quando le speranze deluse di maggiore autonomia per il suo Kashmir e il mancato riconoscimento da parte del governo dell’Unione Indiana di una distinta identità nazionale kashmiri lo portarono a sostenere la causa indipendentista.

Questi sono soltanto due esempi – non di poco conto, eppure colpevolmente ignorati da molti – di identità altre, che hanno preteso uguale dignità e libertà di esprimersi e realizzarsi. Entrambe sono state represse, sia da regimi monarchici-militari che da regimi laici-democratici e religiosi-autoritari-militari.
Gli oltre 170 milioni di musulmani che oggi vivono in India si esprimono attraverso il suo sistema multipartitico, votando per movimenti di destra, di centro e di sinistra; inoltre tra i partiti indiani orientati per confessione quello maggiore è il Bharatiya Janata Party (partito del popolo indiano), espressione della destra nazionalista hindu. L’identità religiosa non è quella cui naturalmente tendono i popoli, non è l’unica e non è né scontata né inevitabile. Essa può essere tuttavia funzionale a certi interessi di potere, di solito dei gruppi dominanti. Molto spesso sono le scelte di pochi che orientano e appiattiscono le identità dei popoli verso un’unica dimensione. E’ avvenuto con i fascismi in Europa, senza bisogno di chiamare in causa divinità, santi o profeti, che tra l’altro in quel caso erano gli stessi per tutti i belligeranti.

Ma tornando all’India, di solito i colonizzatori preferiscono gestire opposizioni religiose che avere a che fare con movimenti di resistenza laici e nazionalisti. E’ ragionevole pensare che la finzione dell’idea della nazione islamica propugnata dal fino-ad-allora laico Muhammed Ali Jinnah (analoga per molti versi all’ideale sionista dell’identità nazionale ebraica) trovò probabilmente ispirazione e pre-legittimazione nelle riforme costituzionali “Minto-Morley”, approvate (controvoglia pure quelle?) nel 1909 dalle autorità coloniali britanniche per disinnescare e spaccare il nascente movimento nazionalista: esse introducevano elettorati separati per le “distinte comunità politiche e civili” (3).

PS: faccio mio il consiglio di Giusy Muzzopappa, professò Sartori, torna a studiare!
E per consigliarli qualche lettura su Facebook è nato un gruppo dedicato: REGALIAMO UN LIBRO DI STORIA DELL’INDIA A GIOVANNI SARTORI!

1) SUMIT GANGULY, Storia dell’India e del Pakistan. Due paesi in conflitto, Milano, Bruno Mondadori, 2004.
2) SERGIO TRIPPODO, Kashmir, Roma, Editori Riuniti, 2004.
3) MICHELGUGLIELMO TORRI, Storia dell’India, Bari, Laterza, 2000.

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One thought on “Regaliamo un bignami di Storia dell’India al professò Sartori

  1. Grazie per questa lezione di storia. L’idea più sconvolgente di Sartori è quella della cittadinanza revocabile, di serie B. E’ una cosa che va contro qualsiasi idea di democrazia concepita in epoca moderna. Questo ci ricorda come il preconcetto che vuole certi popoli più inclini al crimine di altri è ancora molto forte e che la paura incontrollata di un partito islamico che prenda il sopravvento fa uscire di senno ancora molti, che cominciano ad andare contro i più naturali principi di convivenza e cittadinanza.

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