1. Le parole sono importanti!

CILE: Autunno caldo per una rivolta condivisa (1° puntata)

Cortesia del giornalista Marcelo Garay

Un contributo per la Stanza degli ospiti di Francisca Rojas

Lottare per lo studio, studiare per lottare. Nell’arco delle più di 40 marce compiute, il movimento studentesco, formato da studenti universitari, medi e superiori, ha letteralmente scosso la realtà cilena fin dalla prima convocazione nel maggio 2011. Si calcola che oggi un 75% della popolazione appoggi gli obiettivi dichiarati e le proposte messe sul tavolo delle discussioni intercorse con istituzioni e rappresentanti di Governo.

Purtroppo il Presidente Piñera continua a ignorare le richieste, a fare finta di niente o a offrire alternative nella direzione dei propri interessi , di quelli degli imprenditori e le banche o della minoranza che controlla l’economia del Paese. Un muro imposto da un governo di gomma, come lo ha definito anche The Guardian, che si rifiuta di ascoltare e di lavorare per la trasformazione di condizioni di iniquità che già da molti decenni hanno portato all’esasperazione la società cilena.

 Cile fu il laboratorio per eccellenza dell’applicazione delle teorie neoliberiste durante gli anni della dittatura, come approfondisce Naomi Klein e come Orlando Letelier, cancelliere di Allende e forte attivista poi per il ripristino della democrazia, aveva previsto e analizzato prima di essere ucciso negli E.E.U.U per gli agenti della Dina (Direzione nazionale dei servizi secreti del Cile). Parliamo di terrore, crisi sociale e privatizzazione, riduzione delle risorse pubbliche, liberalizzazione e precarizzazione del lavoro. Per fermare questa non cultura di abuso e pauperizzazione dei membri più fragili di una società, il movimento è riuscito a riprendersi le strade, senza la paura o il conformismo che la generazione precedente, forse aveva ormai adottato come comportamento. La resistenza non è mai scomparsa ma fino al 2006, con la Rivoluzione pinguina (dall’aspetto degli studenti con la divisa scolastica), e poi nuovamente fino al 2011, l’atteggiamento era quello del silenzio o delle dimostrazione isolate. Il movimento rivendica non solo riforme all’educazione quindi, ma un cambio sociopolitico strutturale, una rivolta politica fortemente culturale, che gradualmente diventa più consapevole e si spalma nei vari settori.

 Chiunque abbia potuto seguire, dal vivo o nella rete, i confronti fra i rappresentanti della Federazione di Studenti Universitari dell’Universidad de Chile (FECH), nello specifico della carismatica e tagliente Camila Vallejo e Giorgio Jackson (rappresentante degli studenti dell’Università Cattolica) e i rappresentanti di Governo, si sarà potuto accorgere della mancanza di strumenti dialettici e di cultura politica da parte di questi ultimi e della chiarezze di idee nella concezione di Stato e diritto che gli studenti esprimevano, insieme alla dimostrazione dell’effettiva conoscenza dei conti su cui poter finanziare le riforme educazionali, la strategie per raggiungerle e la conoscenza di ciò che è stato l’evoluzione sociopolitica di uno Stato che si definisce moderno, ma che nella realtà ha una distribuzione elitaria dei beni comuni e delle ricchezze nazionali. Un Paese che non fa passi indietro nella svendita delle risorse naturali al miglior acquirente, progettando dighe e centrali idroelettriche, devastando i territori abitati dagli indigeni mapuche e in Patagonia, spartendo all’estero le miniere. Contro queste espropriazioni e violenze, che nessun governo di sinistra ha potuto o voluto fermare in 30 anni, il movimento è in azione.

Stato di diritto o Stato d’assedio?

La repressione di questo ultimo anno richiama direttamente quella dei tempi di Pinochet. Spesso le aggressioni con lacrimogeni, idranti e l’intimidazione delle Forze dell’ordine, cominciavano appena iniziate le manifestazioni. Alla fine delle marce, che prevedevano sempre un atto culturale come conclusione, si ripeteva la scena della repressione con carri lanciacqua, lacrimogeni, forze dell’ordine che inseguivano manifestanti avessero questi dimostrato gesti violenti o meno. La legge Hinzpeter, dal cognome del Ministro dell’Interno promotore di queste ordinanze, prevede l’inasprimento dello sfoggio di violenza da parte delle Forze Speciali dei Carabinieri, e delle pene per coloro che promuovano o partecipino in atti di violenza, occupazioni di luoghi istituzionali, scolastici fra gli altri, o che possano causare danni con tali attività. Identificazioni, detenzioni di ragazzi dai 14-15 anni in sù e limitazioni nelle manifestazioni pacifiche che comportano la aggregazione e la libertà di espressione. Il Ministro ha rincarato la dose di criminalizzazione proprio su questa fascia di età. Si può parlare di Stato di diritto sotto queste condizioni? Vogliono di certo ghigliottinare la dimostrazione che la paura di riprendersi le strade non c’è più, che l’espressione di dissenso non è solo una conquista ma che è un diritto riconosciuto e risvegliato dalla nuovissime generazioni. Vogliono reprimere con metodi che richiamano a viva voce gli abusi della Dittatura un movimento cittadino, che dovrà ancora fare strada perché conscio del suo obiettivo e delle difficoltà che incontra, ma che certamente non ha una vita breve.

Denunci sicuro, dice una pubblicità televisiva del Governo, che incita a mantenere lo stato di diffidenza e criminalizzazione. La legge Hinzpeter non vuole soltanto colpire i giovani manifestanti ma anche la stampa. Sono molti i giornalisti che denunciano violenze alla persona e danno ai loro strumenti durante lo svolgimento del loro lavoro, inviati dall’estero così come indipendenti e giornalisti e fotoreporter nazionali. La legge vorrebbe che “volontariamente” dietro richiesta delle forze dell’ordine immagini e registrazioni siano consegnate ai poliziotti di turno.      Continua… Clicca qui per leggere la seconda puntata

cortesia del giornalista Marcelo Garay

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