1. Le parole sono importanti!

Fate i rivoluzionari, siate presentabili

Se proprio non riuscite a integrarvi, non disperate. Intanto però via quel broncio, non siate sempre accigliati con quell’espressione un po’ così che abbiamo noi migranti di prima generazione e che inevitabilmente passiamo anche a quelli della seconda; rilassatevi, e via anche quel piglio battagliero da eterni indignados. Datevi una rinfrescata, perché ora le vie dell’integrazione, e di altre battaglie civiche, passano anche per il glamour.

Prendetevi una pausa dai diritti e dai doveri, lasciate stare i decreti e sospendete pure la cavillosa discussione sullo ius soli e lo ius sanguinis. Piuttosto, guardatevi allo specchio e questionatevi sul vostro look. Siamo proprio sicuri che la tonalità del fondotinta sia quella appropriata? E dell’intimo, ne vogliamo parlare?

I tempi sono ormai maturi anche per affrontare e magari superare questioni di questo spessore. Basta averne la volontà. Sul mercato cominciano ad apparire realtà che hanno preso a cuore la vostra integrazione. E là dove la politica ha fallito non è detto che il marketing etnico non possa rimediare.

La premiata ditta Clinique, ad esempio, può vantare un campionario coloratissimo, con sfumature fra le più insolite, e per quanto siate meticci e diversamente pigmentati, loro sapranno sempre consigliarvi il colore del fondotinta che ben si sposa alla vostra carnagione.

Per quanto riguarda l’intimo, invece, la questione non è così rosea.

Anzi è troppo rosea. O così almeno sostengono le signore e signorine dalla carnagione scura. Che stanno facendo della lotta alla carestia di certe tonalità una questione di principio, e agguerite rivendicano uguale accessibilità, presso tutti i rivenditori, di tutte le sfumature del cosidetto color carne, e non solo. Perchè c’è carna e carne. E visto che ci sono chiedono, anche loro, più trasparenza; una trasparenza al passo coi tempi e quindi declinata al plurale: trasparenze. Tante quante ne bastano per soddisfare i capricci di tutte le donne nessuna esclusa. Senza assurde discriminazioni che finiscono per esaltare le grazie di alcuni fototipi mortificandone altri. Portavoce di queste sciccose pasionarie è una psicologa afroamericana di nome Tara Raines . Il suo gruppo su facebook ( What’s Your Nude?) sta riscuotendo grande gradimento, tanto che il numero dei “like” si sprecano. Finalmente, ora che hanno una pagina a cui appellarsi, le molte signore e signorine che hanno molto bramato un particolare colore di collants, senza mai avere avuto il coraggio di confessarlo ad alta voce, ora si son fatte coraggio e, smanettando, riversano tutta la loro rabbia per la leggerezza ormai non più sontenibile del mercato dell’intimo.

Rallegramioci dunque. Avere il look adeguato non è più solo una questione di estetica, ma anche di etica. Indossare la giusta mutandina così come soffermarsi a meditare su quale sia il perfetto fondotinta non è più semplice civetteria, ma può denotare invece marcate doti civiche e innegabili aspirazioni universalistiche.

Viviamo insomma in tempi dove anche esser presentabili puo’ essere un gesto altamente rivoluzionario.

Fonte: vivere italia

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2 thoughts on “Fate i rivoluzionari, siate presentabili

  1. Fresco della lettura delle ultime pagine di Serge Latouche – “Breve trattato sulla decrescita serena”, ed avendo trovato o meglio ritrovato alcuni nuovi/vecchi maestri come Marshall Sahlins, Charles Darwin, e Claude Levi-Strauss, oggi grido con più coraggio e convinzione: viva il relativismo culturale! Abbasso la mondializzazione economico-mercantile che cancella le differenze culturali, e standardizza tutto in funzione di un consumatore globale modellato attorno al consumatore occidentale.

    Pertanto ben vengano i prodotti “differenziati” per i diversi pigmenti. Però io andrei oltre. E partirei dal basso, o meglio dal “sotto”. Dato che le differenze meno “visibili” sono più facili da mantenere – in un mondo come il nostro nel quale siamo schiacciati verso un conformismo imposto dalle leggi del mercato – , mi chiedo se sotto il vestito portiamo un intimo “etnico” o standardizzato?

    Io ad esempio gli slip da uomo proprio non riesco a portarli: stringono, infastidiscono nei movimenti, danno pruriti ed hanno continui bisogni di “aggiustamenti”, non sempre possibili nei luoghi pubblici. A quegli slip preferisco dei pantaloncini made-in-India, simili al “Kaccha/Kachera” dei Sikh, ma elasticizzato e meno gigantesco.
    Inoltre sò per certo che alcuni miei amici bengalesi dentro le mura di casa si trovano più a loro agio nel loro tipico Dothi, che un qualsiasi individuo-globalizzato-etnocentrico deriderebbe e bollerebbe come una “gonnella”.

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