2. Memorando

La terra dei canti

Non conosco nessuno che sia stato nel Bhutan. E mi dispiace. Mi attirano le fiabe. Quelle vissute. Perfino quelle inventate dai viaggiatori, ineffabili raccontafrottole di qualità. Un giorno ci andrò, e forse la racconterò io quella fiaba (quella frottola).

Narra un certo Matthieu Ricard, in un libro intitolato “In difesa della felicità” l’aneddoto di un fatto che ebbe luogo qualche anno fa -Febbraio 2002- al Foro della Banca Mondiale, celebrato allora niente popò di meno che a Katmandú, in Nepal, lassù dove i fricchettoni sessantottini si arrampicavano alla ricerca di loro stessi, prima che venissero alla luce programmi quali Chi l’ha visto, che risparmiò a tutti un sacco di fatica e fece tirare un sospiro di sollievo perfino ai nepalesi, gente non abituata allo spreco di fiato. Il Buthan è un piccolo stato -suppergiù della dimensione della Svizzera- disperso sulle catene dell’Himalaya. Conta qualcosa come settecentomila abitanti, un quarto dei quali residenti nella capitale, Thimphu. In tutto il paese ci sono tre fabbriche e due empori nei quali si può acquistare tutto quello che la vita richiede per essere vissuta (da quelle parti). In occasione del Foro, e dopo avere aspettato pazientemente il suo turno, prese la parola il rappresentante del paese ospitante la manifestazione. Raccontò di questi fatti. Delle tre fabbriche. Dei due empori. Di quanto si potesse trovare all’interno di questi, e di quanto nessuno avrebbe mai preteso di trovare. Raccontò come nel suo paese, che possiede un Prodotto Interno Lordo (PIL) assai basso, ci sia un indice di Felicità Interna Lorda (FIL) molto elevato. Tra i più alti al mondo. Riferiscono coloro che per un motivo o l’altro erano presenti, che i sogghigni e le successive risate dei rappresentanti dei cosiddetti Paesi Sviluppati risuonassero senza ritegno, qualche secondo dopo, in tutta la sala. E che i Buthanesi, abituati come sono al fatto che ogni famiglia è padrona di un proprio pezzo di terra, di qualche capo di bestiame e di un telaio che permette loro di essere indipendenti, guardassero tutti quanti con desolazione. I saggi della Banca Mondiale valutavano alla stregua di aberrazioni storiche le recenti decisioni del Bhutan. Il rinunciare all’industrializzazione e al turismo indiscriminato pur di preservare il proprio territorio, la propria cultura e il proprio contesto; che considerassero un attentato contro la libertà dell’individuo alcune regole del mondo cosiddetto Sviluppato, quali il divieto di pescare, di costruire le loro case dove e come la loro saggezza millenaria glielo consiglia, di fumare, di andare a caccia, di sposarsi, di fare l’amore, di vivere la vita secondo le regole del proprio senso comune. In Bhutan esiste la povertà, dicono, ma non esiste la miseria. Non ci sono mendicanti. Nessuno è costretto a rubare, o a prostituirsi, o a togliersi la vita nel tentativo di sopravvivere. Non ci sono grandi industrie, né infrastrutture, ma tanto l’educazione quanto la sanità sono gratuite. Non ci sono nemmeno i milionari. Ma c’è, in compenso, della gente felice. Per capirlo, dicono coloro che ci sono stati (un giorno ci andrò anch’io) basta sedersi su una qualsiasi collina e ascoltare i rumori della valle sottostante. Si potrà sentire il canto della gente. Gente che semina, che raccoglie, che pascola. E che canta. Mentre si sposta da una parte all’altra di un territorio senza confini.

Come dicono alcuni che quei canti hanno ascoltato (che forse perfino li hanno intonati), quello è il riflesso inequivocabile dell’indice del FIl (Felicità Interna Lorda). In Europa si canta sempre di meno, ci avete fatto caso? Se qualcuno lo fa per strada, di sicuro è un extracomunitario a caccia di un soldo per il pranzo o un pazzo che insegue un sogno volato via, sempre più distante, perfino da se stesso. Per sentire cantare, la gente affolla gli stadi, o accende un apparecchio elettrico, paga un biglietto, una tassa, un tributo. Siamo diventati persone molto sane, con i piedi ben saldi per terra. Abbiamo smesso di danzare, in un certo momento della nostra storia, di inseguire dei sogni per strada, di cantare senza motivo (perché sì, perché si ha voglia di cantare e basta), di farci travolgere dalla bellezza, dalla passione, dal dolore altrui e dalla sofferenza di casa nostra, che nascondiamo sotto tappeti di perbenismo, di un’assordante indolenza emozionale. Per i greci (quelli dell’età classica, beninteso), saremmo pressapoco dei menomati. Noi invece ci consoliamo con le cifre del PIL. Sarà per questo che a nessuno viene più voglia di cantare.

Annunci

3 thoughts on “La terra dei canti

  1. Grazie Milton, acuta e bellissima la tua riflessione sul Bhutan.
    Spero che ricominceremo presto a cantare anche noi, in Italia.

    stefania

  2. Si, grazie davvero amico almino 🙂
    Per costruire il nostro “mondo migliore” dobbiamo partire anche dal piacere del canto e della danza, e riguadagnare una soggettività.

  3. In buona parte del pianete l’imperativo Pil continua, più che mai, ad avere popolarità tra le popolazioni(abbagliati dai stili e dai riti dell’uomo economicus) e riscontra convinti fautori tra le varie classi dirigenti. La realtà odierna è colonizzate da frottole. Frottole che che hanno il potere di persuadere e eventualmente e in caso di necessità anche di dissuadere!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...