1. Le parole sono importanti!

Parlare di sostenibilità e cambiamenti climatici…in famiglia

I miei genitori volevano comprarsi un nuovo maxischermo. Intendevano farci trovare la sorpresa apparecchiata sul mobiletto in salotto, nello spazio liberato dopo che il “vecchio” televisorone che vi giaceva a prendere la polvere è stato regalato a mio fratello, per arredare la sua nuova casa, provvista “soltanto” di un piccolo apparecchietto. Improvvisamente insoddisfatti del discreto (e discretamente nuovo) televisore in sala da pranzo, che ogni giorno li tiene immersi nella rappresentazione mediatica del loro paese natale, hanno benpensato di prenderne uno nuovo, “con il collegamento ad internet”: tale aggeggio, secondo le sacre regole del bisogno indotto, non può che essere grande, grandissimo, tale da compensare non solo la loro avanzante miopia, ma da poter essere visto da ogni angolo del salotto, della sala da pranzo, della cucina, del corridoio e – perché no? – d’estate anche comodamente seduti sul terrazzo! Per adempiere a tale frenesia consumista si erano effettivamente recati a qualche supermercato, ma all’atto della scelta sono rimasti spiazzati da tutti i strani nomi e sigle afferenti a decine di caratteristiche e accessori: “Full HD”, “LED”, “Internet TV”, “Dynamic Edge”, “3D”, “2D”, “Intelligent Peak”, “DVB”, “CI+”, e via delirando. La troppa varietà li ha fatti desistere, o meglio, hanno preferito non rischiare di comprare qualcosa che non avesse in sè “tutto il necessario”.
Messo al corrente delle loro intenzioni ho imbastito lunghe discussioni sull’opportunità o meno di un tale acquisto. A mio parere non ne avevano alcun bisogno, avendo già un pc fisso in casa con collegamento ad internet, ed un pc portatile con internet key, che mio padre porta con sè anche al lavoro sul camion.
Non credo di averli convinti molto, però il messaggio è stato ascoltato e la mia opposizione netta è stata messa agli atti.

Simili discussioni intercorrono ogni volta che mio padre si ricorda di voler cambiare automobile e prenderne una “più nuova” e, naturalmente, più spaziosa. La sua monovolume di marca giapponese ha appena 9 anni e se la cava ancora benissimo. Come spiegargli quanto inquinamento è stato generato e quante risorse naturali sono state distrutte per sempre per produrre quell’ammasso di lamiere? Combattere con queste sue idee è difficile, dato che tutto – la pubblicità, la convenienza sul prezzo, gli incentivi, ecc.  – sta dalla sua parte.
Eppure 15 anni fa non erano così. Abitavamo una grande casa sui colli fuori Bologna. Sui terreni attorno alla casa abbiamo coltivato tutte le verdure di cui avevamo bisogno, allevato pollame, mentre il latte lo prendevamo dalle vacche dell’azienda per cui lavorava mio padre. Uno straordinario esempio di sostenibilità e autosufficienza che per i miei genitori non aveva niente di straordinario, poiché si trattava di attività che avevano sempre fatto in India. Ma era ovvio che non era quella la vita per la quale avevano deciso di sradicarsi dal proprio paese; la sfavillante, ammaliante, ridondante abbondanza dell’Occidente erano tentazioni troppo grandi per potervi resistere.
D’altra parte, se oggi cerco di convincere i miei genitori a non comprare frutta e verdura che ha percorso centinaia e a volte migliaia di chilometri per arrivare fino ai banconi del supermercato, ma di prenderle dal mio amico contadino che fa agricoltura biologica a un paio di chilometri da casa nostra, loro si mettono a ridere. “Costano troppo” obiettano, “il biologico non esiste”, afferma con infondata sicurezza mio padre.

A questo punto forse potrete capire il mio problema? Io vorrei parlare con loro dei cambiamenti climatici, dell’idea scellerata di sviluppo che domina oggigiorno e che anche paesi come l’India stanno ciecamente perseguendo, compromettendo in maniera irreparabile la fauna e la flora, scaricando le conseguenze sulle generazioni future, lasciando indietro i più deboli. Vorrei parlare di tutto ciò senza sentirmi ridicolo, essere ascoltato con la serietà che meritano questi temi. Vorrei far vedere loro film e documentari che trattano queste tematiche, ma trovare materiale in lingua hindi o punjabi è alquanto difficile!
Vorrei parlare di queste cose anche con i miei zii, che hanno cominciato a regalare i primi telefoni cellulari ai figli verso il loro decimo compleanno, accanto a personal computer, stampante, lettori mp3, videocamera e macchina fotografica.

A conclusione di questa riflessione sull’incomunicabilità intergenerazionale, interculturale ed interlinguistica di questioni e problemi che ci schiacceranno se non interveniamo, mi preme tuttavia aggiungere che i miei genitori sono già ora un esempio di sobrietà: mia madre va al lavoro a piedi; mio padre – pur svolgendo un mestiere, quello di camionista, che giudicherei assolutamente “insostenibile” per come si sostanzia oggigiorno – spesso ci va in bicicletta. Entrambi non hanno mai fumato. La domenica in casa non si mangia carne nè si consumano alcolici.
Loro hanno rispettato e sono contenti della mia dieta vegetariana, ma lo sono un po’ meno del passo successivo verso quella vegana. Per quanto riguarda il vegetarianismo, la nonviolenza insita nella loro – e un po’ anche mia – cultura, mi è venuta in aiuto: per i Sikh “battezzati” una delle virtù e dei dogmi principali è l’astensione dal consumo di carne, pesce e uova.

Negli ultimi giorni la disputa morale si è spostata sul senso del “viaggiare”. Mio padre, che soltanto pochi mesi fa era andato negli Stati Uniti per riabbracciare sua madre, vuole farsi (come ogni anno) alcune settimane di ferie in India. Ed eccomi partire alla carica: “Perché in India? Che bisogno c’è? Come ogni volta torneresti stanco e ammalato! Perché non vai da qualche parte in Italia? Potresti portare la mamma in montagna! Vi rilassate in un bell’albergo, fate lunghe passeggiate, senza bisogno di prendere l’aereo…. E sicuramente risparmiereste!”.

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