1. Le parole sono importanti!

Pianeta San Remo

Finalmente, dopo una falsa partenza con San Celentano, mercoledì sera ha preso il via San Remo per davvero. Una delle rare occasioni che ha questo paese, profittando dello scialo di proiettori sul palco per specchiarsi e rispecchiarsi a puntino. Ed è un immagine nitida e impietosa quella riflessa. Persiste lo charme di un paese viveur, ancora aitante anche se parecchio brizzolato. Vogliamo bene a questo paese e la tentazione è quella di distogliere l’occhio dai segni sempre più evidenti dell’età che avanza: dagli occhi vitrei e acquosi di nonno Celentano, alle bizarrie cromatiche delle parrucche di zio Lucio Dalla… Ma vorremmo anche tapparci le orecchie per non mai più sentire “ Vessicchia”. Vorremmo essere in un ovunque qualunque pur di evitarci lo strazio dello spettacolo delle statue di cera e ceralacca sistemate in prima fila ad assistere all’avvicendarsi degli artisti sul palco, con la fissità propria dei monumenti millenari, dove ci è facile scorgere il peso del tempo e la mano dei continui ritocchi e restauri.

L’impressione, come vuole la scenografia, è quella di essere su un altro pianeta, un pianeta sorretto da una cricca di bicentenari che ha scoperto l’elisir della vita eterna e ne custodisce gelosamente il segreto. Un pianeta dove l’aria è asfissiante, satura com’è di polveri sottili delle ciprie e dai miasmi emanati da uno spropositato uso di tinte e cosmetici vari

Ad aggirarsi sul palco di questo pianeta canoro le solite figure a noi ormai molto familiari ( Pupo, Morandi, Vessicchia, Celentano…) Il familismo, d’altronde, è uno dei mali che ammorba l’intera galassia Italia. Il risutato di questa pratica insana è un singolare albero genealogico che pullula di zii scemi e cugini strambi.

Sul pianeta San Remo i vegliardi per sembrare giovani, oltre a conciarsi in maniera inverosimile, ogni tanto intercalano i loro discorsi con “feissebuk”, rispecchiando alla perfezione quella triste figura di giovanilismo post-moderno che sono i tardo smanettoni. Il risultato è il trionfo del kitch cibernetico. Facebook da una parte e le votazioni ad alzata di mano dall’altra. Almeno ci fosse Pippo Baudo, tutto questa messa in scena avrebbe il valore della buona anticaglia. Ma così è solo un putpurri di stili francamente indefinibile. Dove al vecchio Morandi non giova più nemmeno la sua aura da usato garantito. Dove il riciclo non è buona prassi, ma disperazione bell’e buona e assordante vuoto d’idee. Ne sono testimonianza il ricorso precipitoso ancora una volta alla Canalis e alla Belen così come il somministrarci il deja vu dell’inaugurazione riscaldata di Paolo&Luca.

Ah sì ci sarebbero anche le canzoni, ma il mio orecchio è quel che è e non voglio sembrare troppo ingeneroso. Comunque se fossimo su facebook non metterei nemmeno un “like”. Di fronte a certe esibizioni, come quella di Renga ad esempio, che inutilmente si sgola invocando la “Bellezza”, mi passa anche la voglia di novità e cerco rifugio volentieri nelle vecchie buone melodie italiche di una volta. Metto dunque nelle cuffie il solito Aleardo Bardi e mi consolo sapendo che anche questa: “passerà”.

Fonte: vivere italia

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