3. Specchio

Sfidare la narrativa dall’esilio: Un giovane siriano al Cairo

La stanza nella quale lavorano è scarsamente ammobiliata: dei computer e sei schermi appesi al muro, sempre accesi, qualche bric di succo di frutta per tenere l’energia alta. Nient’altro. Nel suo ‘centro operativo’ del Cairo un gruppo di attivisti siriani sta cercando di tenere alta l’ attenzione sulla situazione in Siria, trovare donatori, mandare attrezzature ai collaboratori che raccolgono informazioni all’interno del paese e divulgare i video e le foto che risultano, nonché coordinare il flusso di informazioni per mandare medicinali e altre beni necessari.
Hanno da poco cominciato a divulgare via Facebook notizie sulla situazione oltre che in inglese e arabo, anche in italiano e spagnolo (https://www.facebook.com/ANAItaliano; www.facebook.com/ANAEspanol) e presto sperano di fare altrettanto con altre lingue.

‘’Da poco ci siamo accorti della spaventosa scarsità di informazioni disponibili al lettore russo, in particolare. Ci troviamo davanti alla necessità di compensare un anno di disinformazione,’’ dice Rami Jarrah. ‘’Vogliamo trovare siriani che sanno parlare e scrivere russo, e anche qualcuno che parli cinese e/o persiano, che possano sfidare le falsità trasmesse dai media. E’ impellente informare i popoli di questi paesi che continuano ad appoggiare il regime siriano.’’

‘’L’interrogativo però è: adesso, dopo che tutti pensano che le cose siano andate in un certo modo, come raccontare i diversi sviluppi che ci hanno portati fin qui? Come smentire la narrativa creata da media controllati da stati che approfittano dai loro rapporti col regime siriano?’’

All’inizio le proteste erano pacifiche. Ma il regime ha cercato in tutti i modi di terrorizzare la gente. ‘’Hanno mandato filoni di pane con  all’interno delle lame nei quartieri alewiti e accusato i manifestanti, hanno cercato di convincere le minoranze che senza il regime ci sarebbero stati dei pogrom….,’’ lui dice. ‘’Hanno fatto fuori i militari che non hanno voluto sparare sulla gente. Hanno commesso delle atrocità, e continuano a comportarsi in modo sempre più disumano, con una perdita di vite giornaliera che è diventata intollerabile.’’

‘’All’inizio appoggiavo strenuamente l’opzione pacifica, ma ad un certo punto non se ne può più. Certo che ci coordiniamo col Free Syrian Army, come ci coordiniamo con gli altri gruppi che lavorano all’interno del paese, scambiamo informazioni in modo di poter risparmiare vite umane.’’

Jarrah parla col senso strategico richiesto dalla situazione, senza farsi prendere dalle emozioni. E’ svelto di pensiero, ascolta attentamente le domande, se non sa la risposta non esita di ammetterlo. Dimostra un’ammirevole umiltà e una genuina disponibilità a rispondere a qualsiasi quesito, almeno che quest’ultimo non richieda una risposta che potrebbe mettere altri in pericolo.

‘’So che per essere una rivoluzione pacifica, la cosa più sensata sarebbe semplicemente lasciare tante, tante persone morire fino a quando le cose inevitabilmente non cambino. Ma non è etico.’’

Inizialmente, lui voleva fare giornalismo. Duranti i suoi studi universitari al Dubai American University, decise di tornare nella sua terra natale per una visita, dopo un’infanzia e adolescenza passate in Gran Bretagna. Purtroppo quel sogno fu interrotto in modo brutale: le autorità siriane lo accusarono di essere una spia e di aver falsificato il suo passaporto con il risultato che ci sono volute tre anni per ‘’sistemare’’ le cose. Durante questo periodo non gli era permesso di lasciare il paese e ha dovuto rinunciare ai sogni di continuare gli studi di giornalismo. Però poi era comunque riuscito a costruirsi una vita “comoda” con un’attività d’import-export e a ventotto anni guadagnava discretamente, vivendo in modo abbastanza agiato.

Però, con l’avvio delle manifestazioni di protesta lui fu uno dei primi a coinvolgersi, scrivendo sotto lo pseudonimo Alexander Page. Partecipò alle proteste pacifiche, e iniziò a entusiasmarsi per i cambiamenti nel suo paese che finalmente sembravano possibili. Ha messo le sue abilità e conoscenze al servizio dei moti di cambiamento nel paese. È stato arrestato, ha subito quello che tanti subiscono ma è riuscito ad uscire. Poi le autorità hanno scoperto chi si nascondeva dietro il suo pseudonimo e ha dovuto lasciare il proprio paese in poche ore.
Rami Jarrah a Cairo. Foto: Shelly Kittleson
I raid delle ambasciate siriane in diverse parti del mondo sono iniziati proprio dal Cairo il 4 febbraio di quest’anno. Il video ripreso all’interno dell’ambasciata siriana nella capitale egiziana è impressionante: vetri che si frantumano, urla, rabbia, correre per le scale e poi fuori dell’edificio, il rumore di spari (secondo gli attivisti, agenti di sicurezza in borghese che prendevano di mira gli attivisti).

‘’Un’ambasciata dovrebbe agire nell’interesse dei cittadini di uno stato. Dovrebbe proteggerli, aiutarli. Invece è un luogo di terrore per molti siriani. Ho proprietà in Siria, ma assolutamente non posso andare a chiedere aiuto in ambasciata per venderle. Adesso sto vivendo con i soldi risparmiati dopo aver venduto alcuni miei oggetti personali e tutte le persone che lavorano con noi lo fanno per passione, con sacrifici. Ai donatori chiediamo soldi per medicine e videocamere, non per pagare i collaboratori.’’

Purtroppo uno degli ostacoli è quello del punto di vista ‘’anti-imperialista’’ di tanti che si proclamano ‘’di sinistra’’, nota Rami. ‘’Usano il termine in senso improprio.’’ Ma anche per questo – per far capire qual è veramente la situazione – è necessario che i video e le notizie vengano trasmessi, che si documenti e divulghi ciò che succede.

E quindi alla fine Rami si trova nel mondo del giornalismo, un ‘citizen journalist’, come si definisce egli stesso. Lo sta facendo a tempo pieno, correndo parecchi rischi.

Però, in ogni caso afferma che ‘’eravamo tutti stufi dalla Siria prima di quando questo è successo. Adesso invece ne siamo appassionati.’’

L’immigrazione a volte porta alla realizzazione dei sogni, altre volte a incubi terrificanti. Per Rami, in un certo senso, si potrebbe dire che abbia portato ad entrambi, intrecciati fra di loro.

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