1. Le parole sono importanti!

E se serve legittimare anche ciò che è legittimo… il velo in tribunale.

Lo scorso 14 ottobre, durante un’udienza, il presidente del collegio di Torino, Casalbore, di fronte ad una interprete musulmana (nominata dal pm) che indossava il Hijab (velo che copre la testa e lascia scoperto il volto delle donne rendendole riconoscibili) ha invitato la stessa a togliersi il velo in quanto in contrasto con l’obbligo di legge di assistere alle udienze a capo scoperto, citando gli articoli 471 e seguenti del codice di procedura penale.  La giovane interprete abbandonò l’aula rinunciando all’incarico, mortificata e violata nella sua libertà di espressione religiosa.

Premesso che, da non esperta ma con codice di procedura penale alla mano, non ho trovato un divieto di questo genere nella seconda parte dello stesso codice, guardando la parte seconda, il libro settimo, al titolo secondo e in particolare al capo I, ossia gli articoli dal 470 al 483 c.p.c..

Così deve esser stato per il Presidente del tribunale di Torino, Panzani che si è rivolto al CSM «ritenendo necessario dover rivolgere un quesito a codesto Consiglio Superiore, perché precisi a quali regole debba in concreto attenersi il magistrato che dirige l’udienza, sia civile che penale, onde poter fornire ai giudici del Tribunale indicazioni per una condotta uniforme e rispettosa dei diritti individuali della persona».

Si apprende dall’AGI che nella delibera approvata il 21 febbraio 2012, l’organo di autogoverno della Magistratura ha ricordato che l’articolo 19 della Costituzione «sancisce la libertà di professare liberamente e pubblicamente la propria fede religiosa con il solo limite della contrarietà della condotta al buon costume» e  che «deve essere garantito il pieno rispetto di quelle condotte che, senza recare turbamento al regolare e corretto svolgimento dell’udienza, costituiscono legittimo esercizio del diritto di professare il proprio culto, anche uniformandosi ai precetti che riguardano l’abbigliamento e altri segni esteriori». La delibera, scritta dai laici Guido Calvi e Annibale Marini, della sesta commissione, è stata approvata in plenum con 19 voti a favore e 4 astenuti.

Come già  riportava La Stampa il 15 Novembre 2011 intervistando il Presidente Panzani «Il rispetto dell’obbligo, formalmente sancito dal solo articolo 129 del codice di procedura civile, non è mai stato totale. Nessun magistrato ha mai chiesto ad una suora di togliersi il velo o ha preteso che gli appartenenti alla Forza Pubblica in servizio in udienza stessero senza cappello né che si scoprisse il capo, togliendosi la kippah, un ebreo ortodosso. Altri casi potrebbero essere citati, come quello di persona sottoposta a chemioterapia, che abbia perso i capelli e che per questo motivo si copra il capo o indossi una parrucca». Si seguito, aggiungeva lo stesso Panzani che «Nel riconoscere a tutti il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa, l’articolo 19 della Costituzione sembra estenderlo alle manifestazioni esteriori del proprio credo che, com’è noto, in molte religioni impongono l’obbligo di tenere il capo coperto in pubblico. Ne deriva che un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’articolo 129 suggerisce che l’obbligo di tenere il capo scoperto non sia assoluto, ma vada limitato a coloro che non abbiano una valida giustificazione di carattere religioso o per altra circostanza» e ancora «nessuno ha mai chiesto ad una suora di togliersi il velo».

Oggi tutto ciò sembra trovar conferma, ma la mia domanda è: può un giudice legittimare ciò che è già legittimo? Ovviamente si, ma quello che mi turba è il comportamento tenuto da Casalbore in qualità di presidente di un collegio giudicante. Si è forse posto la domanda se fosse “opportuno” che una donna velata presenziasse ad un’ udienza? Non voglio giudicare le sue intenzioni, ma vorrei  che si riflettesse sulle sue azioni. Se non altro anche alla luce dei principi del tanto criticato islam che certamente consentono alle donne di stare in giudizio e a testimoniare, senza badare al fatto se siano velate o meno.

Tutto sommato direi poco male, almeno ci si è chiariti le idee e grazie al Presidente del tribunale di Torino, Panzani, si definisce una volta per tutte che il velo non è ostentazione, non è imposizione, non è estraneo alla cultura italiana e che può essere naturalmente indossato coerentemente ai propri principi, senza contrastare con il principio della laicità, intesa, quest’ultima, come inclusiva delle religioni e delle culture e non esclusiva.

Questa è l’Italia dei diritti e della giustizia.

Fonti: Agi, La Stampa, Csm.

Ringrazio Reas Syed per aver controllato che non ci fossero strafalcioni “tecnici”!

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4 thoughts on “E se serve legittimare anche ciò che è legittimo… il velo in tribunale.

  1. E se fosse stata una suora? Anche le suore cattoliche portano il velo. Mi dispiace dover constatare una volta di più l’ignoranza della Legge da parte di chi dovrebbe difenderla, e la totale mancanza di rispetto per chi non si conforma alle aspettative e agli stereotipi dominanti!

  2. purtroppo queste cose succedono anche nella vita di tutti i giorni, per esempio quando ho preso la patente, la dipendente dell’ufficio non voleva accettare la mia richiesta per il foglio rosa perchè avevo le foto con il capo coperto. Peccato per lei che sapevo già che basta compilare un modulo in cui si dichiara che si porta il velo per motivi religiosi! In Italia ci sono diverse leggi che ci tutelano ma solo chi conosce bene la costituzione riesce a difendersi tutte le volte, ma mi chiedo perchè deve essere tutto così difficile quando le leggi sono fatte per rendere tutto più semplice!

  3. E’ inutile non vedere la “differenza”; il velo, in se stesso, marca nella sfera pubblica, una forte differenza. Indica una fede, una regola, una credenza, una pressione sociale, pubblicamente manifestata e pertanto considerate invasive, presso le altre culture. Non è un valore o un modo condiviso da nessuna altra forma culturale e religiosa.
    In Italia in Spagna in Francia crea disagio, non in quanto “pezzo di stoffa”, ma per il rituale complesso ed anche nevrotico con cui viene indossato; sottende valori e pensieri che vengono percepiti come profondamente diversi e pertanto minacciosi. Se non si parte dal vissuto e dalla percezione dei non mussulmani, non si comprende la resistenza, extra-legale al velo.

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