3. Specchio

Un biancore che acceca. Intervista a Mauro Valeri

Un contributo per la Stanza degli ospiti di Giusy Muzzopappa

“There Ain’t No Black in the Union Jack”, cantavano alcune tifoserie inglesi negli anni ’70 e ’80. Uno slogan che, come ci racconta il critico culturale anglo-caraibico Paul Gilroy nell’omonimo libro, condensava il corto circuito su cui si imperniava il disagio postcoloniale britannico scaturito dalla messa in discussione di quelli che si immaginavano i cardini della cultura inglese, che era tante cose, ma era soprattutto bianca e imperiale. Una messa in discussione che Gilroy attribuisce, in un altro suo libro (“After Empire”) alla “melancolia postcoloniale”, un misto di lutto mai del tutto elaborato per la perdita della supremazia imperiale e un’incapacità di accomodare nella contemporaneità i “frutti” di quella stessa supremazia, quei “Commonwealth migrants” che a partire dagli anni ’60 iniziarono a scegliere la Gran Bretagna come luogo in cui realizzare se stessi e le proprie aspettative. Frutti, per l’appunto, neri.
Anche alcune tifoserie italiane hanno scandito uno slogan simile quando i primi calciatori neri e italiani hanno cominciato a fare capolino nelle squadre di serie A, arrivando persino in nazionale. Quali sono le ragioni che determinano, nell’Italia di oggi, quello stesso corto circuito che Gilroy osservava (e osserva ancora) in Gran Bretagna? Un corto circuito che scatta nella mente di molti (non solo leghisti o neo/post fascisti, ma anche di tante persone più o meno rispettabili) quando ci si imbatte nella possibilità di avere italiani neri nel nostro paese? Perché di corto circuito si tratta, a mio avviso. Spogliando le varie posizioni contrarie alla riforma della legge sulla cittadinanza del loro carico ideologico, si arriva a un nocciolo duro che ancora si condensa attorno all’impossibilità, per gli italiani, di concepirsi altro che bianchi. Se la raccontano, questa storia, gli italiani: bianchi sono i principali eroi delle nostre varie epoche storiche (e pazienza se l’impero romano fu retto più volte da imperatori provenienti dalle provincie africane), bianca è la nostra religione (e pazienza se Cristo è nato in Palestina e molti padri della Chiesa, compreso Sant’Agostino, siano nati in Africa)… insomma, un biancore che ci raccontiamo, ma che andrebbe “sporcato” un po’, perché questo racconto si avvicini alla realtà. E’ quello che prova a fare, da diversi anni, Mauro Valeri, sociologo, psicoterapeuta ed esperto di razzismo e di discriminazioni, con le sue tante pubblicazioni dedicate a italiani neri le cui gesta si sono perse nelle pieghe della Storia con la “S” maiuscola (bianchissima anche quella) e al razzismo nel mondo dello sport e nel mondo del tifo. Ecco qualche riflessione che Mauro ha condiviso con A.L.M.A. su questi argomenti.

La prima cosa che vorrei chiederti riguarda i tuoi libri, e in particolare alcuni che hai dedicato a italiani neri, nei quali racconti, ad esempio, le storie di Leone Jacovacci e di Alessandro Sinigaglia, un pugile e un partigiano, italiani e neri. Da cosa è nato il tuo impulso a scavare tra le pieghe della Storia ufficiale, scegliendo di restituire al presente storie tralasciate e apparentemente marginali?

Ho sempre pensato che la memoria storica condizioni anche la cultura. Sono convinto che molte delle difficoltà che ancora oggi abbiamo nel dibattere su temi come l’immigrazione o la discriminazione dipendano dal fatto di volerci percepire come un popolo “monocolore”, composto cioè di persone dalla pelle bianca. Avere la pelle bianca viene percepito come essere “per natura” superiori, sotto diversi punti di vista, mentre il nero è Altro da noi. Invece la storia ci racconta un’Italia in cui le persone dalla pelle nera ci sono state e hanno contribuito, a loro modo, alla Storia, quella che consideriamo la nostra. Solo per restare nei primi cento anni dall’Unità d’Italia, possiamo ricordare il garibaldino nero Andrea Aguyar, i partigiani Alessandro Sinigaglia e Giorgio Marincola, il pugile Leone Jacovacci, campione europeo dei pesi medi nel 1928, o ancora Giacomo Puosi, olimpionico nel 1968, il musicista James Senese, l’attore teatrale Antonio Campobasso. O se vogliamo anche Bakhita, che è vissuta nei primi del Novecento, parlava in veneto e nel 2000 è divenuta santa. E poi ci sono i meticci che hanno combattuto nella Prima guerra mondiale. Tutte queste storie sono solo una parte di quell’Italia nera e meticcia che abbiamo voluto seppellire per raccontarci che siamo tutti bianchi. Era un’idea cara al fascismo, ma che trovo abbia avuto ripercussioni per molti decenni e che in parte resta ancora oggi. Non è casuale, ad esempio, che tra le migliaia di iniziative per l’Unità d’Italia non sia stato ricordato alcun italiano nero.

Oltre ad essere sociologo, tu sei anche psicoterapeuta, interessato in particolare agli aspetti psicologici delle discriminazioni basate sui tratti somatici. I processi di identificazione con eroi da ammirare ed emulare sono fondamentali nella crescita e nella maturazione di bambini e adolescenti: quali sono i corto circuiti emotivi a cui vanno incontro gli italiani neri confrontandosi con una società “biancocentrica” come quella italiana?

Secondo gran parte degli studi, i bambini e le bambine non avrebbero una particolare consapevolezza del proprio colore della pelle, che viene in genere acquisita a scuola, quando, per “colpa” di quel colore, possono diventare vittima di insulti. Insulti che trovano conferma nei media, così avari di esempi positivi non bianchi. Nel processo di crescita, l’identificazione passa anche attraverso i tratti somatici, e se a me che ho la pelle nera non viene proposto nessun modello positivo con cui identificarmi, anche da un punto di vista somatico, il mio processo di identificazione avrà, appunto, un cortocircuito. Certo, posso identificarmi con i miei genitori (cosa che però non può avvenire nel caso di bambini adottati da genitori bianchi), ma a volte non basta. Perché, ad esempio, sono immigrati e hanno una storia di sofferenze e di sconfitte che vorrei non fosse la mia. Così, in molti casi si determina quella che viene definita la sindrome di Biancaneve, ovvero il desiderio di diventare bianco/a, che può sfociare anche in comportamenti autolesionisti (ingurgitare candeggina o gesso, scartavetrare la propria pelle nella speranza di tirar via il nero, mangiare esclusivamente solo cibi “bianchi, e così via). Il “problema” è che il colore della pelle, a differenza di altri aspetti, non può essere cambiato.

“Black Italians”, etichetta ormai di moda, è anche il titolo di un libro che hai scritto nel 2006. Si parla di atleti neri in maglia azzurra, ed è uno dei diversi libri che hai scelto di dedicare al tema della razza e del razzismo nello sport. Come mai ha pensato di approfondire questo particolare aspetto del fenomeno del razzismo?

La scelta dello sport è stata per alcuni versi casuale. Anche se mi occupavo di immigrazione e di razzismo da studioso e docente, mi sono trovato in difficoltà quando un giorno mio figlio, meticcio, dopo aver subito un maltrattamento su un autobus per il colore della sua pelle, mi ha detto che voleva diventare bianco, perché aveva compreso che avere la pelle nera voleva dire rischiare di essere aggrediti. All’epoca aveva cinque anni. Quando ho cercato di spiegargli che il colore della pelle non dovrebbe contare, ho scoperto che in Italia era un argomento tanto declamato ma poco studiato e soprattutto non vi erano strumenti operativi. Ricordandomi che da ragazzino avrei voluto avere la pelle nera perché il mio idolo era Pelé, ho pensato che forse avrei potuto raccontargli la storia di neri che erano riusciti nella vita. Lo sport si presta molto a questi racconti edificanti, perché c’è tutto lo sforzo per raggiungere un obiettivo. E poi ci sono le vittorie.

In due parole, che idea ti sei fatto del perché proprio dopo gli ultimi anni di gestione del discorso sull’immigrazione da parte della destra e, in particolare, della Lega (con le relative derive xenofobe infiltratesi anche nel discorso ufficiale della politica) si è affermato parallelamente un discorso bipartisan sulla necessità di riformare la legge sulla cittadinanza italiana? Pensi ci siano dei legami tra questi due aspetti del modo in cui l’Italia fa i conti con la propria componente “non bianca”?

Il successo delle posizioni razziste è in gran parte dovuto alla mancanza di una vera riflessione critica sul nostro passato coloniale e su un razzismo antinero che è stato tra i più cruenti. In molti si sono illusi che, finito il fascismo, fossimo diventati automaticamente tutti antirazzisti. Un’illusione in perfetta sintonia con la vulgata “italiani brava gente”. E questo incide negativamente anche sull’attuale dibattito sulla riforma della legge sulla cittadinanza. Apparentemente sono tutti d’accordo, ma quando poi si tratta di passare ai fatti, vengono avanzate mille eccezioni che fanno restare le parole solo chiacchiere. Probabilmente c’è ancora molta paura degli italiani neri.

Ringraziando Mauro per la sua disponibilità, vi lasciamo con qualche spunto di lettura, che non fa mai male!

  • Paul Gilroy, There Ain’t No Black in the Union Jack. The Cultural Politics of Race and Nations, 1987, Routledge, London
  • Paul Gilroy, After Empire. Melancholia or Convivial Culture?, 2004, Routledge, London (tradotto in italiano da Meltemi con il titolo di Dopo l’impero, ma praticamente introvabile…)
  • Mauro Valeri, Black Italians. Atleti neri in maglia azzurra, 2006, Palombi
  • Mauro Valeri, Negro, ebreo, comunista. Alessandro Sinigaglia, vent’anni in lotta contro il fascismo, 2010, Odradek
  • Mauro Valeri, Nero di Roma. Storai di Leone Jacovacci, l’invincibile mulatto italico, 2008, Palombi
  • Mauro Valeri, Che razza di tifo. Dieci anni di razzismo nel calcio italiano, 2010, Donzelli
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