6. La posta dell'Alma

Casa mia è dove sono amato

Erano lì di fronte a me. Io li guardavo ma loro non mi vedevano. Non vedevano nessuno. I movimenti frenetici dell’atrio dell’Aeroporto di Fiumicino, affollato in quell’inizio agosto, gli scivolavano addosso come se fosse solo calda aria estiva. Quei due uomini, così diversi tra di loro, facevano l’amore in pubblico, senza vergogna. Quasi senza toccarsi, senza baciarsi… Ma quel loro sguardo era più esplicito di ogni carezza e di ogni bacio.

Mi è sempre piaciuto guardare la gente, studiarla, passarla allo scanner dalla testa ai piedi e cercare a indovinare chi si nasconde dietro l’aspetto, le movenze, i vestiti… l’aria che tutti ci diamo in pubblico. E per questo tipo di esercizio di “antropologia immaginaria” non c’è miglior posto delle hall degli aeroporti e delle grandi stazioni ferroviarie. Il campionario è sempre di grande varietà e la frenesia ambiente permette una osservazione in assoluta discrezione.

Quel giorno arrivai abbastanza presto in aeroporto per regalarmi qualche ora di osservazione. Mi misi a sedere, in attesa dell’apertura del Check-in per per Algeri, in un angolo abbastanza riparato ma con campo visivo sufficiente per tenere sotto controllo la zona senza essere facilmente reperibile.

Li notai sin dal loro arrivo vicino agli sportelli. Per prima fu solo uno di loro ad attirare la mia attenzione. Ho subito capito che non era algerino. Fisicamente lo poteva essere: piccolo, minuto, capelli ricci corvini, pelle leggermente scura. Ma per il modo molto “fashion” in cui era vestito, nonostante avesse visibilmente intorno ai cinquanta anni di età. Forse per i jeans attillati e slavati e che pur essendo un po’ strappati poco sopra il ginocchio dovevano costare almeno quattro mesi di stipendio di un impiegato algerino. Forse per la maglietta serigrafata con la faccia e il nome Janis Joplin. Forse per la giacchetta un po’ cortina che portava sopra o per la borsetta a tracolla in pelle morbida dietro la schiena. Forse per come si muoveva, o per gli orecchini ad ogni orecchio… Forse per tutto quanto insieme. Non lo so per quale motivo, ma quello algerino non lo era. Ne ero convinto.

Erano ancora gli ultimi anni della guerra civile e di stranieri in Algeria ci andavano pochissimi. E ogni volta che vedevo qualcuno prendere l’aereo per recarsi ad Algeri cercavo di immaginare che mestiere poteva portarlo verso quelle città così ostili? Cosa fa di così importante da portarlo in un paese in cui andrà a vivere rinchiuso dentro una fabbrica, una base di estrazione del petrolio o ancora peggio dentro un ufficio di rappresentanza diplomatica o commerciale? Ma subito dopo vidi arrivare l’altro. Interrompendo le mie speculazioni professionali sul primo, cominciai a studiare il nuovo arrivato.

Il “nuovo” invece era molto alto, molto bello, molto giovane e visibilmente molto algerino. Aveva quel tipo di “eleganza” che esibiscono i figli dei sobborghi di Algeri quando possono. Voluminose e vistose scarpe da basketball bianche, jeans nuovi fiamanti color denim scuro (assolutamente non slavato) e una maglietta bianconera della Juve. Il tutto con i marchi di fabbrica messi in bella vista. Spingeva un borsone gigantesco e una serie di borse, zainetti e sacchi di plastica accatastati su un carrello. Non poteva essere che algerino.

Il mio interesse per i due uomini crebbe ancora di più quando capì che erano insieme. Cosa poteva legare due personaggi così diversi tra di loro? Non tardarono a farmelo capire. Si misero a parlare, aspettando anche loro l’apertura degli sportelli. Il giovane appoggiato al suo carrello di fronte a me, l’altro mi dava la schiena ma un po’ di sbieco, in modo che riuscissi a vedere un po’ entrambi. Dal modo in cui si guardavano capì che quelli erano una coppia. Non lasciavano dubbio ad un fine osservatore della specie umana come me

Il più grande non smise di “maternare” l’altro, andando a comprargli cioccolatini e regali, acqua e cibo per il viaggio, chiedendogli mille volte se non aveva dimenticato nulla… e toccandolo in continuazione, ora per sistemargli il cordone della piccola borsetta dei documenti che aveva appesa al collo, ora per scompigliargli i capelli, ora per stringere dolcemente il suo braccio… Anche quando la zona si riempì di viaggiatori diretti ad Algeri e che il ragazzo cominciò a mostrare segni di imbarazzo.

In aereo, siccome avevamo fatto la registrazione uno dopo l’altro, mi ritrovai seduto insieme al ragazzo. L’altro non era del viaggio, l’aveva solo accompagnato. Chiacchierammo un po’ durante il tragitto. Mi disse di chiamarsi Rachid e mi confermò l’origine dai sobborghi della capitale. Era a Roma da pochi anni e lavorava come aiuto cuoco in una trattoria. Sognava di diventare chef, un giorno. A quel punto chiesi se il suo sogno fosse anche di tornare a casa per aprire un ristorante italiano.

– «No!» – mi rispose con tono deciso- «Non voglio più tornare. Casa mia è Roma!»

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