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Quando l’immigrata è grata

          Qualche giorno fa un “almino” (il blogger di Alma in gergo) ha postato un articolo assai serio e provocante(Quando vedo un immigrato intervistato io soffro ). Immediatamente mi è venuto in mente il serial degli orrori e degli indecorosi perbenismi vissuti frequentando le famigerate cene etniche che spopolavano nell’intera italica penisola negli anni ’90. Più gettonate nella parte nord, perché la vedo dura proporre un couscous in Sicilia come un qualcosa di etnico. Le organizzatrici degli eventi erano molto abili nel reclutare immigrate quasi mute, nel senso che in quegli anni, ma purtroppo capita anche oggi, non veniva in mente di approfondire, ad esempio, qualcosa sul femminismo islamico. Con questa breve invadenza non vorrei cascare in una noncuranza qualsiasi. Alcune militanze le rispetto, ma a volte facevano, e fanno ancora, un’esasperata gara a chi porta la più sfigata. Oggi alcune donne straniere si sentono usate, alcune sono saltate sul carrozzone del vincitore di turno; me ne vengono in mente alcune di entrambi gli schieramenti. Per par condicio. Ecco questa parola per me è stata la pozione magica per cercare l’equilibrio.

         Avevo scelto di partecipare passivamente. Mangiavo e basta. Soprattutto ascoltavo e osservavo. A volte avevo grossi mal di stomaco, perché alcune erano pessime cuoche. Tant’è che alla fine le classiche sbronze etniche hanno lasciato il posto a finger food molto global. Non so se sia un bene o un male. Perché per preparare un buon finger food devi essere un cuoco con i fiocchi, altrimenti… tutti dal kebabbaro.

A volte delle esasperate esposizioni per parlarci solamente addosso fanno male. Mi ha colpito recentemente il pensiero di una coordinatrice del movimento del 1 marzo, che ha confermato che ci sarà sempre un noi e un loro. Ecco, per questo lascio parlare le parole di Lila Abu-Lughod, una antropologa che sostiene: “La necessità di sfatare la retorica coloniale e missionaria secondo cui le donne musulmane necessitano di essere salvate”; e afferma che: “piuttosto che cercare di salvare (con l’atteggiamento di superiorità che ciò implica e le violenze che esso comporta) sarebbe meglio lavorare al loro fianco, riconoscendo le proprie responsabilità nella costruzione delle ingiustizie globali”.

Da tempo ho cominciato a ragionare come un immigrata grata. Senza rancore.

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One thought on “Quando l’immigrata è grata

  1. Mi e` piaciuto molto. “portare la piu` sfigata” e “alcune si sentono usate, altre ne approffittano”. Si capisce, che il mangiare, non ha distratto l`autore dall`essere una buona osservatrice. La vera tragedia delle cene etniche, pero`, e` quando capisci che non esistono i fan della zuppa alla barbabietola al di fuori dai confini dell`Ucraina 🙂

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