1. Le parole sono importanti!

“E adesa co’ fet?”

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La domanda che ti fanno è come si fa ad organizzare un festival come l’Ottobre Africano? Come si fa, da straniero, ad organizzare un festival in una realtà come quella di Parma? Qual è la formula magica, il trucco? Quale compromesso hai fatto? Adesso devo anche rispondere alla domanda: ora che si è dimesso il Sindaco e i suoi assessori (di solito dicono: adesso che si sono dimessi i tuoi amici) cosa farai? E con il nuovo sindaco? Mi viene da sorridere. Sono nove anni che organizziamo il festival. Nove anni che ogni anno siamo seduti nel garage di casa mia a parlare di Ottobre Africano, a parlare della tematica dell’anno, della programmazione, delle persone da invitare e delle cose da fare. Nove anni dove ogni giorno, per quasi sei mesi, lavoriamo senza nessuna certezza per cercare i fondi che servono ad organizzare un festival come il nostro. Nove anni con la stessa speranza, lo stesso ottimismo, la stessa positività. Nove anni ad organizzare degli eventi che a volte piacciono, a volte no. Eventi che qualche volta portano gente e a volte fanno fiasco. Malgrado le difficoltà enormi che incontriamo ogni anno non abbiamo mai pensato una volta di fermarci o di abbandonare l’organizzazione del festival. Organizzare un festival come l’Ottobre Africano vuole dire scrivere un progetto culturale, con una premessa, una presentazione degli obiettivi dell’evento, un preventivo e portarlo in Comune e/o in Provincia e dopo sperare. Sperare che qualcuno in Comune e/o in Provincia risponda. Aspettare ogni giorno una lettera, una chiamata, e ogni tanto passare a “salutare” in Comune e/o in Provincia, con il sorriso, chiedendo appuntamento con l’assessore di turno, cercando un incontro per difendere il tuo progetto. A volte sei fortunato e l’assessore di turno apprezza il progetto o forse apprezza come hai cercato di presentare il progetto o forse apprezza te; comunque decide di finanziare il progetto che hai presentato. A volte invece il tuo progetto non piace, non piace il tuo modo di presentare il progetto o non apprezza la persona che sei o pensa: visto che ha lavorato con gli altri, con noi no. Non si sa mai perché un responsabile politico accetta o rifiuta di dare un contributo ad un progetto o forse si sa, ma si cerca di non pensarci. Questa persona ha un tornaconto politico, una certa sensibilità verso certe tematiche o è dentro un partito che deve dare l’impressione di interessarsi e dare importanza alla cultura o all’immigrazione? E perché non ti finanzia? Perché non ha nessun tornaconto politico, non gli frega un bel niente di certe tematiche o il suo gruppo politico non ha nessun interesse a dare l’impressione di avere un riguardo per certe tematiche? Dunque bisogna sperare che il responsabile politico di riferimento abbia qualche interesse a dare una mano al tuo progetto. A volte si prega anche. Poi quando il progetto è finanziato, tu sai benissimo che poi qualcuno avrà voglia di metterci la faccia e di partecipare alla conferenza stampa, di essere presente agli eventi più importanti. É una cosa normale. Mia madre mi diceva che non puoi avere il burro e i soldi del burro. Quando vai al mercato, se vuoi comprare il burro, devi lasciare dei soldi alla cassa. É un compromesso. Il compromesso che fai per poter arrivare a certe situazioni. Il compromesso giusto o forse no. Dipende. Punti di vista. Comunque è un compromesso. Ogni anno è sempre stato così. Ogni anno abbiamo sempre sperato. Ogni anno abbiamo sempre fatto la stessa cosa: scrittura del progetto, presentazione del progetto, richiesta di appuntamento, speranza. Per questo festival ci abbiamo dato l’anima, quasi la vita, ci siamo impegnati per farlo vivere, esistere, essere. Abbiamo parlato con tutti, tutti quelli che volevano ascoltarci. Abbiamo cercato di coinvolgere le realtà associative del territorio, le comunità straniere, anche quelle non africane. Abbiamo cercato di lavorare con tutti. Abbiamo aperto la nostra porta e abbiamo sempre sperato che qualcuno venisse a bussare. Essere straniero e voler organizzare un evento come l’Ottobre Africano non è facile, a Parma poi.. ma noi ci siamo riusciti. Come matti, camminando nelle strade di questa città, parlando, ridendo, difendendo il nostro progetto; cercando comunque di mantenere la sua autonomia, la sua identità. Questo è nostro festival, è il festival della nostra città, il festival di Parma. Parma produce cultura? Ottobre Africano a Parma produce cultura. L’Ottobre Africano è un festival aperto.

Cleophas Adrien Dioma

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2 thoughts on ““E adesa co’ fet?”

  1. persino sui sopravvissuti di Auschwitz gravava il sospetto, al ritorno dai campi. quasi tutti, e soprattutto le donne, raccontano le domande insinuanti: perché ti sei salvata, cosa hai fatto per salvarti? sei stata una kapò? forse l’affermazione della vita mette in crisi qualcosa nell’accettazione mortifera dell’ordine costituito. molti auguri, per la vita della mente che portate a parma

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