1. Le parole sono importanti!

Un’altra storia

Un contributo per la Stanza degli ospiti di Francisca Rojas

“Lui è un poliziotto e io sono nessuno” Così si è espressa una delle donne vittima degli assoggettamenti e minacce sessuali da parte del poliziotto dell’ufficio immigrazione indagato. In atto una violenza di genere e una discriminazione razzista.

A pochi giorni di distanza dalla notizia delle lesioni e dei furti a tre migranti da parte di quattro poliziotti di Bologna, emerge l’accusa di concussione sessuale per uno dei poliziotti, assistente capo dell’ufficio immigrazione della Questura di Bologna. Tre sono le donne che, finora, risultano vittime di questo uomo, che le istigava, pare dal 2009, con minacce e messaggi ricattatori a fare sesso o ad offrirgli prestazioni d’indole sessuale per evitare intralci o interdizioni nel corso delle pratiche dei permessi di soggiorno.

Abuso di potere nei confronti di cittadini stranieri che si trovano ineffabilmente in una posizione di necessità e di dipendenza nei confronti di una macchina infernale, come quella della richiesta e del rilascio del permesso di soggiorno. Dove si presenta un senso di debolezza e di smarrimento di fronte alle leggi, non mai ben definite e sempre in vie di transizione e cambiamento, dettate dalla Bossi-Fini. Permessi che determinano il destino di una persona e spesso anche della sua famiglia. Sesso, quindi, in cambio di una pratica che in realtà dovrebbe essere il più chiara ed equa possibile ma che ormai è diventata sempre più complessa, onerosa quanto allo stesso tempo sempre più inadempienti gli uffici che dovrebbero, come minimo, rispettare i tempi di consegna dei permessi.

Non basta la dichiarazione da parte del Questore sugli sforzi per fare emergere la chiarezza e per individuare i colpevoli, né basta fare la celebrazione dei poliziotti onesti che compongono l’altra parte delle forze di Polizia che ha eseguito la detenzione e portato avanti le indagini sui poliziotti coinvolti nei casi di abuso. Paradossale retorica pari a quella degli immigrati buoni, che lavorano e pagano le tasse e quelli cattivi. Perché non basta? Perché il sistema di rilascio dei permessi di soggiorno, comprese le ultime riforme della Bossi- Fini sui requisiti per la richiesta della carta di soggiorno, sono basati su una ideologia politica che tecnicizza l’ampiamente riconosciuto razzismo culturale, politico e di conseguenza anche economico. Politica e prassi che ha sempre più determinato un intervento diretto di controllo sulla vita delle migliaia di emigrati che viviamo in questo Paese.

Non basta quindi alle autorità che impongono l’ordine la prassi ormai consolidata del rifiuto dell’accoglienza ai richiedenti asilo, nonostante i richiami di Bruxelles o degli enti di protezione internazionale?; le vessazioni interne ai Cie con i casi di violenza sessuale accertate, i morti per le cattive condizioni igienico-sanitarie e abitative, pari a quelle del degrado carcerario; gli ostacoli nel diritto di difesa e tutela dei detenuti, la impossibilità di mettersi in contatto con avvocati, stampa e mediatori?; le sanatorie truffe, il mancato diritto al recupero degli anni lavorati nella pensione dopo il rimpatrio?; i tanti giovani nati in Italia che al compimento del diciottesimo anno si ritrovano persino dentro un Cie o rimpatriati senza appello? Sembra non bastino mai le tecniche di segregazione che si mettono in moto in questa dimensione altra dove si legifera e si prendono decisioni che restringono vertiginosamente gli orizzonti di vita, a volte molto bassi, nella maggioranza dei casi guadagnati con anni e anni di lavoro e adattamento a una società in evidente crisi. Una società che vorremmo migliore ma che non riesce a uscire dai paradigmi di punizione e di repressione nei confronti dei più fragili elementi. Sistema esteso a gran parte della cittadinanza.

La lista delle decurtazioni di valore e di qualità sulla vita degli immigrati e immigrate purtroppo è molto lunga e lo diventa sempre di più. Già prima e ora durante la crisi economica che investe quasi tutti gli italiani la condizione degli stranieri qui, e forse in quasi tutta Europa, è la storia di un peso amaro da sostenere che si sconta sulla pelle, un contributo troppo alto per sopravvivere e portare avanti un progetto di vita.

Facendo un passo indietro consideriamo il fatto che il poliziotto indagato a Bologna sembra avesse anche l’incarico di accertare le condizioni per i permessi di soggiorno per matrimonio. Questo vuole dire, fra le altre cose, avere l’autorizzazione di irrompere, a scapito della privacy così sollecitata in altri ambiti, nella vita intima dei candidati al permesso. Molte volte queste pratiche sono respinte proprio perché i due coniugi in un determinato momento, senza un previo avviso del visitatore, possono non trovarsi sotto lo stesso tetto. Niente da fare, di casi come questi in cui si perdono i requisiti ce ne sono molti. Che dir si voglia, penso ci siano altre modalità meno invadenti e più rispettose della sfera personale e non sono sicura che questo tipo di verifiche possano tutelare, o nascano per farlo, il cittadino straniero dal rischio di essere sfruttato da un giro di malaffare, credo piuttosto che facciano parte del pacchetto di diffidenza e di razzismo che ormai fa parte dell’organizzazione dei governi, che sembra avere istituito una zona grigia di non cultura, non curanza, nemmeno di buone maniere, a confinare con pratiche nello specifico violente, nei confronti di quella umanità altra che siamo gli stranieri.

Perché se partiamo dal trattamento ricevuto in Questura per una pratica di routine fino a quello sui migranti nei centri di detenzione dopo gli sbarchi, il filo conduttore, fatte certo le eccezioni ben ricordate, è quello della negazione dei diritti e del ripetuto verificarsi di abusi di indole morale o fisica.

Perché una donna può accettare un ricatto del genere? Perché ha paura e perché il potere che esercita un uomo e per di più in divisa, che può decidere su un’espulsione o di respingere una pratica, determinare l’accettazione di un ricongiungimento o altro, è maggiore del potere del diritto comune a cui dovremmo poter attingere. Paura di un esercizio di maggiore violenza e timore per la propria incolumità, per la semplice disparità di posizioni di potere, viene da sé che il senso di pericolo e vulnerabilità impedisca di reagire tempestivamente in altro modo.

Sono forse crepe in un sistema che funziona? O si tratta piuttosto di un sistema che non ha un freno né lascia spazio per una riflessione che contempli margini più alti per quanto riguarda la giustizia e il valore della vita, o per una approfondita presa di coscienza in una società in cambiamento? Manca una rappresentanza politica che si impegni a non abbassare la guardia davanti a questi fatti e, molto prima che questi avvengano, a trovare linee che sanciscano una fine alle ingiustizie sociali e culturali. Non bastano quindi “gli anticorpi” come ha dichiarato il sindaco Merola a Bologna, volendo allontanare il paragone con i fatti della Uno Bianca. Non vorremmo abdicare al desiderio di una società più giusta e solidale, al desiderio di scrivere un’altra storia, ma la costante sensazione di vivere in un teatrino crudele e l’insicurezza del domani su questioni di vitale importanza ci fa dire basta. Non si può continuare a togliere dignità alle donne, ai rapporti umani, anche se molte volte sembra che sia proprio questa la parte lesa all’interno di una struttura di potere che fatti come questi ci ricordano quanto ormai sia disumanizzata.

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