3. Specchio

Una medaglia per Thierno… ma rimane “clandestino”

Scritto per Alma.Blog da Domenica Canchano

Thierno si era sporcato di fango e solo allora la sua identità era passata inosservata. Lo hanno perfino chiamato eroe. Perché quel fango non era del fango qualsiasi, ma quello dell’ultimo alluvione che ha colpito Genova, il 4 novembre scorso. Quel giorno il cielo era gonfio di pioggia, e il vento ululava forte che faceva sbattere le finestre. Era un giorno in cui il destino stava cercando i suoi protagonisti: eroi e mostri, vittime e carnefici. Thierno come tutte le altre mattine doveva lavorare. I suoi clienti lo aspettavano sotto il vecchio galeone ancorato nel porto di Genova, a Caricamento. A pochi passi da casa sua, nel centro storico. Con sé aveva un borsone pieno di giacche e borse, e nell’altra mano ombrelli di ogni misura. Quella giornata, pensò, era ideale per vendere ombrelli. “Mi sbagliai. Non riuscì a vendere niente” ricorda. La pioggia era sempre più violenta. Si rifugiò a casa assieme ai suoi quattro coinquilini. Poi, nelle prime ore del pomeriggio, Thierno, capì che la situazione nel centro della città era grave. Alcuni suoi amici vennero ad avvertirlo: “Mi dissero che di pioggia ne era caduta così tanta che le strade, i sottopassi e alcune case dei genovesi erano rimaste allagate. In Senegal piove ma la quantità è molto inferiore. Le nostre strade si allagano perché non c’è asfalto, ma poi la terra si asciuga. Qui è come se la terra non si potesse abbeverare”. Nessuno potrà dimenticare le immagini di devastazione e morte che lasciò l’alluvione del 4 novembre. Qualcuno la paragonò a quella dell’ottobre del 1970. Ennesima alluvione italiana, ma inaspettata per la sua violenza: 35 morti, decine di dispersi e feriti. Tutti la ricordano come “l’alluvione”, e per un aspetto particolarmente impressionante: il fango e il materiale trasportati. Ma sembra che le tragedie si ripetano. E non solo, anche il nostro è un comportamento ciclico, ripetitivo. Lo confermano le gesta dei giovani, ieri come oggi: innocente, ingenua, altruista, nobile. Il giorno dopo l’alluvione migliaia di ragazzi erano scesi in strada per aiutare gli altri. Per spalare, per spingere carriole piene di detriti, per soccorrere gli sfollati, per aiutare i negozianti a recuperare quel poco che era rimasto in piedi. Thierno era uno di loro, arrivato in strada tramite il passaparola. “Ci siamo organizzati tra di noi mandandoci messaggi o andando porta a porta dai ragazzi – racconta Thierno che i suoi 26 anni li ha compiuti a Genova – . Volevamo fare un gruppo e ci siamo riusciti: eravamo un centinaio e molti di noi come me, senza permesso di soggiorno”. In Senegal non c’è lavoro né per Thierno né per altri giovani laureati. Per questo un giorno di marzo di quattro anni fa decise di emigrare, ma nessuno gli aveva mai detto che per lui – emigrato dall’Africa con la pelle nera – sarebbe stato molto più dura. “Fare il venditore ambulante non è dignitoso. E’ lavorare in una prigione a cielo aperto”. In altri settori nessuno vuole assumerlo. Così, non è mai riuscito a regolarizzare la sua situazione e ottenere un permesso di soggiorno per vivere (tranquillamente) in Italia. “Questo sistema non è umano – spiega – . La terra è di nessuno. E nessuno si deve sentire straniero. Per questo vorrei essere come Cristoforo Colombo, per viaggiare dove voglio”. Qui a Genova, invece, è diventato un eroe, un “angelo del fango”, la “meglio gioventù”. “Ho fatto quello che qualunque cittadino avrebbe fatto per la sua città. Non chiamatelo eroismo è solidarietà umana”. Sono passati quattro mesi dalla catastrofe lasciata dall’alluvione: Genova è stata curata ripulita, lavata, e ricostruita. Ma la sorte di Thierno, e dei suoi amici, non è cambiata. “Non ho aiutato la città in cambio di qualcosa” dice. Confessa però che avrebbe voluto che la sensibilità dimostrata dai genovesi in quei giorni fosse durato più a lungo. “Il pregiudizio spesso appare dalle due parti – racconta – . Una amica pensava che noi africani viviamo sugli alberi. Io invece ho sempre pensato che i genovesi fossero delle persone chiuse. Con l’alluvione mi sono ricreduto. Penso che chiunque di noi ha i suoi tempi per capire, conoscersi. Ma quando hai di fronte un’occasione non bisognerebbe sprecarla”. Ma forse è troppo tardi. Thier non vuole più aspettare. Vuole solo tornarsene in Senegal, per incontrare la sua famiglia che non vede da quattro anni. E poi perché rimanere in un posto dove si sente un prigioniero con la medaglia?. “Non posso più vivere in questo modo. I controlli delle forze dell’ordine sono insostenibili, arrivano alle 4 del mattino, non sono più libero neanche a casa mia. Sanno che sono senza documenti e che sono costretto a vivere facendo il venditore ambulante. Vorrei non farlo più. Vorrei vivere senza scappare, senza aver paura, senza sentire i pregiudizi, senza un permesso di soggiorno. Vorrei vivere senza etichette. Il giorno dell’alluvione a nessuno importava se io ero di colore o avevo con me il permesso. Cosa è cambiato, o meglio perché non è cambiato qualcosa?”.

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