1. Le parole sono importanti!

Stabilità fragile a colpo di pistola: l’America

‘’E’ vero?’’

Foto: copyright Shelly Kittleson

‘’E se sì?’’

La macchina rallenta, lei lascia un attimo il volante e allunga la mano di scatto, apre la porta dal mio lato e mi spinge. ‘’Fuori!’’

‘’Ma….’’

Un altro spintone, questa volta infuriata, ed esco dalla macchina, mezzo spinta, mezzo cercando di non farmi male. E la macchina si allontana.

Eravamo nella città della fabbrica nella quale entrambi lavoravamo in quel periodo: io, diciottenne, per guadagnarmi i soldi per andare via da quel posto, lei da dieci anni e dove avrebbe lavorato fino a quando un attacco cardiaco non fece in modo che non potesse più. Lei, mia madre, aveva sentito da una sua collega che ero stata vista con un uomo, uno di quelli che veniva ogni giorno in pullman da Chicago. Un uomo ‘’di colore’’.

L’uccisione di Trayvon Martin è un incidente che è accaduto nel posto da dove provengo, sebbene disti tanti ma tanti kilometri dalla Florida.

Dove il diciasettenne è stato ucciso è un’America lontana da quella a cui si riferiscono gli italiani quando mi dicono ‘’ma che sei venuta a fare qui? Si sta tanto meglio in America. Sai, ho un cugino che è andato lì e ha fatto un sacco di soldi’’ o ‘’sono stata a New York per due settimane e mi sono innamorata del posto. Non vedo l’ora di tornare’’ con occhi che brillano e guardano sopra la tua testa, verso qualche punto lontano.

È l’America dove un poliziotto mi fermò per alta velocità a sedici anni, tornando a casa dopo aver lavorato fino alle 4 di notte in un tentativo disperato di risparmiare per l’università, nel paese coi costi universitari più alti del mondo. La mia reazione automatica di uscire della macchina usata di mia madre per implorargli di non farmi una multa o togliermi la patente e lo spintone che mi diede contro la macchina, il premere della sua pancia enorme contro il mio lato posteriore, urlandomi nell’orecchio che mi avrebbe potuto sparare. Che aveva ogni scusa per farlo, che quando un poliziotto viene ‘’tu stai tranquilla tranquilla. Fai esattamente come ti dice’’.

È l’America dove c’era sempre almeno un fucile o una pistola in casa. Dove si impara a sparare da piccoli. Dove c’è sempre paura dietro la porta. Dove la rabbia sfogata in atti violenti ti rende un uomo. Dove quelli che reclutano per l’esercito vanno nelle scuole, ti fanno firmare per scappare.

Ed è questa l’America dove un membro ( figlio di una donna ispanica e un padre bianca) del Neighbourhood Watch ha seguito e poi sparato un diciasettenne ragazzo nero che tornava a casa della fidanzata del padre in un ‘gated community’, uccidendolo con un solo colpo. Il primo, il ventottenne George Zimmerman, dice di essere stato attaccato dal giovane Trayvon Martin, e di aver agito per auto-difesa. Eppure le grida di aiuto registrate prima dallo sparo, erano del giovane. Quando ha allertato la polizia della presenza del giovane ‘estraneo’, Zimmerman fu ordinato di interrompere l’inseguimento. Non ascoltò. Inseguì il giovane, e ciò che è successo dopo è motivo di discussione. In ogni caso, ha sparato e il diciasettenne è morto. Ciò nondimeno, Zimmerman fu rilasciato dalla polizia la notte stessa, col procuratore che non diede ascolto alle ragioni fornite dall’investigatore principale, che invece non aveva creduto alla versione di Zimmerman.

Forse Zimmerman, che voleva diventare un giudice, pensava di fare ‘il suo dovere’. O forse era stato preso dall’entusiasmo quanto un kamikaze sicuro di agire per i suoi ‘valori’, o i seguaci della Lega che pensano di salvare ‘la stirpe nobile’. Chi sa. Stava seguendo un ladro, pensava, uno che minacciava la sua stabilità fragile per il semplice fatto di essere là, di essere sconosciuto in quella comunità. Pensava di fare un servizio importante.

Trayvon Martin, invece, voleva andare all’università. Stava tornando a casa della fidanzata di suo padre con degli snack comprati fuori dalla ‘comunità’, sotto la pioggia, con il cappuccio in testa.  Si era fermato sotto la pioggia, guardandosi intorno, magari meravigliandosi della bellezza della terra, sognando. O magari rimuginando su tutti i quei cartelli ‘’in vendita’’ dei negozi colpiti dalla crisi nella piccola città.  In ogni caso, c’era qualcuno che lo guardava da una finestra, e stava dicendo sul cellulare che ‘’c’è uno qui che va su e giù con fare sospetto.’’

L’America è un paese nel quale quasi un terzo della popolazione è stato arrestato prima dei 23 anni, e per quelli di colore è più probabile essere condannati di più e con meno prove. E ci sono tante indicazioni  di un trattamento razzista del caso: per citarne solo uno il corpo senza vita di Trayvon, il ragazzo nero ucciso, è stato testato per droghe e alcool, mentre Zimmerman, bianco e colui che ha ucciso, no.

Ed è un paese in cui una società di produzione di armamenti con una storia spaventosa alle spalle, la Lockheed Martin, ‘’sarà in assoluto il più grande beneficiario delle priorità di spese articolate dall’amministrazione Obama’’ (http://truth-out.org/news/item/8035-lockheed-the-ultimate-pay-to-play-contractor). Dove la ‘sicurezza’ è sempre più spesso gestita da privati, nonché carceri e centri di detenzioni.

Nel frattempo, dieci mila dollari sono stati offerti per la testa di Zimmerman dal gruppo ‘The New Black Panthers’’ (che coloro che erano le vere Pantere Nere guardano col disgusto). E una richiesta formale è stata fatto dalla madre di Trayvon per ottenere i diritti commerciali per l’uso degli slogan ‘’I Am Trayvon’’ and ‘’Justice for Trayvon’’.

Il razzismo ha giocato un ruolo virulento in questo caso, come in tanti altri – se non per l’atto stesso dell’inseguimento e del sospetto, o per il rilascio di Zimmerman contro il parere dell’investigatore principale, allora per la reazione di tanti alla notizia stessa.

Però quello che mi preme dire è che forse il razzismo non è la cosa più pericolosa in questo momento e che il proliferare di slogan anziché aiutare distrae: la più ampia cultura della violenza è il fattore più pericoloso. Il ‘diritto’ alla violenza, le pretese accettate per questa, e i soldi che derivano e rendono certi agiati e potenti – col vendere paure, armi e corpi altrui – e altri preda facile.

Annunci

One thought on “Stabilità fragile a colpo di pistola: l’America

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...