1. Le parole sono importanti!

Guerra in Mali. Rossella Urru dimenticata

Si è svolta nei giorni 2-3 aprile scorso a Roma un importante convegno dedicato al rapporto fra media e immigrazione, organizzato dall’Associazione Nazionale Stampa Interculturale e l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, con la presenza di ottimi studiosi e primari e Ong impegnate da anni sul fronte dell’intercultura, quale il Cospe.

Non ero presente a questo convegno ma lo immagino non molto diverso da altri centinaia di convegni e giornate di studi sul rapporto media immigrazione che si sono svolti in questi anni.

In questi anni si sono moltiplicate le carte e i protocolli deontologici in Italia ma nulla è cambiato nella sostanza: il mostro, specie se è un mostriciattolo esotico viene sbattuto in prima pagina senza alcun riguardo.

Da quando il quotidiano ascritto alla sinistra La Repubblica inaugurò la nuova stagione del razzismo sostenibile con la pubblicazione, il 7 maggio 2007, della lettera di un lettore in prima pagina, titolando a caratteri cubitali “Aiuto, sono di sinistra ma sto diventando razzista”, il trattamento riservato agli immigrati, dopo una serie di campagne anti qualche comunità, specie quella romena, le cose si sono assestate in un placido terreno dove, con qualche eccezione, i media di destra la sparano grossa mentre quelli di sinistra osservano un cauto politicamente corretto. Le recenti dichiarazioni di Roberto Maroni nelle quali affermava che la Lega Nord non è mai stata razzista e che le fracassanti dichiarazioni contro gli immigrati erano soltanto un’esca per attirare i voti, non ha suscitato alcun dibattito. Dibattito non sull’immigrazione ma sui media. Sulla natura incestuosa dei media con la politica in Italia.

I media italiani, a mio avviso, hanno perso tempo prezioso per aprirsi al mondo approfittando della presenza di alte professionalità – oltre al fatto che qualsiasi immigrato parla almeno due lingue – fra i giornalisti di origine straniera.

Quando arrivai 25 anni fa in Italia, rimasi molto colpito dell’assenza quasi totale del mondo nella stampa italiana. Le cose non sono migliorate con il tempo.

Un esempio clamoroso di questi giorni? Il Mali. Sono giorni che cerco disperatamente una notizia sul Mali nei media italiani in vano. C’è in atto una guerra, il nord del paese è occupato dalla guerriglia di Al-Qaida. Il gruppo terrorista Jamat tawhid wal jihad fi garbi Afriqqiya ha occupato oggi, 5 aprile, la città di Gao, fatto irruzione nella sede del consolato algerino e rapito il console e alcuni impiegati. Sui media italiani neanche una parola sul Mali.

Eppure qualche tempo fa si è parlato molto di questo paese in Italia e in particolare di questo gruppo terrorista perché è quello che ha rivendicato il rapimento di Rossella Urru, la cooperante italiana per la quale si è commossa l’Italia festeggiando nelle piazze il suo trentesimo compleanno, si sono mobilitati artisti, Fiorello ha mandato un tweet per la sua liberazione e Geppi Cucciari l’ha ricordata davanti a milioni di telespettatori dal palco di San Remo.

Ecco, forse è qui la risposta: l’ha detto la televisione! La parola magica Mali è stata pronunciata in televisione durante uno spettacolo canoro. Anche il nome di Rossella. Il giorno dopo i titoli dei giornali erano unanimi “Rossella libera”. Ecco forse è questo il punto: nel monologo collettivo bisogna uscire tutti con la stessa notizia. Oggi è la volta della famiglia Bossi. Domani forse qualcuno si ricorderà del Mali, della gente del Mali, della guerra nel Mali e che nel Mali forse Rossella Urru corre un serio pericolo. Per ora questa particolare notizia non vende.

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2 thoughts on “Guerra in Mali. Rossella Urru dimenticata

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