I pensieri del cammello

Il cappone

Il cappone non sa di essere cappone. Non sa perché sia tutto così buio intorno a lui. Così piccolo. Così ristretto. A lui basta la consapevolezza di essere al riparo delle intemperie. Che il futuro, benché incerto, si presenta scorrevole. Che il domani sarà, pressappoco, quello che è stato l’oggi. E l’ieri. E l’altro ieri ancora.

Il cappone è allevato a dovere fino alla fine dei suoi giorni. S’allarga senza sforzo. Per qualche strana diavoleria genetica, che lui non cerca di comprendere, insieme allo strato di grasso che fa più lucente il piumaggio sviluppa quella che gli intenditori definiscono “pelle d’oca”, che ignora cosa possa significare, ma che da quanto ha sentito dire renderà la sua struttura più tenera, più morbida, qualità che nel mondo dei capponi, corrisponde quasi a una medaglia al merito.

Al cappone è concesso di fare qualsiasi mestiere. Di svolgere tutte le attività del pollaio. Di modellare, sotto quella cresta rigogliosa, i sogni comuni a tutti i pennuti come lui.

Ogni tanto ci si perde. Si lascia andare in uno spazio sconosciuto che lo inghiottisce e gli toglie il fiato. E c’è allora come una sorta di felicità che lo percorre per intero, quella sensazione improvvisa di cui qualcuno, già molto vecchio e vicino alla fine, gli aveva parlato un giorno.

E quella pelle d’oca che gli prende tutto il corpo, fino agli occhi.

E’ allora che succede. Per qualche strano motivo, che non è mai riuscito a spiegarsi – che nessuno è mai riuscito a spiegargli – sente qualcosa che manca sulla punta dei suoi arti superiori. Una assenza. Qualcosa che c’era, una volta, che sente ancora attaccata al corpo. Una vocazione alle distanze, agli spazi infiniti, che gli fa sbattere le ali, quasi come se fosse sul punto di librarsi in volo.

Poi la fitta, che lo riporta a terra.

Poco più di un ricordo. Una sensazione, nascosta tra le piume del petto. Qualcosa che si ostina a rimandargli indietro una storia della quale lui non ne vuole più sapere. Qualcosa che tenta di parlargli di una vocazione di libertà tradita. Di quella falsa sensazione di sicurezza che gli è stata creata intorno. Del suo futuro a breve portata. Di quelle ali che avrebbero voluto portarlo lontano.
Di quella sua prepotente aspirazione di trascendenza, raschiata a sangue, un giorno di cui lui non ha più memoria.

Si rattrista allora. Per un istante gli scorrono davanti tutte quelle cose che avrebbe potuto vivere, realizzare, scegliere, cambiare.

Poi si guarda intorno. Il buio fitto gli impedisce di vedere i confini che lo circondano. Si scrolla i pensieri con un moto stizzito dei monconi, e si avvicina alle feritoie dalle quali tra poco butteranno dentro le cibarie e da dove filtra, impaurita, una luce che assomiglia al sole.

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