I pensieri del cammello

IO E IL MIO AMICO. Camminando nella notte

Proprio ieri sera, dopo un bel po’ di tempo che non ci si vedeva, ci siamo incontrati. Un bel po’ di tempo davvero. Eppure, so bene di aver rincontrato un amico. Il dono dell’amicizia era quello che ci eravamo scambiati. E non mi chiedo ora quando avverrà di nuovo, né mi preoccupa se dovrà trascorrere ancora un bel po’ di tempo. L’amicizia non ha tempi. Non ha scadenze. Non ha bisogno di quantità. Semplicemente è. Qualcosa di sottile. Profumo di pulito. Un’apertura.

Io e il mio amico, ieri sera, ci siamo permessi, con assoluta disinvoltura, di lasciare da parte le maschere. Gli ho raccontato dei miei abissi, mi ha raccontato dei suoi. Non avevo nessuna necessità di fingere o di apparire. Lui nemmeno. Il nostro conversare scorreva liscio e leggero. Ci capivamo. Non c’era vergogna nel dire: sento di aver toccato il fondo. Non c’era vergogna nel dire: sento di aver sbagliato. Di non aver trovato la mia strada. Non c’era vergogna nel rientrare a casa a piedi, poiché nessuno dei due ha la macchina. Era persino bello poter essere liberi dai condizionamenti della società, da ciò che si ha per far vedere, per non essere da meno. Non avevamo da spartire, il mio amico ed io, che confessioni. C’è qualcosa che è andato storto. C’è qualcosa che ho tralasciato. Ho paura. Mi sento debole. Sbagliato. Non credo più in me stesso. La vita mi sembra una minaccia. E condividerle, queste verità, che di solito si trattengono tra coloro che si chiamano amici, ma in realtà non lo sono, poiché non reggono la bruttura del vero, ha fatto bene ad entrambi.

Faceva freddo, noi camminavamo irrigiditi nei nostri giubbotti che lasciavano penetrare la frescura della mezzanotte passata, e neanche un cane s’incontrava per strada. Solo noi due, a piedi, avvolti nelle nostre sciarpe e nelle nostre preoccupazioni, e qualche macchina che sfrecciava nella notte desolata. Eppure ridevamo. Ridevamo delle nostre disgrazie. Le ascoltavamo, a vicenda, e poi quando il picco della scontentezza sembrava toccasse gli estremi, la ruota del nostro umore girava e sfociava in fragorose risate.

Chi, se non un amico, ti considererebbe tale anche se non avessi nessuna consolazione da offrirgli? Chi, se non un amico, ti considererebbe tale anche se le sue disgrazie ti facessero ridere? Chi, se non un amico, ti vedrebbe segnato dalle angosce e guarderebbe oltre? A chi, se non ad un amico, potresti dire che la penuria t’ha imbruttita senza sentirti in pena per questo?

Camminavamo, e parlavamo, e ridevamo, e provavamo persino compassione l’un per l’altra. Non ci era chiaro perché fossimo arrivati a tanto, né volevamo concludere che la nostra sofferenza fosse speciale. Né ci andava di accettare la staticità del nostro smarrimento. Ne vedevamo però le origini, lontane lontane, e ce ne confessavamo la stanchezza. Non c’era nessun ritegno nel confidarci ch’era da tanto che ci sentivamo affondare, e che, da attuali prospettive, le dinamiche delle nostre discese negli inferi sembrano come da copione. Non avevamo imbarazzi nel constatare che, anni addietro, quando fantasticavamo dei nostri futuri, mai ci saremmo sognati di ritrovarci laddove ci siamo ritrovati: ben lontani da qualsiasi sogno giovanile. Ben impantanati nei dubbi esistenziali. Con molti debiti nei confronti dei nostri progetti . Con ben pochi euro in tasca. Con ben poche certezze materiali. Nel bel mezzo di silenzi che avevano bisogno di essere spezzati. Per non soccombere. Per non perdere del tutto la fiducia in se stessi. Per tenderci una mano a vicenda mentre stiamo affondando. Mentre stiamo per essere ingoiati dalle sabbie mobili di tutto ciò che, per un motivo o altro, c’era andato storto.

Poi ci siamo congedati. Eravamo arrivati davanti alla casa della quale lui era ospite. Si sarebbe adagiato sulla sua brandina, e l’indomani sarebbe ripartito verso la cittadina amorfa dove aveva trovato un amorfo lavoretto, in attesa di un’auspicabile svolta. Io sarei proseguita per un altro pezzo a piedi, da sola, nel bel mezzo della notte, ma ormai non ne avevo paura.

Non ho più paura di camminare da sola in mezzo alla strada, mi terrorizza, piuttosto, camminare da sola lungo la vita. Dover fingere. Dover apparire. Non aver coraggio di dire: non ho, e non so cosa fare per avere. A lui, invece, l’ho detto. Da lui, questo, l’ho sentito. Accomunati per disgrazia, per insistente momento di negatività, per un ingripparsi della ruota che pare per noi si sia fermata in fondo e non riesca a ripartire. Ci siamo congedati auspicandoci che riparta. Almeno per uno, intanto. Almeno perché colui che si troverà a riemergere possa portarne la testimonianza all’altro, in attesa che la stessa lieta sorte tocchi pure a lui. A parte quest’augurio, il congedo è stato sobrio. L’amicizia non ha bisogno di solenni parole. Non ha bisogno di promesse che poi non verranno mantenute. Non ha bisogno di aspettative. Vive della sua bellezza, di una semplice linfa pura che sorge dai cuori aperti. Cuori senza maschere. Visi senza maschere. Con tutte le cicatrici, e tutte le macchie, e tutti i segni del tempo che, a volte, bastona.

Voglio che viva. E so che vivrà. Questo fiore, tenero e discreto, vedrà giornate di quiete, tempeste e sole, ma sarà sempre pura fragranza di un incontro tra anime. Senza effetti speciali, poiché speciale già lo è.

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