1. Le parole sono importanti!

Scrittori italiani (nati altrove)

L’ articolo Chiappe & Schiappe di Malih, in risposta al mio Scrittori migranti e scribacchini sedentari, apparso sul blog de Il Fatto Quotidiano, qualche giorno fa (e che ha sollevato un vespaio, a parer mio, degno di miglior causa), mi costringe a un’ulteriore replica e allo stesso tempo mi offre la possibilità di chiarire due o tre cose a me sembrate molto chiare ma che evidentemente tali non sono.

Tornando al vespaio di cui sopra, e all’articolo in questione, tranne qualche riga di apprezzamento, dai lettori del blog mi sono stati indirizzati strali di ogni sorta e provenienza.

Qualcuno ha detto che era noioso; convengo che senz’altro doveva esserlo, visto che in molti non sono andati al di là dell’incipit. Qualcun altro lo ha trovato fortemente reazionario, di conseguenza mi è stato dato del leghista e di voler prendere il posto vacante di Bossi. Sul momento mi è venuto da ridere. Poi, tornando a casa, a Como, trovai nella mia casella postale un modulo di tesseramento della Lega Lombarda, e, devo dire, cominciai a preoccuparmi.

Uno di loro ha riscontrato un errore davvero imperdonabile, il palleggio arbitrario tra un aggettivo dimostrativo: quegli, con un pronome: quelli. Trovo abbia sacrosanta ragione. E’ un’errore nel quale inciampo spesso, motivo per il quale dovrei stare più che attento. Uno che pretende di scrivere in italiano dovrebbe conoscere le regole di questa lingua. Altro non fosse che per stravolgerle.

Una lettrice mi ha frustato per il fatto di parlare male delle case editrici specializzate in “Scrittori Migranti”, dopo aver pubblicato dei libri con una di esse. Qualcuno mi disse una volta che bisogna scrivere di ciò che si conosce. Potrei dire che se parlo male di queste case editrici è proprio perché le ho conosciute di persona, e che se taccio sulla loro avventura sul mercato è soltanto per una questione di buon gusto.

La cosa che più mi ha colpito sono le tante dimostrazioni di apprezzamento arrivate da altrettanti scrittori. Tutte in via privata, però. Quasi in sussurro. Come se non si volesse svegliare il can che dorme.

Che in questo caso si è alzato in piedi risvegliando tutto l’armento. 

Tanto da poter dire, scomodando Don Chisciotte: Ladran, Sancho, señal que cabalgamos.

Risposta:

Caro Malih, al di là delle questioni di lana caprina – quella delle chiappe più o meno ingombranti, che tendono a inibire il volo, per intenderci – (avrei potuto parlare di neuroni, ma ho avuto paura di risultare troppo scurrile), credo che la ragione profonda sia molto più in superficie di quanto possiamo immaginare. Qui non si tratta di definirsi in termini nobilitanti o meno, ammesso che come dici tu l’uno lo sia e l’altro no. Come avevo scritto in un articolo precedente, trattante lo stesso argomento, io sono un migrante. Lo sarò a vita, e di questo ne vado fiero. Ma scrivo in italiano, perché vivo in italiano. In italiano mangio, cammino, lavoro, bestemmio, faccio l’amore, soffro e gioisco. Quando mi capita di fare le stesse cose in quella che una volta era la mia casa, cioè il Sudamerica, mi rendo conto che, mio malgrado, sto traducendo mentalmente. Credo succeda la stessa cosa a molta altra gente, a molti altri scrittori. Alcuni di loro nati qui, ma con un cognome o un colore della pelle non corrispondenti ai canoni locali di accettazione.
Definirmi scrittore italiano, così come mi definisco cittadino italiano, è un’assunzione di responsabilità. Nella quale credo ciecamente. Nella quale mi auguro in molti comincino a credere. Per uscire da una aberrazione tipicamente italiana. Quel recinto non riscontrabile negli altri paesi europei (parlo di letteratura), dove si giudica l’operato e non la provenienza. Quell’Inghilterra che assimila i malabarismi verbali di Tom Stoppard, per fare un esempio, nato in Cecoslovacchia, e li fa diventare propri, o la Francia di Ionesco, di Kundera, di Ben Jelloun, la Spagna di Onetti (e forse qualche altro migliaio di scrittori nati in altre latitudini), o l’Italia ancora in mentis dei di Apuleio (quello della metamorfosi, per intenderci), passato agli onori della classicità senza essere stato costretto a una distinzione di sorta, lui che proveniva dal Nord – Africa.
Assumersi le responsabilità significa farsi carico anche delle critiche. Sacrosante. Se siamo capaci di volare o se ci teniamo ben stretta la zavorra, e quindi annaspiamo, si vedrà strada facendo. Questione di culo, insomma.

Un abbraccio. Milton

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2 thoughts on “Scrittori italiani (nati altrove)

  1. Mi piace molto una frase di questo articolo: “io sono un migrante. Lo sarò a vita, e di questo ne vado fiero. Ma scrivo in italiano, perché vivo in italiano. In italiano mangio, cammino, lavoro, bestemmio, faccio l’amore, soffro e gioisco”. Non riesco nemmeno a commentarla, solo a dire che mi piace 🙂

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