1. Le parole sono importanti!

Makode Aj Linde, ovvero un groviglio da districare.

*il titolo del post riprende il sottotitolo del volume appena uscito Femministe a parole. Grovigli da districare a cura di Sabrina Marchetti, Jamila M.H Mascat e Vincenza Perilli (Ediesse)

Una piccola necessaria Introduzione al Minstrel show (per capire poi al meglio Makode Aj Linde)

I minstrel show erano spettacoli teatrali che si erano diffusi negli Stati Uniti a partire dal 1830. Sul palco gli attori danzavano, cantavano, facevano piroette e cercavano di indurre in tutti i modi lo spettatore a ridere a crepapelle. Però la caratteristica dei minstrel show era decisamente un’altra. A danzare, cantare e fare piroette erano all’inizio attori bianchi travestiti in blackface, ovvero tinti di nero col sughero bruciato (successivamente gli attori useranno anche cerone nero o lucido per scarpe). Gli attori erano tutti grottescamente abbigliati, con parrucche di lana in testa e trucco esagerato per aumentare il volume delle labbra. In questi spettacoli erano gli stereotipi a regnare. Il nero quindi era pigro, ladro, superstizioso, tontolone e (teniamolo sempre presente) brutto, se non addirittura deforme. Bocca grande, occhi a palla, espressione ebete. Questi spettacoli erano diffusi soprattutto nel Nord degli Stati Uniti ed ebbero origine dalla performance di un tedesco, tale Joahann Gottlieb Graupne che si annerì la faccia e cantò accompagnandosi con un banjo in una sorta di lamento che gli spettatori dell’epoca etichettarono subito come “negroide”.

I neri entrano così nell’immaginario wasp americano come esseri subumani, dei quali si poteva solo ridere. Dopo la guerra civile americana saranno moltissimi i neri a rappresentare se stessi nei minstrel show e anche loro al pari degli attori bianchi furono sottoposti al blackface, quindi parrucche di lana, labbra di un rosso esagerato, pelle annerita. In poche parole gli afroamericani cominciarono a parodiare se stessi, ma sempre nella cornice creata dai bianchi wasp. Una triste lista di personaggi si impose presto all’attenzione del pubblico statunitense. Tra un gioco di parole e un nonsense ecco affacciarsi dal palcoscenico il dandy ridicolo, la matrona nera (che avrà un’apoteosi cinematografica nella mummy di Via col vento), la seducente ragazza mulatta, lo schiavo tonto, il soldato che ritorna mesto dal campo di battaglia. Come ricordato prima anche i neri cominciarono a recitare nei minstrel. Questo fu vissuto all’interno della comunità afroamericana in modo ambivalente. Per gli attori neri fu di certo comodo, erano pagati per recitare e cantare, e grazie a questo evitavano di fare lavori servili ed umilianti. Ma molti nella comunità mal digerivano questa autoparodia. Lo scrittore afroamericano Frederick Douglass era disgustato da questi spettacoli e li considerava umilianti per la comunità. Però furono in molti gli afroamericani che amarono i minstrel. Certo riconoscevano lo stereotipo, ma riuscivano a trovare in questi spettacoli un qualche pregio (fosse anche solo per la musica). Alcuni studiosi oggi dopo attento studio sono arrivati alla conclusione che forse quando i neri si sono appropriati dei minstrel show, recitando essi stessi la caricatura, allora c’è stato una diversa traiettoria dello sguardo di chi guardava. Si rideva di se stessi, ma forse lo scopo era quello di ridere della società bianca che aveva prodotto uno spettacolo così caricaturale. Attraverso il minstrel e il blackface alcune compagnie nere ridevano della moralità bianca puritana in materia di sessualità e il loro reale comportamento promiscuo nella vita quotidiana. Il linguaggio poteva essere spinto, volgare e proprio per questo arrivare al nocciolo della verità, ma rimanere comunque innocuo perché in fondo era pur sempre un minstrel. Soprattutto a sud poi le compagnie afroamericane tiravano fuori aspetti ambigui dei wasp , soprattutto degli abolizionisti, che a parole erano contro la schiavitù e nei fatti perpetuavano comportamenti razzisti.

Però c’è da dire che furono poche le compagnie afroamericane che usarono il minstrel con quest’ottica. La maggiorparte delle compagnie si limitava a riproporre il repertorio classico. E non era raro assistere a veri e propri paradossi ossia attori afroamericani truccati da neri, attraverso la pratica del blackface, in teatri neri nei quartieri black della grande città.

Il minstrel show e il trucco blackface passarono poi successivamente al cinema hollywoodiano. Basti ricordare l’attore Al Johnson nel primo film sonoro della storia del cinema Il cantante di jazz o i personaggi neri nei film di Griffith. Furono in tanti ad usare, per un motivo o per un altro, il blackface. Da ricordare anche grandi nomi come quelli di Orson Welles o Judy Garland.

E ora Makode Aj Linde, ovvero un groviglio da districare.

 

Ho subito pensato al minstrel show quando ho visto l’installazione dell’artista afro-svedese Makode Aj Linde.

È stato chiesto all’artista di preparare un lavoro che potesse essere degno della celebrazione per il World Art Day.

Il 15 Aprile 2012 tutto era pronto.

Il party poteva avere inizio.

Si doveva celebrare e possibilmente alla grande.

Ed è qui che Lena Adelsohn Liljeroth, ministro della cultura svedese, viene immortalata dai fotografi presenti in sala mentre taglia energicamente un enorme torta al cioccolato. La torta ha una particolarità, rappresenta il busto di una donna nera. Il corpo della donna è deforme, ventre gonfio, seni cadenti. La torta-installazione rappresenta secondo la volontà dell’autore una donna infibulata. Infatti tagliata la prima fetta ci si accorge che dentro c’è un ripieno fuxia che simboleggia il sangue della vittima di mutilazioni dei genitali femminili. Il busto però ha anche una testa che spunta dal tavolo sui cui è adagiata l’installazione. La testa appartiene all’artista autore dell’opera, Makode Aj Linde appunto, che per l’occasione sfoggia un inquietante trucco blackface con tanto di parrucca lanosa, tranni somatici marcati, make up esagerato. L’artista è bene ricordarlo è afro-svedese e al pari degli attori afroamericani dei minstrel show si trasforma nella parodia di se stesso, anche lui come Bert Williams (l’unico afroamericano dei Ziegfield Follies) negli anni ’10 del XX secolo fa dello stereotipo una seconda pelle. La torta-installazione viene praticamente sbranata viva. Sono numerose le persone nella sala (tutte svedesi, tutte bianche) che al pari della ministro della cultura tagliano energicamente la torta per accaparrarsi una fetta. Si crea una sorta di gara di cannibalismo. Tutti vogliono un pezzetto di quel corpo. Vogliono tutti mutilare quella donna, tutti farle un po’ male. Ogni taglio è accompagnato dal lamento dell’artista. Makode Aj Linde grida, ulula, piange. Mette in atto la performance del dolore di una donna vittima di mutilazioni dei genitali. Intorno alla torta però si crea un’altra performance. La gente ride, scatta fotografie con il telefonino o come nel caso di Lena Adelsohn Liljeroth, ministro della cultura svedese, gioca. Infatti è lei la prima a tagliare la torta ed è sempre lei a mettere in bocca a Makode Aj Linde versione blackface un pezzetto della torta incriminata. L’atmosfera intorno alla torta è un po’ quella che si respirava durante gli spettacoli dei minstrel show. Il corpo nero è al centro della scena solo per far ridere. Il suo essere deforme non crea identificazione, in fondo è un corpo che sembra umano…ma non lo è veramente.

Non perché sia di cioccolato (badate bene!) e quindi commestibile, ma la sua valenza caricaturale permette alle persone dentro quella stanza di sentirsi superiori. Sono un po’ come gli spettatori degli zoo umani nelle esposizioni universali. Percepiscono la realtà attraverso le gerarchie. C’è chi guarda fuori dalla gabbia e chi è in gabbia e non può far altro che essere guardato; se non addirittura cannibalizzato da un sistema occidentale violento che negava a tanti la patente di umanità.

L’atmosfera nella stanza della torta infibulata si fa sempre più surreale.

Quindi brindisi, champagne e in un battibaleno le foto sono su facebook e twitter. Ed è proprio sul social network che Makode Aj Linde pubblica una foto della torta, interessante sarà il commento che l’artista scrive per l’occasione. Pare infatti che Lena Adelsohn Liljeroth abbia sussurrato all’orecchio di Makode Aj Linde un “la tua vita sarà migliore dopo questo”. Si scherza insomma e in qualche modo c’è un gioco della seduzione (o del business?) che entra prepotentemente nella faccenda.

Naturalmente questa torta-installazione non è passata inosservata.

Le prime a reagire sono state le donne della diaspora africana in Svezia. La portavoce Kitimbwa Sabuni ha denunciato il razzismo insito nell’opera e il grave “insulto” verso il dolore delle donne vittime di mutilazione in tutto il mondo. Intellettuali in ogni angolo della terra, dall’Africa al Sudamerica, si sono pronunciati sulla torta. La poetessa kenyana-indiana Shailja Patel ha denunciato non solo il razzismo, ma anche il sessismo dell’opera. Mentre lo scrittore, sempre del Kenya, Binyavanga Wainaina ha mandato letteralmente a quel paese l’autore e la sua opera. La torta ha provocato reazioni forti. Emozioni radicali.

Non voglio giustificare l’autore, non è mia intenzione.

Voglio solo capire. Analizzare. Mettere in discussione.

La torta, a mio parere, non è facilmente liquidabile con parole come razzismo e sessismo. Certamente è disgustosa e come ben ha detto il mio amico scrittore Karim Metref “più che una donna vittima di mutilazioni, sembra il busto di chi ha perso le gambe a causa di una mina antiuomo”. La torta di Makode Aj Linde rimanda ad un immaginario violento. Quel fuxia che fa da ripieno è troppo simile al sangue per poter essere liquidato. Inoltre il trucco blackface disturba. Io donna nera che mi pongo davanti ad uno spettacolo del genere faccio fatica ad essere obiettiva. Lo spettacolo è orripilante. Non so se mi disturba più la forma della torta (soprattutto il ripieno fuxia) o la gente intorno che ride e scherza come se niente fosse. Dopotutto sapevano che era una donna vittima di mutilazione, allora perché è saltata la regola del rispetto? Perchè ridono tutti? Sono sicura che se invece di una torta al cioccolato l’artista avesse fatto una scultura di marmo con tratti somatici non caricaturali, l’effetto sarebbe stato opposto. Nella stanza sarebbe regnato il silenzio e la gente non avrebbe né riso né scattato foto. Forse, mi chiedo, quelle persone fanno parte della performance non sapendolo? O il tutto è stato solo frutto della casualità? Tutto mi mette in crisi in questa storia. Non riesco a capire se l’autore ha voluto davvero lavorare con la percezione dello stereotipo o se è semplicemente un gran furbo che ha trovato un modo geniale per farsi pubblicità. Dopotutto chi era Makode Aj Linde prima di questa performance?

Un signor nessuno, di persone come lui se ne trovano a pacchi per le vie del quartiere Kreuzberg di Berlino. È solo questo allora? Solo business? Solo la dura legge del mercato artistico? O forse c’è di più?

Mi chiedo: vale forse la pena di approfondire? O lascio perdere?

Per curiosità comincio ad indagare. Divento un segugio o forse una ficcanaso. Guardo le sue opere, sbircio nella sua bacheca facebook e mi accorgo che il trucco blackface domina su tutto. Il suo lavoro si chiama Afromantics e praticamente consiste nel fornire di trucco blackface personaggi popolari connessi all’essere bianco, quindi si va dalla Statua della Libertà a Robocop passando per Beethoven. Tutti con occhi a palla di colore bianco, pelle annerita, labbra debordanti. L’artista inquadra questo suo lavoro in una lotta contro gli stereotipi etnici, esagerando cerca di far vedere -almeno questo dice lui- come di fatto gli stereotipi non siano spariti nella cultura occidentale. Il discorso sembra filare, Makode Aj Linde, dice che oggi le forme di razzismo sono più sottili e raffinate, ma di fatto niente è cambiato dai tempi del minstrel show. Scorro le immagini e anche queste mi disturbano parecchio. Non sono molto convinta della spiegazione dell’artista. Ma non voglio giudicare così su due piedi. Allora mi metto a caccia su internet di qualche nota biografica, qualche intervista che mi possa illuminare la personalità dell’autore. In una concessa al New York Times Makode Aj Lindeparla delle sue origini. L’artista dice di essere figlio di una donna svedese e di un uomo “West African”. Non specifica il paese del padre, quasi non fosse attaccato alla figura paterna e alla blackness da lui trasmessa. Nel definirsi Makode sembra confuso. Forse,la sua è una posizione difficile? Sembra un po’ come quelli che devono per necessità abbandonare la propria identità per adottarne un’altra fittizia. Gente che ha interiorizzato un pregiudizio e che per conseguenza fan propri atteggiamenti discriminatori del gruppo dominante al quale smaniano di appartenere. Basti pensare agli ebrei in Spagna nel quindicesimo secolo. Dovevano professarsi davanti al mondo cristianos viejos, per non incorrere nelle grinfie della Santa Inquisizione (gli ebrei infatti furono espulsi dalla Spagna nel 1492 e chi vi rimaneva doveva per forza convertirsi al cattolicesimo), ma nel segreto del proprio focolare si poteva professare la religione originale, naturalmente prendendo numerose precauzioni. Quindi mi chiedo se Makode Aj Linde per essere accettato dalla bianchissima e biondissima società svedese non abbia fatto uno sforzo simile a quello degli ebrei del XV secolo. Forse il suo lavoro, con quei volti deformi, è solo la prova del suo dolore. Un po’ come il già ricordato Bert Williams che passerà alla storia come uno degli artisti più pagati della Ziegfeld. Di lui l’attore W.C. Fields (famoso per aver interpretato il personaggio di un misogino tracagnotto dal naso perennemente rosso) diceva che era “l’uomo più divertente che io abbia mai visto – e l’uomo più triste che io abbia mai conosciuto.” Questa frase è in un certo senso è sovrapponibile anche a Makode Aj Linde.

Il suo è un dolore vero, mi chiedo, o un dolore costruito a tavolino?

E poi come la mettiamo con l’accusa di sessismo?

La torta di Makode Aj Linde è di fatto un’appropriazione del corpo di una donna nera. E non un corpo qualsiasi, ma di una donna che ha subito una violenza inaudita. Un uomo che si fa donna, per divertire, stupire, disgustare, fare male. L’obiezione legittima che si può fare all’artista in questo caso è facile: come si è permesso, lui uomo, di entrare abusivamente in un corpo che non gli appartiene?

Ma anche qui la biografia di Makode Aj Linde confonde. Forse l’artista si pone fuori dalla divisione binaria uomo-donna. Lui è un uomo certo, ma si sente anche donna perchè la sua presenza scenica va oltre il genere.

Andare oltre il genere può essere fonte di dolore, ma anche di riflessione. Può l’identità sessuale essere una delle cause di questa identificazione con una donna infibulata?

Tesi affascinante, ma sarà proprio così? Forse il tutto può essere legato semplicemente al mercato che domina le nostre vite, chissà.

La storia della torta di Makode Aj Linde ricorda molto da vicino la trama del film Bamboozled (2000) del regista afroamericano Spike Lee.

Il protagonista del film tale Pierre Delacroix è l’unico nero in uno studio dove tutti i suoi colleghi sono bianchi. Delacroix è ambizioso, vuole emergere. Ed è lì, in un momento delicato per il network, che si inventa uno show dai toni razzisti che si ispira direttamente ai minstrel show. Vengono ingaggiati due ballerini neri di tip tap e vengono di fatto truccati come nella migliore tradizione del minstrel. Lo show ha un successo clamoroso. Naturalmente si levano delle voci critiche, a partire dalla segretaria personale di Delacroix sono in tanti ad essere disgustati da questa pietosa messinscena. Saranno poi dei cantanti rap, i mau mau, a vendicarsi dell’ambizione di Delacroix.

Allora chi è Makode Aj Linde? Un furbo Delacroix, ambizioso, in cerca di potere e soldi? Uno che semplicemente fa il suo lavoro come Bert Williams e soffre nel farlo? O in lui c’è una denuncia reale degli stereotipi razzisti e sessisti della società occidentale (e svedese in particolare)?

Chi sei Makode Aj Linde?

Non so rispondere.


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7 thoughts on “Makode Aj Linde, ovvero un groviglio da districare.

  1. La serie di domande poste da Igiaba sull’identità dell’artista rappresentano, in qualche modo degli ingridienti per una risposta: l’identità è una federazione di sè e di coseguenza diventa un crogiolo anche di contraddizioni! Ciò vale per “l’identità” in condizioni di “normalità” quindi non è difficile immaginare cosa le implicazioni sull’identità esercitate dall’esilio, dallla migrazioni, dagli intrecci e soprattutto dalll’asimmetria che caraterizza le relazioni tra modelli vincenti e soggettività subalterne.
    Infine rigrazio Igiaba per questo istruttivo intervento.

  2. Premesso che non sono un grande fan del “muticulturalismo”, non sono di quelli che vanno in giro a cantare “che bello che bello! la diversità è ricchezza!”. La multiculturalità forzata -perché è forzata, la gente non si sta mescolando per il piacere di stare insieme- che viviamo in questi nostri giorni ha i suoi pregi e difetti come ogni cosa. E non la si può definire come bellissima come fanno molti multiculturalisti nè la peggiore cosa che possa succedere, come la definisce l’ondata crescente di estrema destra europea. E’ un fenomeno legato al capitalismo trionfante, alla globalizzazione dell’economie, al saccheggio dell’Africa e dell’Asia da colonialismo prima e dal neocolonialismo dopo. Quindi non c’è niente di “che bello che bello.”
    Questa premessa per dire che a me sembra che ci sia, soprattutto in ambienti di sinistra molto chic e poco radical, antirazzisti per tradizione ma non per impegno, femministi perché si fa così, intrappolati in slogan e parole d’ordine che non cambiano dal maggio del 1968… Mi sembra che ci sia là una nuova tendenza, quella di giustificare la serpeggiante entrata in vigore di un certo razzismo di sinistra (ricordatevi: “aiuto voto a sinistra ma sto diventando razzista”, e le tirate anti-romene di un Veltroni in piena campagna elettorale) facendo un uso molto semplificatore e accusatorio di argomenti molto complessi come la questione del diritto delle donne nel mondo islamico, la questione del velo in occidente, le mutilazioni genitali in Africa, i matrimoni forzati, il femminicidio pre e post natale in Asia…
    Su questi argomenti si costruiscono carriere artistiche, giornalistiche, universitarie, politiche… Basta scegliersi uno dei tanti flagelli che colpiscono il terzo mondo. Preferibilmente se tocca i paesi islamici. E in questo senso, le mutilazioni genitali furono tirate in ballo in modo molto forte perché si credeva all’inizio fosse una usanza islamica. Poi si scoprì che in tutta l’Africa orientale e in una parte dell’Asia occidentale (Kurdistan in modo particolare), la pratica è trasversale a tutte le religioni e ha origini molto più vecchie dell’Islam. Preferibilmente se non è una pratica confinata nei remoti paesini dell’entroterra d qualche altro continente ma se è arrivato nelle periferie povere della ricca, prospera e libera società occidentale. Scegliete uno di questi temi. Fate una inchiesta veloce. Pubblicate un libro. Organizzate un convegno con un titolo altisonante, tipo: Mutilazioni genitali e società dei diritti. Invita una Hirsi Ali o una Suad Sbai (per dare esempi molto conosciuti, ma se ne trovano tante ma tante altri/e) che viene a confermare effettivamente che le nostre società sono barbare e che l’occidente in effetti deve continuare la sua opera civilizzatrice. E il gioco è fatto. Eccoti promossa grande sacerdotessa del femminismo da salotto buono.
    E’ un po’ in questa tendenza che iscriverei l’intervento di questo artista. Lanciare all’occidente un immagine così brutta del “terzo mondo” che non può che confermare la bellezza dell’autobattezzato “primo mondo”. E in questi tempi di ritorni di fiamma anti-multiculturaliste anche negli ambienti radical chic, è sicuramente una ricetta vincente per promuoversi. Soprattutto se di origini appartieni proprio a quella società che dipingi con tratti così caricaturale.
    Vorrei proprio vedere se i commensali di quel banchetto avrebbero trovato qualcosa da ridere se al menù ci fosse una bella signora con treccine biondissime e occhi azzurri invece di quella “negracia”.

    • Caro Karim, capisco la tua reazione contro la strumentalizzazione di questi temi e direi di queste realta’ e capisco anche la tua definizione provocatoria “ambienti di sinistra molto chic” ma ti chiedo che cosa suggerisci? Che si scriva di cucina, arredamento e come fanno sesso gli insetti?

      • Tra l’ignorare le questioni importanti e la loro spettacolarizzazione, c’è qualcosa che si chiama lavorare seriamente, sul lungo periodo, pazientemente, attaccando i problemi alla base, cercando di capire le cause e cercare rimedi costruiti insieme ai primi interessati.
        Vedi, se vai a leggere quello che dicevo in una lettera a Santoro (http://karim-metref.over-blog.org/article-30730188.html) qualche anno fa, mettersi a spettacolarizzare i fenomeni e esporre alla pubblica gogna tutto un gruppo culturale serve soltanto a farlo rinchiudere su stesso come una cozza.
        Ma dipende ovviamente a che scopo si scrive. Se si vuole solo promuovere la propria persona, fare carriera e vendere qualche libro in più o mettersi la coscienza a posto, così è perfetto non dobbiamo cambiare nulla.

  3. Mi piace il cioccolato. Ma sinceramente non mi sarei nemmeno avvicinata a questa installazione. E’ vero quello che dice Karim Metref: somiglia a qualcuno devastato da una mina antiuomo. Igiaba ha fatto bene ad indagare sull’autore, ma non ce ne ha fornito comprensione… sembra un atto folle, questo ridanciano banchetto. Penso che il fatto che rappresenti un essere umano biondo o nero cambi poco… quando manca il rispetto e si oggettifica e banalizza quello che invece dovrebbe suscitare compassione o shock.

  4. Infatti secondo me l’installazione è orrenda e non posso darti una risposta sull’autore o la sua opera. Io mi sono posta degli interrogativi e ancora me li sto ponendo. Comunque questo signore è un cortocircuito….non so se lo ha fatto per soldi o per stupire, sta di fatto che facendo una cosa del genere ha negato parte di se stesso. In un certo senso si lega molto alla tradizione del minstrel. Quindi questo articolo per me è l’inizio di una riflessione più grande. E meno male che non ho compreso….il vero sapere non è dare risposte (quella è la dittatura), ma porsi domande. Io Alma lo vivo così, come uno spazio aperto di confronto e di domande. Uno spazio dove la condivisione e l’interazione tra noi possa essere proficua.

  5. Viene davvero il dubbio che la reazione dei convenuti sia parte dell’istallazione. Io credo che le risposte siano ambivalenti. Una reazione del genere non è molto lontana da quello che è il reale atteggiamento nei confronti della gente di colore. Il mondo dell’arte è troppo soggetto alla seduzione di gloria, denaro e potere. Oltre tutto tirare in ballo argomenti come l’infibulazione (che in questo caso anche a me dà più l’idea di una mutilazione da mina), è più semplice che trasporre artisticamente il senso di smarrimento che si ha quando la propria radice è in tutt’altro luogo geografico sebbene da generazioni. Raccontare l’orrore del non sentirsi nè qua nè là è complesso: lo dimostra il disagio a collocare geograficamente la provenienza dei propri padri.
    A questo punto mi pongo una domanda: in un altro luogo che non fosse la Svezia, un’istallazione del genere (prendendo per buono che la reazione sia autentica), sarebbe stata la stessa?

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