4. Espressioni

Confidenza di una donna di pulizie

E pensare che io, all’inizio, non ti notavo neanche. Sapevo che eri uno scrittore abbastanza conosciuto in questa zona e cercavi di fare i primi passi nella piccola editoria.

Per me, però, eri soltanto un datore di lavoro. Per di più, di un lavoro occasionale. Dovevo, soltanto, venire ogni tanto nel tuo ufficio che si trovava presso la tua abitazione e controllare le copertine dei tuoi libri stampati in prova, o spedire alla stamperia i file dei libri impaginati. Dovevo fare anche altri lavoretti di routine che mi toccava fare (diciamo) per contratto: lavare i pavimenti, sistemare l’aiola d’avanti alla porta dell’ingresso, tirare via le ragnatele con l’aspirapolvere e… chiacchierare con Maria. L’ultimo non entrava nei miei doveri, ma capitava per forza del destino. Lei era tua moglie. E mi capitava nei momenti più inopportuni: quando dovevo abbassarmi sotto la scrivania per battagliare contro la polvere settimanale, o quando dovevo pulire il water infilando dentro la mano vestita da un guanto alto di lattice, per pulire le incrostazioni che non volevano proprio andare via. Neanche con l’anti-calcare. Lei arrivava dietro le spalle con sempre la stessa domanda: “Allora?”

Io, proseguendo il mio lavoro, rispondevo sempre nello stesso modo, che tutto bene.

Poi, arrivavi tu e mi chiedevi se mi erano piaciute le ultime bozze sulle quali avevi lavorato ed io, con tutta mia spontaneità, ti dicevo tutto quello che pensavo. E, stranamente, tu eri sempre d’accordo con me. Poi, facevi le tue telefonate, spedivi e-mail e di nuovo sparivi.

Intanto, di nuovo, appariva Maria, per lamentarsi che eri sempre in giro e che le pubbliche relazioni non pagano un corno. Sbirciava i fogli accantonati all’angolo del tavolo, lasciando tutto in modo disordinato e sbuffava sotto il naso qualcosa di poco comprensibile. Parlava un dialetto suo, un dialetto a me completamente sconosciuto:

Poesie…, poesie…, sempre poesie. Un romanzo? No! Almeno un racconto, qualcosa di decente, qualcosa che fa vendere.

A volte dietro di lei appariva un ragazzino, quattro-cinque anni, con i riccioli neri e gli occhi nocciola, vigili e curiosi. Appena sua madre si girava – metteva a posto i fogli sulla libreria con la voglia evidente di accontentare il papà quando sarebbe tornato. Ogni tanto Maria lo ‘beccava’ e senza nessuno riguardo verso la mia presenza, ma neanche quella del figlio, faceva un commento:

Tale padre, tale figlio, – facendo il gesto in una direzione senza direzione.

E poi, di nuovo tornavi tu. Passavi dalla porta dell’ufficio ed entravi nella tua abitazione da dove, quasi subito, partivano grida femminili poco commentabili.

Ti ero grata, davvero, per quella fiducia che mi davi ‘confidandomi’ un lavoro così importante come l’impostazione di un libro. Mi hai insegnato tu, mesi dopo mesi, con calma, a fare questo lavoro scrupoloso che mi piaceva così tanto. E, pur di esserti utile, avevo accettato il lavoro delle pulizie per non pesarti economicamente e per avere quel pezzo di carta che si chiama ‘Permesso di soggiorno’.

Così, dopo aver lavato per terra, mi mettevo al computer per sistemare le impaginazioni.

Tu rientravi nell’ufficio rosso per la vergogna di essere stata, io, la testimone di una scenata avvenuta dall’altro lato del muro.

– Mi dispiace, – dicevo soltanto.

Un po’ assente, facevi finta di non sentirmi. Ti mettevi davanti all’altro computer, fingendo di fare qualcosa d’importante, ma il silenzio dei tuoi tasti diceva che la tua giornata lavorativa era finita. Sembrava che controllassi l’angolo dove un’ora prima avevo tirato via la ragnatela. Passavi con le dita sulle tempia e quando squillava il telefonino – lo spegnevi senza rispondere. Stavi così, immobile, sullo sfondo dei tuoi libri pubblicati negli anni passati. Il viso rosso diventava bianco e la tua testa sembrava il busto in gesso messo allo stesso piano dei libri.

Dopo un’ora di questo dialogo con il silenzio, ti alzavi e prima di uscire per finire la tua giornata nel bar all’angolo, mi dicevi con la voce spenta:

– Dici a quella… ragazza napoletana che io sono andato a ‘fare l’uomo vero’…

Era proprio quella volta, che mi sono innamorata di te. E te lo dico soltanto ora. Perché non posso più lavorare con te. E… che vada al diavolo il permesso di soggiorno.

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