4. Espressioni/Anche questa è Torino

Milena vuole la pace dello spirito

Milena è una donna che vive divisa tra vari mondi interiori ed esteriori. Va e viene da uno all’altro senza mai perdere di vista la bussola. Ha l’anima di una navigatrice di altri tempi, di quelli che si orientavano dal sole, dal vento e dalle stelle. “forse lo sono stata, in una delle mie vite interiori”- dice lei, con quello sguardo rivolto verso l’alto e quei ampi gesti della mano che usa quando parla delle cose “importanti”. Perché Milena crede in queste cose. É una … non so come definirla, forse “new-age” è la parola giusta o forse non basta per descriverla tutta. È Milena e basta.

L’ho conosciuta ad una serata culturale. Anzi Interculturale per essere più precisi. Una di quelle serate che propongono di farti scoprire la cultura di quello e quell’altro posto e che alla fine ti mettono di fronte un paio di cliché, due o tre fotografie da agenzia di turismo, qualche oggetto di artigianato globalizzato e un po’ di assaggi di cucina finta esotica degustata mentre un gruppo di prosperose badanti agghindate di costumi folcloristici tentano di eseguire qualche passo di danza tipica su un fondo di musica etno-commerciale.

“Che bello, che bello. Quanto mi piace la diversità culturale. É veramente fantastico… Adoro queste serate.” Furono le prime parole che sentì dalla bocca di Milena. Poco dopo ci trovammo a parlare di lavoro. Perché come detto prima, Milena non perde mai la bussola.

Milena fa l’editor per una famosa casa editrice. Stava lavorando su un libro scritto da un autore nordafricano e tradotto dal francese da una famosa traduttrice. Lei, essendo che legge anche il francese, ha verificato alcuni passaggi e ha trovato che erano scritti in un francese un po’ “cassé”, misto di espressioni arabe e berbere. Trovava che la traduttrice avesse appiattito lo stile. Aveva bisogno di consigli, di una consulenza.

Qualche giorno dopo varcai la soglia di casa sua. Una meravigliosa villetta situata in un quartiere di Torino di cui non sospettavo nemmeno l’esistenza. Lungo il fiume Stura, immersa nel verde, la via dove vive Milena sembra una stradina di campagna lontana dalla città e dai suoi problemi. Casette basse di un piano, giardini, alberi, fiori, Qualche proprietà prestigiosa con parco privato e cancellate monumentali… Non sembrava di stare a un centinaio di metri dalle periferie povere di Torino Nord.

Poco a poco, tra lavoretti saltuari e lunghe discussioni su tutto e niente, imparai a conoscerla. Milena vive parte dell’anno a Torino e ne trae buona parte delle sue risorse. Ma dice di avere l’anima in India. Seduta nel suo meraviglioso giardino del lungo stura a bere un profumato tè di Darjeelin, racconta che Torino, per lei è troppo stressante. É una città che la riempie di negatività. Osserva un attimo un passerotto che scende su un arbusto di rose gialle e dice che ha bisogno di passare buona parte dell’anno in India. Solo l’India la sa ricaricare di spiritualità.

In effetti, Milena, è come se vivesse in una eterna primavera. Passa l’autunno a Torino per lanciare la sua stagione lavorativa. Appena i monti vicini cominciano a colorarsi di bianco. Parte per Varanasi dove ha un piccolo appartamento di sua proprietà. Ci trascorre i dolci mesi invernali dell’India centrale, lavorando sulle sue bozze e comunicando con la sua casa editrice via Internet. Appena si avvicina la stagione del monsone, torna a Torino, che trova in piena fioritura primaverile. I torridi mesi estivi gli spende nelle alture dell’Himalaya, nel Nord dell’India, in Nepal o in Bhutan. Per recuperare le spese dei suoi viaggi ritorna sempre con nei bagagli una buona quantità di prodotti artigianali di altissima qualità: setta, Tappetini, Pashmine e oggettini di legno prezioso e di pietre semi-preziose, che piazza in alcuni lussuosi negozi del Piemonte, della Lombardia e della Liguria. Perché anche se viaggia molto, Milena non perde mai la bussola.

Si mette gli occhiali da sole, dicendo: “Qui ci torno solo perché devo guadagnarmi da vivere e per vedere i miei parenti e amici. Ma non mi sento a casa qui. Mi stressa, mi stressa e basta”

Si stende sulla sedia a sdraio di vimini e chiude gli occhi. Sogna la Milena, sogna. Si vede uscire ogni mattina all’alba dalla sua casa di Malviya Road a Varanasi. Vestita di un comodo Pijama-selwar di cottone biologico tessuto a mano e tinto con colori vegetali. Si stringe nel suo scialle di pura pashmina di montagna che vale da solo 3 mesi di stipendio del portinaio che le apre la porta e la saluta con il solito “good morning madam”. Cammina lungo il Ratnak Park, incurante del traffico già intenso alle prime luci del giorno e dei venditori ambulanti che sciamano intorno a lei nella speranza di aprire la giornata con la vendita di una qualche cianfrusaglia. Prende qualche stradina laterale in direzione del tempio di Shiva per assistere alla cerimonia del mattino. Passa dal cortile posteriore del tempio per salutare il Sadu Janaki Baharati, la sua guida spirituale. In realtà l’unico sacerdote del luogo con il quale riesce a comunicare. Perché parla inglese e apprezza i biglietti verdi.

Poi esce dal tempio, si riempie i polmoni dell’aria satura di spiritualità e di metalli pesanti dell’antica Banares, poi si dirige verso le rive del Gange per la sua lunga passeggiata mattutina.

“Sì, l’India. Lì mi sento a casa. Non qui a Torino. Qui mi stresso e basta.”- sospira mentre rivolge la faccia verso il bel sole di inizio maggio rinfrescato da una dolce brezza montana.

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11 thoughts on “Milena vuole la pace dello spirito

  1. Per sedare il movimento del ’68 venne scaricata nelle piazze tanta violenza e tanta eroina, uccidendo. Tanti/e hanno fatto della fuga, anche intellettuale, il loro riparo.

    Credo che mettere in discussione l’opprimente “autorità del vecchio”, già avvelenato dallo spostamento campagna-città e alienato dalla fabbrica, sia già stata una grande conquista. Scampare poi la crudeltà statale che sopresse il movimento ha psicologicamente trasformato molti di quei giovani in eterni “sopravvissuti”.

    Oggi forse la condizione per tanti versi è peggiore e appare senza sbocco, ma le esperienze passate aiutano le odierne a decodificare la realtà e interagirvi.
    Permettono al sogno, di non consegnarsi al sistema, di farsi anche questione di dignità.
    Speriamo irrinunciabile stavolta.

  2. Cara Valeria,
    Intanto ti ringrazio per la regolarità delle tue visite e la qualità dei tuoi commenti.
    Mi piace questa lettura che hai fatto del personaggio di Milena: una sopravvissuta del 68.
    Credo ci sia una parte di quello che dici in Milena. Come fatto più generazionale che personale.
    MA credo anche che il sistema capitalista ha una forza incredibile che è quella di integrare dentro di sé anche le proposte che gli si vogliono alternative.
    La cultura New-age consumistico-mistica, a me sembra un prodotto industriale ideato a partire da una proposta di vita meno materialista e un po’ più legata alla spiritualità, che è stato manufatto a milioni di esemplari, confezionato e messo in vendita con tanto di pubblicità e di testimonial famosi…etc.
    Milena mi sembra una così. Che non vuole ammettere la sconfitta sua e del modello in cui, forse ha creduto sinceramente una volta, ma continua a viverlo in modo molto superficiale. Mentre è a tutti gli effetti una piccola capitalista che compra e vende tutto.

  3. Non credo che lei viva divisa, credo invece che lei viva unita tra due mondi. L’idea di divisione impoverisce e riduce. Lei vive condividendo, non dividendo.Parole simili credo che siano frutto di un atteggiamento culturale etnocentrico che vede come un tradimento alla cultura d’origine, il farne propria un’altra. Da qui l’idea di una divisione, come una falda, una spaccatura che non ammette continuita’. Milena, anche se vede nel’India la sua patria spirituale e solo li riesce a vivere felice, torna periodicamente nel suo mondo italiano per mantenere e coltivare contatti altrettanto importanti. Per questo credo che lei non si senta “divisa”, ma “condivisa” tra due mondi. Infatti mentre l’idea di “dividere” puo’ indicare una riduzione, e quindi un impoverimento, quella di “condividere” indica l’arricchimento e la partecipazione. Chi ha scritto l’articolo forse non si e’ reso conto di questa sfumatura linguistica, che non e poi solo linguistica. Bisogna accetare che vivere in un mondo globalizzato significa anche questo, vivere connesso “con” il resto del mondo, non diviso “tra” un qualcosa e il resto del mondo. Dietro una simile scelta stilistica, o comunque un’espressione simile si cela una filosofia di vita e un modo di intendere il mondo nel quale viviamo. IO sono consapevole di vivere a livello globale, globalmente connesa e in sintonia con il resto del mondo. Non mi sento divisa, ma mi sento partecipe.

    • Non so bene se Milena è divisa o unita. Chi è unito è in genere sereno. Lei serena non è perchè cerca in continuazione di dimostrare qualcosa. Quello che si vive in profondità non ha bisogno di essere dimostrato.
      Poi ho seri dubbi sul fatto che “l’India sia la sua vera Patria” in 30 anni di frequentazione dell’indi, non spicica una parola di Hindi o altra lingua locale. Nulla. Solo inglese. A Banares conosce molti commercianti, qualche Sadhu, alcuni proprietari di laboratori di fabbricazione di raffinatissimi prodotti artigianali e alcuni fighetti locali, con i quali parla esclusivamente in Inglese. Non ha nessun tipo di contatto con l’India profonda. Non la vede nemmeno. Così come non si accorge nemmeno dell’esistenza del portinaio che ogni mattina la saluta nel suo scarsissimo inglese. E’ una India tutta teorica, ideale, quella che c’è nella sua testa. Quella vera fatta di inquinamento, rumore, ingiustizie sociali profonde, povertà e ricchezza estreme… la sfiora ma non la tocca mai.

      • Eh non so se Milena è nata borghese o se lo è diventato. Non la conosco abbastanza per saperlo. MA credo che borghese non è una razza a parte. Lo si può nascere e smettere di esserlo. Come lo si può diventare strada facendo.

  4. Capisco che io e Milena apparteniamo a due generazioni diverse e distinte, lei figlia del ’68 e di un Italia molto provinciale, io figlia del 2000, e di un Italia globalizzata e multietnica, dove ;l aecond areligion e’ l’slam, e per parlare arabo non serve che me ne vada dall’altra parte del mondo, basta scendere e incontrare gli amici. Per sentire l’odore delle spezie in strada o comprare veli colorati non devo andare a New Deli. Vado a fare una bella passeggiata in centro, a Piazza Vittorio, o magari a Tor Pignattara e a Centocelle. Se voglio manifestare contro l’occupazione della Palestina, contatto le numerose associazioni e organizazioni locali che si occupano di diritti umani e non solo. Oggi il mondo ce l’abbiamo in casa. Questa e’ la nostra Italia.

  5. Il potere d’acquisto del denaro mandato alla propria famiglia da una persona venuta a vivere qui , in genere è superiore al paese nativo . Milena guadagna sullo stesso principio.

    Ai capitalisti spesiamo tutto noi : organizzazione, viaggio, vitto e alloggio, protezione, censura, vite umane.

    • La mia non è una condanna di Milena. Lei è una persona “non cattiva” in fondo. Ma il mio è solo la descrizione di una contraddizione profonda. Quella delle persone che si attaccano ad un aspetto superficiale delle cose e cercano di ingannare sè stesse prima del resto del mondo. Milena non è dell’India. Anche se vuole convincere sé stessa. E’ di Torino. Da Trino tira le risorse necessarie per coltivare la sua illusione ma senza mai dover assaggiare niente di quelle che sono le difficoltà di chi in India ci è nato e cresciuto.
      Lavora duro, compra e vende e guadagna un mucchio di soldi. Che non è un difetto di per sè a condizione che non te la tiri troppo con la condanna del così detto materialismo occidentale. Si compra una illusione di vita alternativa, che alternativa non è per niente. Dell’India conosce solo aspetti superficiale, turistici, illusori. L’India vera, quella del portinaio e dei venditori ambulanti gli scivolano adosso come fossero semplice polvere portata via dal vento.

  6. Chiedo scusa per l’invadenza e per la poca chiarezza, ma provo ancora a spiegarmi meglio!

    Anche un mio caro amico senegalese compra in senegal e vende qui. Penso che sorriderebbe alla proposta di diventare italiano, o a quella di smettere di essere senegalese. Ma che significa essere italiano o senegalese? Si impara un pò nello sguardo di chi ti crede diverso.
    E immagino su questa riflessione uno di quei sorrisi di qualsiasi continenete che valgono in ogni senso più di mille ricerche antropologiche e mille conferenze “hight ” svolte in sale con pavimenti tirati a lucido a una miseria/ora in piena europa o in contesti simili in ogni parte del mondo.
    Immagino che il mio amico commerciante senegalese, come quello peruviano, come quello indiano e come tutti gli altri frequentino le persone con cui stanno meglio e immagino anche che Milena lo faccia: abita metà della sua vita da un’altra parte! Non è che uno/a di un paese dev’essere per forza più maturo/a, o più multiculturale dell’altro/a o più etico dell’altro.Ci dovremmo provare tutti/e e basta! Non solo! Credo che ciascuno scelga di aprirsi e di varcare ” l’altro” secondo le proprie capacità con gli strumenti che ha e con il desiderio che ha di conoscere! Fatica, gioia e delusioni da provare ce n’è per tutti/e! Non sono femminista e mi piacciono gli uomini, ma se potessi vendicare ogni donna in base al mio antimaschilismo, se credessi nella violenza e nei rapporti di forza quanto ci credono gli uomini e le donne maschilisti/e, se fossi forte abbastanza, il benessere di un buon 95% degli uomini su questa terra avrebbe termine totale. Mi limito a difendere Milena più come pretesto per cercare di focalizzare una forma di capitalismo più subdola di quella che le attribuisci, e che credo più meschina, se proprio di micro capitalismo scelgo di prendermi la briga di parlare. Spero senza annoiare nessuno.
    Poi, anche se non mi piace affatto difendere quella generazione italiana che se non se li è spesi, ha potuto comprarsi anche la casetta al mare o in montagna, mi rifiuto di negare che il movimento del ’68 abbia lottato per i diritti di tutti/e: anche per quelli che non hanno mai partecipato a una manifestazione in vita loro e continuano a collezionare cimeli fascisti o parole degli dei o calcio-tv e a sparlare di chi invece ha lottato. Innanzitutto mettersi a viaggiare e scegliere di sperimentare altri mondi a quei tempi contro la volontà familiare e l’opinione sociale per una donna fu, secondo me bello propio perchè la donna non lo fece per mantenere una famiglia ma semplicemente per mettersi finalmente anche lei a stare a guardare. Non so Milena, ma io spesso mi approccio all’altro anche in base al riconoscimento ricevuto, nel senso che se ho un pò di energia perchè qualcuno mi ha reso felice mi piace fare altrettanto. Ma spesso per la donna il riconoscimento della sua esistenza, del suo essere, non c’è, sparisce dopo i vent’anni, cioè quando non si è più una giovanissima. Si… qualcuno nota l’esistenza di una donna anche dopo se è comunque un’ issima: o belissima o coltissima o generosissima o in gambissima o intelligentissima o ricchissima, “male che vada” ci si accontenta della bravissima tutto fare. Mi piacerebbe tanto “potermi accontentare” anch’io, ma i tuttofare viceversa non esistono proprio. Già un miracolo non venire depredate dai maschi. Insomma
    qualche issima non puoi non essere, se no non esisti. Si fà e basta, senza pensarci (…)!
    Come avevo intuito attraverso i profumi, i tessuti, la musica rivenduti in italia da quei vagabondi sessantottini, l’umanità sa essere meravigliosa ovunque.
    Ma che tristezza il maschilismo universale! Prima forma di capillare di capitalismo, spregievole tanto quanto il macro. E come il grande capitalismo il “piccolo” capitalismo del maschilismo c’è, nuoce ma non si vede ed è vissuto come naturale e inelluttabile.

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