I pensieri del cammello

Milano sud: cronaca di un gesto di solidarietà a orologeria

Un contributo di Randa Ghazy

Pochi giorni fa ero davanti alla fermata della 95, Milano sud, zona che mi ricorda particolarmente le strade egiziane, quando vedo un signore molto anziano accartocciato su se stesso, su una sedia a rotelle, e una donna velata che borbotta guardandosi intorno.

La badante araba. Il vecchio scorbutico.

Le etichette si formavano già nella mia mente senza che neanche lo volessi.

Le persone si affrettavano a salire sull’autobus – come biasimarli, con quella linea infausta che costringe ad attese insopportabili, il caldo esagerato improvvisamente piombato su di noi – noncuranti del vecchio.

“Fi moshkela?” mi rivolgo in arabo alla badante dallo sguardo disorientato.

“Non so che fare, io non so come aiutarlo!”

“Non lo conosce?”

“L’ho trovato per la strada, poco più in là! E’ anche caduto dalla sedia, lo abbiamo aiutato a rimettersi su, ma cosa devo fare? Non capisco cosa vuole…”

Un passante, un egiziano con uno stuzzicadenti in bocca, le dice qualcosa come “che Allah lo conservi, sorella hai fatto quello che potevi”, invitandola ad andarsene.

Mi chino verso il signore cercando di capire come aiutarlo.

La signora col velo indietreggia, passandomi implicitamente il testimone, sparisce in un attimo tra i passanti.

La mia pausa pranzo è finita, devo tornare in redazione. Non so che fare.

Il signore mugugna frasi incomprensibili e io mi sento un po’ Esmeralda.

Sono orribile, ma non riesco a non vederlo come una creatura grottesca: ingobbito, con mani devastate dall’artrosi o qualcosa di simile, il viso sporco e pieno di croste e un marsupio lercio sul grembo, oltre ad una confezione di panini e ad una lattina prese chissà dove. Gli occhi persi verso un mondo che capisce il suo linguaggio, altrove, un suono rauco che a tratti pare articolare parole.

“Signore non c’è nessuno con lei? Come va in giro?”

I suoni paiono dire “badante” “vacanza”, ma non ne sono sicura. Mi guardo intorno allarmata. Possibile che io sia rimasta sola con lui? E la signora col velo, l’uomo con lo stuzzicadenti, i passanti con quell’espressione a metà tra il sorpreso e il disgustato?

Mi sento parte di un quadretto neorealista dai colori cupi e dai contorni sfumati, mi dissolvo nella mia inettitudine e il mio bracco rimane bloccato, teso verso la schiena del signore, nel tentativo di elaborare un gesto di umana carità e nella consapevolezza terribile dell’inquietudine che questo momento mi crea.

Dopo dieci minuti di pseudo-conversazione riesco finalmente a captare qualche parola. Casa. Via. Aiuto. E poi qualche altra parola sconnessa, che non ha nessun senso col resto: “politica”, “leggi” eccetera.

“D’accordo, la porto a casa ma poi devo scappare a lavoro. Ce le ha le chiavi?”

glielo chiedo perché una voce odiosa dentro di me mi sta provocando.

E se fosse un clochard? Se fosse un barbone, e ti stesse tirando un brutto scherzo? Ti ritroveresti a portarlo in giro per i quartieri di Corvetto senza sapere come liberartene. Passeresti per una stronza. Ti sentiresti in colpa senza capire che lo stai portando dovunque e da nessuna parte, perché non ha casa. Non puoi aiutarlo. Tu, piccola e inetta, che puoi fare per lui? Guarda com’è sporco e trascurato. Non può avere un’abitazione fissa.

Ma lui mi sorprende. A fatica, mentre aspetto guardandomi intorno alla ricerca di sguardi comprensivi, riesce a tirare fuori un mazzo di chiavi dal marsupio.

Ok. Hai una casa. Ti ci porto.

Lo spingo dirigendomi verso piazza Angilberto II e intanto cerco di instaurare con lui un dialogo.

Credo capisca perfettamente quello che gli dico ma i mugugni che emette non sono frasi vere. Elabora una risposta, nella sua testa, e poi la esprime a parole sconnesse, strascicate.

Finalmente arriviamo davanti al suo numero civico. Entro e chiedo alla portinaia se conosce quest’uomo. Mi dice di sì e poi fa un’espressione…un’espressione arida.

Questa oggi si è messa in testa di fare la buona samaritana…bella bella arriva e vuol salvare il mondo. Ma io sono trent’anni che sto qui a seguire le magagne di quell’uomo di coccio. Con i suoi casini familiari, il suo caratteraccio..i servizi sociali. La badante. le scenate. Sempre io, qua, a seguire tutta la sua vita. E poi arriva quest’araba con la sua bella faccina compassionevole a scassare i maroni a me. A pensag ben l’e’ mei vess un po’ men milanes e un po’ puse’ in gamba…ma che si aspetta che faccia per lui, che lo accompagni in giro per il quartiere a raccogliere compassione?…

Mi dice che non ha famiglia, il fratello non vuol saperne più nulla. La badante l’ha mandata via. Vive solo. Spesso si dedica a queste fughe, non si sa come, non si sa perché, poi torna ogni volta in modi rocamboleschi.

“Senta, che devo fare ora? Mi da una mano a portarlo su?”

“No, no, lascialo pure lì davanti alla scala A, e poi sale lui”

“Come fa, da solo?”

“Eeeeeeh. Vedrai, se lo lasci lì poi si arrangia, si trascina su lui”

A questo punto penso di essere in un sogno. Molto brutto.

E’ tutto così surreale che penso di essermi bevuta il cervello.

O magari sto sognando. Sono ancora in pausa pranzo e mi sono addormentata sul tavolo. Oppure non ci sono mai andata…mi sono assopita in ufficio. Oppure non mi sono ancora alzata dal letto. Oppure…

Borbottii. Ancora.

E’ lui che mi chiama, esco fuori, lo prendo e spingo la carrozzella fin dentro il cortile. Faccio per portarlo davanti alla scala A. Non so come comportarmi.

Prendo tempo, mentre sento il ticchettio del mio impulso solidale a scadenza.

C’è qualcosa di sbagliato, in noi. Questo l’ho capito.

Arriva un giovane alto e con un berretto in testa, un vicino di casa.

Per la seconda volta mi ritrovo a parlare in arabo.

“L’ho trovato per strada, l’ho portato qui…la portinaia mi dice di lasciarlo davanti alla scala, ma io non credo…”

“Non ti preoccupare, lo porto io”

“Sicuro?”

Lui sta già spingendo la carrozzella, il vecchio si gira verso di me un’ultima volta.

Non sorride, non ringrazia. Non dice nulla, non borbotta neanche più.

I suoi occhi sono vitrei.

I miei lucidi, di già.

A volte Milano mi distrugge.

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4 thoughts on “Milano sud: cronaca di un gesto di solidarietà a orologeria

  1. questa sì è la bellissima milano dell’utopia

    non quella dei cazzeggioni di Macao che è trent’anni che parlano di un seme che germoglierà: è la differenza tra dire e fare.

    questa è un’utopia reale invece.

  2. Però a Macao ci sono stata e non è vero che si tratta di cazzeggioni. c’è una grande atmosfera di civiltà e vivacità culturale, voglia di riqualificare e vivificare una zona urbana degradata. sai cosa? le due sfide vanno insieme. Non si può costruire una bella Milano senza delle Macao ma nemmeno divertirsi a Macao senza pensare alla mancanza di solidarietà e al clima che si respira in molti quartieri, servono delle sinergie e la politica in questo, anche il simpatico Giuliano che dice ai ragazzi “non fate troppo casino stasera” e “siete un valore”, ha delle responsabilità

  3. cazzeggioni è affettuoso così come pisapia è senz’altro simpatico e, a parte alcune cosette, anche bravo.

    però quello che a me fa effetto è che se tolgo le date e i luoghi le frasi e le proposte sono identiche a quelle che sentivo a 17 anni alle manifestazioni e occupazioni scolastiche, peraltro sono identici anche i personaggi famosi che vi fanno apparizione.

    frasi che ribadiscono concetti veri e importanti ma mancano, a mio avviso, di un pezzo fondamentale ed indispensabile al mondo d’oggi: una proposta concreta.

    perchè gli architetti e ingegneri di Macao (e ce n’erano) non formula un piano di recupero e riqualifica della torre galfa, gli “economisti” (e ce n’erano) un piano di project financing e capitalisti, industriali, banchieri mecenati etcc (e ce n’erano) lo cofinanziano con il Comune ?

    questo secondo me manca.

    frasi, dichiarazioni e slogan che anni fa ( anni 70 ? ) avevano un senso e un radicamento nella contestazione di un sistema cui opporsi, oggi, senza una proposta concreta, rischiano di essere solo notizie e tweet che durano qualche giorno e che il sistema ci lascia come contentino perchè ha capito che non è necessario schiacciare più nessuno, è sufficiente aggirare e dare lo zuccherino di un po’ di visibilità e qualche promessa.

    oggi non è più sufficiente avere un seme e sperare che venga coltivato, ce lo si deve piantare e coltivare da soli: un esempio ?

    qui:

    http://dekalbmarket.com/

    http://www.civicapps.org/ideas

    http://cooltownbeta.com/

    http://bristolrising.com/about-the-project/

    forse sono cinico ma è quel che vedo: spazio per l’azione e non più per il dibattito ideologico

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