4. Espressioni

Evviva gli sposi

Un grato odore di agrumi con una punta di talco alleggiava nell’aria. La signora Piera aveva approfittato della giornata di sole per stendere le tovaglie. Sembravano immacolate, tranne una, con un’ampia chiazza giallognola in mezzo . I molteplici trattamenti che la signora aveva messo in atto per farle riacquistare il candore non avevano dato il loro effetto: la macchia si era decisamente ridimensionata, aveva perso intensità, ma la sua traccia era rimasta. Per Piera questa non era altro che una sfida che avrebbe affrontato rincarando dosi di pazienza e ostinazione. Avrebbe atteso che la tovaglia si asciugasse, e poi l’avrebbe sottoposta ad un’altra serie di cure. La macchia doveva sparire, altroché! E se quella macchia sapesse parlare…

“Allenteremo un po’, c’è ancora un po’ di spazio” disse il signor Uggioni, sarto del quartiere, uomo alto e secco, che in quella bottega aveva trascorso tutta la sua vita. E adorava stare proprio lì, in mezzo a stoffe e manichini, a fare abiti su misura per i suoi clienti fedeli. Il signor Bacchetti, uno di essi, stava cercando di trattenere il respiro per contenere il suo addome dilatato all’interno dello smoking nero con il quale sperava di fare un figurone. Quella speranza sarebbe diventata realtà solo con l’intervento del signor Uggioni, a cui era affidato il delicato compito di aumentare la capienza di quell’indumento, ridimensionandolo alla silhouette del suo proprietario. Questi si sentiva piuttosto desolato, tant’è che, durante uno sbuffo di scoramento, gli partì pure un bottone. E se quel bottone sapesse parlare…

Grazia si sentiva graziosa. Gironzolava intorno ai tavoli, li sfiorava con la punta delle dita uno ad uno, lisciava le tovaglie, annusava i fiori posti al centro di ognuna di esse. S’immaginava già di vedere gli invitati, e di sentire l’incontrarsi dei calici scintillanti alzati all’aria per brindare a lei. A loro. Quant’era bella la vita! Quant’erano veri i sogni! Bastava aprire gli occhi e decidere di viverli per davvero. Dalla cucina proveniva l’odore di pasta alle mandorle. Gli uccellini cinguettavano. Il sole sembrava sorridesse ai preparativi del lieto evento. Su uno dei tavoli, non senza stupore, trovò una monetina. Decise di tenersela come portafortuna. E se quella monetina sapesse parlare….

La signora Bacchetti non era affatto contenta della sua nuova acconciatura. Avrebbe dovuto insistere con chiare e imperterrite istruzioni come al solito, e invece s’era lasciata abbindolare dall’allettante proposta di un fresco cambiamento. Un nido di rondine, altro che un fresco cambiamento, le sembrava ciò che portava in testa. Avrebbe voluto far rifare il tutto, ma ormai di tempo non ce n’era più. Ce l’aveva a morte con la parrucchiera, e con la sua voglia di improvvisazione proprio il giorno in cui non ce n’era né tempo, né bisogno. Avrebbe voluto tirarglieli in faccia, quei bigodini. Uno ad uno! E se quei bigodini sapessero parlare…

Lo sposo si lisciava i baffi. Era sì, agitato, ma ormai quel passo era da farsi, e lo sfarfallio che percepiva nello stomaco persino gli faceva piacere. La sposa era leggiadra, sua madre decisamente di meno. Pure in quell’occasione solenne genero e suocera erano riusciti a scambiare qualche battuta pungente. Quando lei si era finta intenzionata ad aggiustargli la cravatta, in quanto per lui “quell’oggetto poteva essere pressoché sconosciuto”, lui si era limitato a complimentarsi con la sua nuova pettinatura. La gatta Fumina, che tutta quella confusione non la gradiva proprio, aveva tentato di ingraziarsi l’attenzione della padrona, ma questa era troppo nervosa per poterla accontentare. E se la gatta sapesse parlare…

La signora Piera si sentiva esausta. La sera precedente aveva lavorato fino a notte fonda. Quella mattina s’era svegliata all’alba. La sua cucina sembrava un cantiere aperto, e lei portava avanti svariati progetti culinari. Aveva sì un aiuto, ma tendeva a delegare il minimo indispensabile. La sua autostima in cucina, come un po’ in tutte le faccende domestiche, era troppo alta per potersi appoggiare agli altri senza controllare ciò che facevano. Quello era il suo regno, e lei una regina che si stava divertendo. Non era quindi il lavoro in se stesso ad averla stancata, quanto tutta quella gente, con tutti quei consigli, con tutte quelle curiosità, con tutte quelle voglie di assaggiare, sgranocchiare, suggerire, leccare, annusare… “Basta!Lasciatemi lavorare se volete che tutto sia pronto in tempo. E dov’è finito il mio matterello?” E se quel matterello sapesse parlare…

“Testa o croce?” chiese il signor Bacchetti al futuro sposo, nonché suo futuro genero. “Testa” rispose il giovane. “Croce”, disse il suocero, “ma poco cambia, non arriverà in tempo lo stesso. Le conosco io, le donne, questa poi, dopo quarant’anni di matrimonio, vuoi che non la conosca? Tornerà arrabbiata come un bufalino, se la prenderà con tutto il mondo, me in primis, minaccerà di distruggere la parrucchiera una volta per sempre, poi si farà un pianto liberatorio, si farà consolare dalla sua gatta, e s’immergerà nella folla come se nulla fosse successo. Già, si consolerà pure con qualche fetta di pasta alle mandorle. E credo che io dovrò farlo con quel ben di Dio delle vostre cantine.”

“Se ti avvicini un’altra volta, brutta bestia pelosa, giuro che ti faccio diventare un’omelette! Via dalla mia bottega, via dalle mie stoffe” urlava il signor Uggioni tagliando l’aria col matterello come fosse una sciabola. Si raddrizzò appena si rese conto dell’arrivo del cliente: “oh buongiorno caro Bacchetti, non l’aspettavo”. “In realtà” rispose il signor Bacchetti “mi stavo chiedendo se Fumina fosse passata da queste parti. Non la troviamo, e sa che per lei la sua bottega è una scatola delle meraviglie”. Uggioni dichiarò stupito di non averla affatto vista, mentre Bacchetti a sua volta rimase stupito alla vista del matterello. “Ah!” si precipitò a spiegare il sarto “è passata stamattina la signora Piera. Mi sa tanto che la state facendo impazzire quella povera donna. Si portò via le tovaglie, ma lasciò qui il matterello. E perché se lo portava dietro ancora non m’è chiaro.”

Grazia pensò che il fiume di lacrime in cui affogava sua madre fosse tale perché lei se ne sarebbe andata via di casa, e si precipitò a consolarla. Si stava sposando, ma non andava mica dall’altra parte del mondo. La madre, invece, ululava alle prese con ben altri grattacapi: “m’ha rovinata. Quella deve chiudere, altroché. Portare via alla gente i soldi in questa maniera. Vedi come m’ha ridotta, quella dilettante che non è altro. Almeno una piccola soddisfazione me la sono tolta. Man mano che lei mi toglieva quei bigodini, e che mi rendevo conto dell’orrore che m’aveva creato in testa, glieli lanciavo addosso, uno ad uno. Non me ne fregava che guardassero. Quella lì va fermata, una volta per tutte!”

“Signore e Signori, alcuni di voi già lo sanno, e altri avranno modo di rendersene conto: in questa giornata c’è da piangere. Gioia che sia, è sempre velata da una sorta di tristezza. La consapevolezza è netta: siamo invecchiati. C’è la mia meravigliosa signora che mi guarda male, perciò, permettetemi di correggermi: io sto invecchiando, lei è sempre una rosa, oggi più bella che mai. Però, mia figlia e questo bel baffone che si è scelto, oggi ci ricordano del tempo che passa. Mi sembra fosse ieri che correva su questo prato, e la nostra fedelissima Piera le correva dietro perché non voleva mangiare. Signori, propongo un brindisi. Alziamo i nostri calici e brindiamo. Da quelle vigne d’oro, che mi sono preso la briga di ispezionare personalmente, deriva questo nettare divino con il quale mi congratulo… Ch’è successo a quella gatta? È ubriaca?! Calma. Fermatela. Fumina, fermati subito! Sig. Uggioni, l’acchiappi lei. No, la tovaglia no! Tenete le bottiglie. Quella lì è d’annata!”

“Cos’ha quella gatta sulle zampe? Che sia un topo? Oh mio Dio, qualcosa di peloso lo è. Ma non vedo bene. Perché si agita così, cosa sta cercando di fare? Secondo me è un topo. Che brutto. Mamma mia, quant’è peloso! Un topo! Dove? Che topo? Ma che state dicendo? Oh mio Dio, Fumina ma sei impazzita? Prendila. Tieni! Di qua. Da questa parte. Sto svenendo. Calme signore, nessun topo. Quella mascalzona ha tirato su qualcosa… un bigodino?! Dove mai ha trovato un bigodino? Attenzione. Tieni la tovaglia. La tovaglia! Presa! Brutta bestia. M’hai fatto scoppiare tutti i bottoni!”

“Ah, amore, mi sento distrutta. Però è stata una festa bellissima. Mi sa che il vostro vino è stato più che gradito.”

“Amore mio, qui sembra sia passato un uragano. Guarda qua, un bottone. Sarà di tuo padre. E il matterello! Quel Uggioni è matto da legare, da dove solo l’ha tirato fuori! Chissà che fine avrà fatto poi quel bigodino. Mi sa che tua madre e Fumina dovranno chiarirsela un po’, questa cosa. Dopo la sbornia, direi.”

“Sai amore che ho trovato una monetina? Ho espresso un desiderio. È la sola cosa che conta!”

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