Anche questa è Torino

Il sultano dei paraculi

Si vede che i suoi genitori avevano sognato per lui un destino fuori dal comune. Perché in una società in cui uno dei nomi più diffusi è Abd(schiavo): Abd Allah (schiavo di Dio) e tutte le sue varianti, Abd Alqadir (schiavo dell’onnipotente),  Abd Arrahmane(Schiavo del misericordioso), etc. , a lui hanno scelto di dare il nome “Sultan”.

Ma siccome nessuno è profeta nel proprio paese, il Sultan, per seguire il suo destino fuori dal comune, ha dovuto presto migrare e lasciare la ridente città di La Goulette in Tunisia, per trasferirsi a Torino.

E da quando ha calpestato per la prima volta, più di vent’anni fa, la terra subalpina fino a oggi non ha mai smesso di lavorare duro per non deludere la speranza dei suoi.

Certo, come tutti i migranti dovette fare lavori umili e cominciare dal basso. Ma mentre gli altri sognano solo di aprire un locale di Kebab, un phone-center, una panetteria o una ditta edile, lui non perde mai di vista il suo progetto: diventare una persona in vista, portavoce di qualcosa d’importante, poco importa cosa, politico, poco importa di quale schieramento, quale ideologia… un qualcuno d’importante e basta.

Per cominciare, anche lui aprì un ristorante. Si chiamava ristorante l’Oasi ed offriva, in più di una cucina pseudo arabo-globalizzata di dubbio gusto, anche serate con ballo del ventre. L’ambiente era molto da locale notturno con tanto di entraineuse et ballerine semi nude. Era considerato un alto luogo della prostituzione nordafricana nel capoluogo piemontese. A tal punto che girava il sospetto che l’avesse aperto con soldi poco puliti. Provenienti forse dalla tratta delle ragazze. Ma come si sa chi ha grandi obiettivi nella vita non guarda a queste pochezze.

Poi un giorno il comune di Torino decise di aprire la prima Consulta dei Cittadini Stranieri. Fu organizzata in fretta e furia una specie di elezione. Si presentarono pochi candidati tra i quali il nostro Sultan. Il numero di votanti si poteva contare sulle dita di poche mani per cui chi aveva un paio di amici o poteva permettersi di pagare si è aggiudicato il posto in consulta. E Sultan sa bene come farsi amici e al bisogno sa anche pagare. E così  si ritrovò a fare il “portavoce degli immigrati”. Non era proprio quello il suo sogno, però era già un inizio.

Ma il Comune si rese conto molto velocemente che invece di un organo consultivo quello che era riuscito a mettere insieme era un vero e proprio paniere di granchi. La consulta fu sciolta dopo pochi mesi, lasciando il nostro amico a bocca asciutta. Ma Sultan non è uno che si scoraggia facilmente. Il suo breve soggiorno nei palazzi del potere locale gli confermò che per far carriera in Italia, come in Tunisia, non ci vogliono competenze particolari tranne l’arte di vendere fumo e la faccia da cu… E quindi capì che lui era proprio fatto per andare molto in alto.

Con la sua eleganza di adetto alle pompe funebri: giacca e cravatta scuri, capelli imbrillantinati e pettinati indietro, gira nei palazzi torinesi, come un’ombra, in cerca di qualsiasi fessura per intrufolarsi. In suo possesso ha bigliettini diversi con su scritto cose tipo: “referente per l’Immigrazione”, “Leader della comunità araba”, oppure “portavoce dei tunisini a Torino”, che distribuisce a seconda degli ambienti e delle occasioni. Fonda associazioni e collettivi come se piovessero. Apre un giornale che chiama “Notizie Del Mondo” dove mette sempre in prima pagina la sua foto, quella del presidente Zinelabidine Benali e poi quella del sindaco di Torino, del presidente della provincia e del presidente della regione Piemonte. Gli piace pubblicare lunghe interviste con i leader della maggioranza ma lascia sempre ampio spazio anche a quelli dell’opposizione. Il nostro uomo non vuole offendere nessuno. Anche perchè chi non ha pagato oggi potrebbe pagare domani. E la cosa buffa è che si vede che i politici locali hanno molto apprezzato,perchè è sempre riuscito ad avere finanziamenti pubblici per i suoi progetti. Avrano riconosciuto le sue indubbie qualità…? A dire il vero anche l’ambasciata tunisina fu spesso molto generosa nei suoi confronti per l’ottima pubblicità fatta al leader supremo.

Un giorno chiude il ristorante, caccia via clienti, entraineuse e ballerine e lo trasforma in moschea. Per un po’ si fa vedere vestito di tunica e turbante bianchi e sui nuovi biglietti da visita scrive: “Imam della Moschea della Concordia”. Andava in giro parlando di fratellanza, di dialogo tra le civiltà e di ecumenismo. Era l’epoca in cui il ministro Pisanu stava formando la sua “Consulta dell’Islam Italiano”. La cosa era talmente caricaturale che Sultan era sicuro di meritarci un posto. Invece si vede che se, a livello locale, è no dei migliori, a livello nazionale invece, in materia di vendita di fumo e facce da c…, la concorrenza è proprio serrata.

E anche quella stagione tramontò e Sultan era sempre allo stesso livello. E siccome a pregare nella sua moschea non ci andò nessuno, la trasformò in un “Centro interculturale”. E si mise in stand by in attesa di una nuova occasione.

E l’occasione è arrivata quando nessuno l’aspetava:“La rivoluzione dei gelsomini”. All’inizio, su richiesta dell’ambasciata tunisina, andò in tutti i media locali a parlare a favore del vecchio presidente, e gridò forte che erano “tutte bugie”, che “il fratello presidente è l’ultimo baluardo della laicità contro l’oscurantismo”.e che “i rivoltosi sono integralisti pagati dall’estero”. Ma non disse mai da chi. Per non offendere nessuno, non si sa mai. Ma ancora una volta si trovò presto dalla parte sbagliata. Benalì cadde prima di ripagarlo per il suo sostegno.

E così dovette di nuovo fare profilo basso e farsi dimenticare per un po’. Ne approfittò per pregare tanto. E visto che pregava ne approfittò anche per mettere ogni volta una pietra rugosa sul tappetino e premere la testa sopra, premere, premere. Fino a farsi venire quel segno scuro e rotondo che hanno molti islamisti in mezzo alla fronte e che chiamano ‘Alamat assujud’ (il marchio della prosternazione). All’occasione di un breve viaggio in patria, prese la tessera di Al Nahda, il nuovo partito forte. E a fine anno tentò due tre interventi pubblici in giro per raccontare la nuova Tunisia. Siccome nessuno si alzò per rimproverarli il suo passato di Benalista, allora ci prese gusto e qualche settimana fa organizzò un grande banchetto per festeggiare il primo anniversario della vittoria della rivoluzione. Non ne ho conferma ma immagino che abbia già in tasca una confezione di bigliettini con su scritto: “portavoce della rivoluzione dei gelsomini a Torino”.

E alla fine, se non è andato molto lontano,se continua a dover trovare mille trucchi per far girare i propri affari, non è colpa di Sultan. Lui le ha provate tutte. É la vita che ha remato sempre contro di lui. Tante volte si è avvicinato alla fonte. È riuscito persino a rubare qualche sorso. Ma mai mai a dissetarsi per bene. C’era sempre qualcosa che è andato storto.

Ma su una cosa almeno non ha tradito del tutto le speranze di sua madre. Il nostro uomo, re, lo è diventato per davvero. Sicuramente. Un sultano. Un vero sultano. Il sultano dei paraculi interculturali.

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3 thoughts on “Il sultano dei paraculi

  1. Anche il mio nome inizia con Abd. Mi ricordo anni fa’, un fotografo (Grazie nere, penso si chiamasse il suo studio milanese) mi aveva chiesto il significato del mio nome. Glielo avevo tradotto letteralmente (così pensavo, ignaro di altri significati che possono avere le parole, tutte le parole, visto l’inesistenza fondamentale di una verità, qualsiasi verità, che non sia incontestabile): “Schiavo di Allah” gli ho detto. Mi ero vergognato poi di questo mio nome che fino a quel momento l’avevo sempre ritenuto come il più bel nome in assoluto; anche perché la seconda tranche mi fa pensare agli angeli e meglio ancora alle ciliegie! Dal momento di quella vergogna non ho più smesso di pensare – con più critica – al vero significato della parola Abd associata ad un nome di dio e l’immaginazione che essa può scatenare nella mente di un mussulmano lucido. Secondo me è da tradurre più con la parola adoratore che con quella di schiavo. Nessuno ha pensato di prendere alla parola il cantante francese, Pierre Bachelet, quando cantava e faceva cantare i suoi fan e gli “adoratori” appunto della chanson française:
    Et moi je suis tombé en esclavage
    De ce sourire, de ce visage
    Et je lui dis emmène moi
    Et moi je suis prêt à tous les sillages
    Vers d’autres lieux, d’autres rivages
    Mais elle passe et ne répond pas
    Les mots pour elle sont sans valeur
    Pour moi c’est sûr, elle est d’ailleurs.

    Ed io sono diventato lo schiavo
    Di questo sorriso, di questo viso
    E le ho detto portami via …

    Adesso? Adesso ho scoperto che tutti Ibad allah dicono più o meno la stessa cosa di fronte a quello che ha sedotto le più grandi menti della razza umana, fino ad Agostino, Mahometto e Ghazzali Abu Hamed e Rumi e Pascal e lo stesso Voltaire e mi fermo qua. A pensarci bene è meglio essere schiavo di dio che di una sua creatura, per colui che crede. Per colui che crede ad altro, è meglio essere schiavo di sogno o di un mito che del suo creatore in carne ed ossa cioè del nostro simile. Abdedelmalek

  2. Pingback: Tutto in 30 secondi - is: appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

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