4. Espressioni

‘Toto’

Ieri, alle sei e otto minuti è morto ‘Totò’, così si chiamava scherzosamente mio suocero.

Certo, potreste dire voi, una cosa che capita. Accendereste la sigaretta, chiedereste gentilmente se voglio prendere assieme un caffè e parlereste della vita. Della vita in generale, proiettandovi sulla vostra, su quella di altri, su vostro suocero che era una brava persona perche stava sempre per conto suo e quando serviva – aiutava sempre con i soldi. Porconando, ma aiutava. Per di più, anche come nonno era molto bravo, molto divertente e che i nipotini lo ricordano ancora come uno che sapeva aggiustare ogni giocatolo rotto.
Magari, vi ascolterei cercando di non interrompere i vostri racconti ‘classici’ e un po’ raffreddati dal passare del tempo. Perché, stranamente, il tempo non possiede clemenza nel ricordare altra gerarchia di parenti, quelli più lontani. E i suoceri, vogliamo o no, cerchiamo di tenerli dall’altra parte del muro che di solito si costruisce per abitudine. Soltanto, a volte, apriamo il cancelletto nascosto e dimenticato per entrare quando vogliamo noi e (sinceramente parlando) per quel poco che vogliamo noi. Per quel minimo necessario e magari cerchiamo di fuggire subito per non caricarsi di altri ricordi che come pensieri sono già pesanti per conto loro.

“Chi è di voi due Irina?” – chiese il dottore sabato mattina guardando la badante ucraina, Maria, che stava dall’altra parte del letto. Dissi, sono io. Senza tante cerimonie, fece a Maria il gesto delle dita un po’ antipatico, tipo ‘scio-scio’ e dopo aver chiuso la porta confermò che è molto grave. Può succedere in qualsiasi momento. Parlava di morte e che i malati di cancro allo stadio terminale non si intubano. Perche non serviva a niente.
“Ora come ora – è in coma”- e aggiungeva che probabilmente la colpa era dell’ischemia celebrale.
Ed io, dopo aver passato tutta la notte in piedi, bagnando le labbra di mio suocero – non sapevo più che fare. Di notte ‘Toto’ era quasi cosciente, girava con le braccia per aria e parlava ancora: chiedeva dove sono i parenti. Mi faceva ridere questa domanda, perche sapevo cosa lui voleva sapere: voleva sapere se i parenti suoi sapessero della sua malattia. Lo pretendeva ancora prima di essere ricoverato in ospedale. La Maria, non capendo di cosa si trattava, si metteva a convincerlo che sono tutti in corridoio. E io la zittivo.
“No….. solo signora Anna, Andrea e Lina…. Sono lì, a parlare con il dottore, sa?” – era una bugia.
Mia suocera stava a casa a farsi l’acconciatura con i bigodini dei suoi bianchi capelli: non riusciva ad uscire da casa se i capelli non erano a posto. Andrea, suo figlio e mio marito, era andato lavorare. Aveva paura di sprecare giorni di ferie, sentendosi inutile visto le condizioni di suo padre. E Lina, la figlia di ‘Toto’ che abitava da sempre con loro, doveva aiutare la mamma a cotonare i capelli e mettere a posto le unghie lunghissime coprendole con la lacca.

Voi penserete che fossi l’unica che ‘non aveva nulla da fare’. Ma non è proprio così. Mi venivano i brividi soltanto al pensiero che ‘Toto’ si svegliasse per quell’attimo, quell’attimo, prima di morire e vedesse soltanto la faccia di badante che non conosceva neanche, perche Maria lavorava con noi da tre giorni soltanto. Pensavo che se non poteva vedere la moglie e i figli – che vedesse almeno me, se anche in tutti questi anni non ci siamo mai parlati più di tanto. Qualche risata sulle sue abitudine di vivere per i cavoli suoi: pranzare alle undici, cenare alle cinque di pomeriggio e andare a letto presto. Di solito, quando andavo a casa dei miei suoceri, lo trovavo già a dormire. Perciò, ci si incontrava veramente di rado.
“E allora?” – direste voi, magari, annoiati.
Sono stati quegli ultimi tre giorni passati accanto a lui, che mi hanno stravolto la vita. Incominciando dall’aria calda ed irrespirabile dell’ospedale, carica di puzza di urina che grattava le narici. Dovevo uscire ogni tanto nel corridoio per prendere una boccata d’aria non fresca, ma almeno più pulita e controllare dall’uscio della stanza che ‘Toto’ non cercasse di scavalcare il letto con le sbarre. Lui non stava più in piedi e doveva fare tutto nel pannolino. Ma essendo un uomo che da sempre proclamava la sua indipendenza, voleva fare tutto da solo. Si agganciava con la mano ad triangolino che scendeva giù da sopra il letto e cercava di tirarsi su con le ultime forze. Non potevo allontanarmi a lungo, perché ogni mezz’ora trovavo le gambe sue fuori dalle sbarre di letto: inconsciamente cercava di scavalcarle per andare in bagno. E quando io lo prendevo per le gambe e lo facevo tornare al suo posto, ‘Toto’, con un filo di voce mi supplicava che voleva fare la popò. Si vergognava di farla nel pannolino davanti a me. Allora uscivo fuori cercando prima di ‘imbrogliarlo’ che qua tutti malati fanno la popò nel pannolino. Ma, lui si vergognava lo stesso, e non la faceva. Pregavo il nostro Dio comune di farlo soffrire il meno possibile e piangevo quando lui sprofondava in un stato di sonno apparente. Era allora, una di quelle ultime notti, verso le quattro del mattino, quando lui si svegliò e senza capire molto, aveva cercato nell’aria la mano di qualcuno trovando la mia. Lo sentii stringere forte. Relativamente, forte. E non mi voleva più lasciare. Fu allora che incominciai a guardarlo con altri occhi, sentendo i muscoletti stringere a scatti la mia mano. Era lucido, stranamente lucido, a dire che non voleva nessuno ai suoi funerali, nessun parente di… porco can, soltanto la famiglia. Chiedeva dove sono? e comprendendo di essere in ospedale, sussurrava di voler morire in casa. Poi verso le sei del mattino aveva lasciato la mia mano per un momento e aveva fatto due volte segno di croce vagabondando con lo sguardo sui muri, cercando il crocifisso e non vedendolo mi aveva chiesto un ‘wisketto’. Dopo di che era sprofondato nel suo male di nuovo e questa volta non si era risvegliato più, entrando in coma. Parlavo con lui: del fico pieno di frutti da andare a prendere con la scala, del bel sole finalmente arrivato, dell’ Udinese che sta facendo ‘miracoli’ battendo tutti, del centesimo gol di Toto Di Natale… Soltanto le sue sopraciglia reagivano alle mie parole e il respiro affaticato facevano ancora capire che era vivo.
Per dire il vero, dopo quella sera, la sua famiglia sembrava un gruppo di persone che con lui non avessero nulla a che fare: mia suocera strillò così forte che si girarono gli infermieri che passavano per il corridoio: “Ma sei matta!!! Non voglio che qualcuno mi muore in casa!!” aggiungendo che non c’e neanche una stanza libera. Parlando da soli, con mio marito, decidemmo di portare mio suocero nel nostro piccolo appartamento e metterlo nel soggiorno: spiegavo a lui, timidamente, che per me ‘Toto’ è come un papà e voglio rispettare i suoi ultimi desideri. Peccato che invece morì la mattina dopo e il suo desiderio di morire in casa fallì. Ma, magari, meglio così. Morto senza aprire gli occhi, smettendo di respirare e sotto la voce di Maria che recitava a memoria le preghiere ucraine ed io che baciavo per la prima volta il viso di mio suocero, bagnandolo con le lacrime che a fiumi venivano giù.

Vi vedo un po’ silenziosi? Chissà che pensate. Non vi viene voglia neanche di fumare. Non fumate. ‘Toto’ ha incominciato fumare quando faceva la guardia giurata, per compagnia, per non saper come riempire la notte e le ore del poco da fare. Ha fumato gli ultimi venti anni, distruggendo volontariamente i suoi polmoni. Ma vedo, che neanche il caffè vi va giù. Pensate a cosa fareste voi al mio posto? O cosa non fareste? Di certo, non chiamereste il prete che doveva fare i funerali ‘quello stronzo di prete’. Se anche era dura convincerlo a fare funerali alle 14.00. Si dorme cosi bene dopo il pranzo! Mia suocera aveva paura di fare brutta figura con i parenti e decise di far uscire il necrologio sul giornale, ringraziando tutti i parenti ‘di porco can’. Non mi guardate così! Sapete bene che fareste anche voi così. Perché certi atteggiamenti di fare bella figura ad ogni costo sono radicati anche dentro di voi. Anche voi pensereste di acquistare la bara più bella che c’è o un carro funebre lussuoso, lamentandovi del loculo dato dal comune ed esposto a sud, così i fiori si appassiscono subito e devi venire più spesso a cambiarli. Intanto che tutti pensavano a queste cose che a me sembravano superflue, in qualche senso veniva ignorato l’ultimo desiderio rimasto del povero ‘Toto’. E, cosa potevo fare, come nuora, per di più senza nessuna voce decisiva in capitolo, tranne fare la finta di dimenticare le chiavi e, tornando nell’ufficio delle pompe funebri, prendere la cartella con sopra il nome di mio suocero e, aprendola nella parte del necrologio, modificare l’ ora dei funerali: dalle 14.00 alle 16.00. Nella speranza di rispettare in qualche modo l’ultimo suo desiderio di vedere meno parenti possibile. Non so in che misura sono riuscita a farlo. So, soltanto, che da quel momento mi sono sentita libera, libera da un strano macigno di impotenza che lasciava lo spazio ad una semplice misericordia.
Certo, potreste dire voi, ma penso … che non sapreste che dire.

(Racconto pubblicato da HISTORICA Edizioni.)

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