1. Le parole sono importanti!

La Repubblica degli immigrati caduti sul lavoro

C’erano un indiano, un marocchino e un italiano.
L’italiano era un ingegnere, che doveva verificare se il capannone della fabbrica era agibile dopo i danni provocati dal sisma del 20 maggio, il marocchino e l’indiano erano operai dello stabilimento venuti per assisterlo nella ricognizione.
Fin qui e ciò che resta è solo una brutta barzelletta.

Venerdì mi ha telefonato mia mamma. «Hai saputo che nel terremoto in Emilia Romagna è morto anche un ragazzo indiano?».
Si trattava di Pawan Kumar, 31 anni, originario del Punjab (India). Era amico del cugino di mia mamma e proprio a casa di quest’ultimo Pawan e la sua famiglia si erano rifugiati dopo il terremoto del 20 maggio, che aveva danneggiato la loro casa e il capannone dell’azienda in cui lavorava a San Felice Sul Panaro.
Poi lunedì scorso è stato richiamato al lavoro; è tornato nel modenese lasciando la moglie, sua figlia di 3 anni e suo figlio di 7 mesi a casa dell’amico. Ha passato la notte in tenda e l’indomani si è recato presso il capannone, assieme al suo collega Mohammed Azaarg e all’ingegnere Gianni Bignardi, per verificarne l’agibilità in vista della ripresa della sua attività produttiva.
Alle ore 9 del 29 maggio la terra ha tremato di nuovo. Il capannone è crollato e si è preso le loro vite.

A pagina 15 del giornale La Repubblica del 2 giugno scorso, Wu Ming 1 scriveva:

<< Le scosse potrebbero susseguirsi per mesi, si capisce che la vita sarà diversa. Molti operai si rifiutano di rientrare nei capannoni. «La vita vale più dell’economia», ha dichiarato un dirigente della Fiom. E’ la frase più eretica che oggi si possa dire, ma la routine già incalza e preme, e presto tornerà a imporsi.
Il tran tran è astuto: si ammanta di straordinario, si traveste da finta discontinuità. Si pensi al «minuto di silenzio»: rituale rapido e innocuo, conferma che l’ordine regna e può permettersi di sprecare un minuto… al termine del quale approfitterà del momento, pigiando sull’acceleratore di strozzanti controriforme e imponendo la sua shock economy.
E’ vero, vogliamo «ripartire» (il verbo più usato nelle interviste). Tuttavia, sarà il caso di cambiare meta e percorso, saltando giù da questo treno iperveloce. Chiediamoci: questa velocità dove ci porta? «Lavorare con lentezza, chi è veloce si fa male», cantava Enzo Del Re. Chiediamoci, soprattutto: questa velocità a chi conviene? «Un ladro più veloce ruba meglio, e un fesso più veloce non diventa meno fesso», diceva Amadeo Bordiga.
Il tran tran si riaffermerà. Intanto, approfittiamo dell’Evento per respirare, pensare, prepararci a lottare. >>

Mia mamma ha ricevuto la telefonata da suo cugino il quale, appreso l’accaduto, non sapeva proprio come dirlo alla moglie e ai piccoli figli di Pawan. Al telefono ha espresso tutto il suo sconcerto, la sua paura di comunicare il peso di un dolore così grande e insopportabile. E’ riuscito a dire solamente che Pawan era rimasto ferito con i crolli, e che si trovava in ospedale…
Poi, ho saputo che l’ambasciata indiana aveva provveduto a far pervenire il passaporto per il figlioletto di 7 mesi, e che la salma di Pawan era in attesa della certificazione della sua morte, per potersi involare per un’ultima volta, verso la terra natìa… stavolta portando in dono ai suoi cari soltanto se stesso.

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