1. Le parole sono importanti!

L’elezione del nuovo presidente egiziano: I palestinesi ne gioveranno in qualcosa?

di Rabii El Gamrani

1948, 1967, 1973, 1978 . Queste quattro annate sono delle date memorabili nella dialettica del conflitto arabo-Israeliano, oltre ad interessare palestinesi e israeliani, mettono in relazione anche un terzo paese : l’Egitto.

1948: La prima guerra arabo-Israeliana o la Nakba (La Catastrofe) che segnò l’inizio ufficiale del dramma. Centinaia di migliaia di palestinesi vengono costretti ad abbandonare le loro terre e le loro case, la loro patria davanti all’avanzata dell’esercito dello stato ebraico da poco nato. L’Egitto era ancora una monarchia e l’operato degli eserciti arabi con in testa quello egiziano si rivelò una farsa, non solo per l’inadeguata qualità degli armamenti utilizzati durante le ostilità, ma anche per la scarsa preparazione e motivazione dei soldati arabi che consegnarono parte della Palestina storica alle forze israeliani.

1967: La Guerra di Sei Giorni o la Naksa, l’umiliante disfatta degli eserciti arabi. Questa guerra che iniziò con i migliori auspici, e con una ritrovata autostima araba caldeggiata dal panarabismo del leader Jamal Abdel Nasser, finii con una drammatica sconfitta. Bastarono sei giorni per vedere spezzato il sogno di una Palestina libera e con essa l’occupazione della Penisola del Sinai della Striscia di Gaza (che era sotto il controllo egiziano), della Cisgiordania, delle alture del Golan e di Gerusalemme Est.

1973: La terza guerra arabo-israeliana. La propagando ufficiale egiziana la spacciò per una grande impresa (famosi alcuni film egiziani in questa glorificazione) ma in verità questa guerra mantenne solamente lo stato quo che si era stabilito dopo la Naksa, e tranne qualche timida vittoria ottenuta dagli eserciti egiziani e siriani nelle primissime battaglie, il conflitto servì in pratica a spianare la strada a quello che sarebbe avvenuto nel 1978.

1978: Il trattato di pace fra Egitto e Israele a Camp David firmato dal presidente egiziano Anwar Al Sadat e dal capo di governo israeliano Menachem Begin.
In virtù degli accordi presi l’Egitto recuperò, tre anni dopo, il Sinai e iniziò una fitta e ancora duratura collaborazione con Israele in tutti gli ambiti, da quello economico a quello securitario. Mentre i Palestinesi e gran parte del mondo arabo la vissero come un tradimento da parte del più grande paese arabo nei confronti della Palestina, di fatto l’Egitto fu espulso dalla Lega araba.

Questa sommaria cronologia di più di 60 anni di conflitto è d’obbligo per comprendere come il dramma palestinese sia inestricabilmente collegato alle vicende politiche interne dell’Egitto.
A questo punto aggiungiamo un’altra data: 24 Giugno 2012: Mohamed Morsi viene eletto presidente della Repubblica Araba d’Egitto, vantando più di un primato: Il primo presidente della storia dell’Egitto eletto attraverso delle elezioni libere e trasparenti, il primo presidente appartenente ai Fratelli musulmani e infine il primo presidente non militare.
L’elezione di Morsi a capo del più grande paese arabo pone tanti interrogativi, non solo sul fronte interno e la capacità di un partito, Libertà e Giustizia che si appella all’’Islam politico, nel gestire un paese con molte problematiche di carattere economico, sociale, politico e religioso.
Ciò che ci interessa di più in questa analisi è valutare i scenari, che questo cambiamento radicale ai vertici del governo egiziano, potrebbe aprire nel contesto del conflitto israelo-palestinese.
Tornando indietro nel tempo e leggendo la letteratura teologico-politica del fondatore dei Fratelli Musulmani Hassan Al Banna, si evince chiaramente come il leader egiziano avesse consacrato un interesse particolare alla vicenda palestinese, pubblicando articoli e intervenendo nel dibatto pubblico per mettere in guardia, già dai primi tempi dell’arrivo in massa degli ebrei in Palestina, dal pericolo che questa immigrazione avrebbe potuto costituire per la popolazione palestinese.
I progetti sionisti erano ben noti nella regione e Hassan Al Bana intrattenne una fitta corrispondenza con personalità religiose e intellettuali arabi e palestinesi per fare fronte comune dinanzi alle minacce sioniste. Una rappresentanza dei Fratelli Musulmani partecipò anche alla guerra del 1948.
L’uccisione di Hassan Al Banna, l’oppressione che Jamal Abdel Nasser e Anwar Al Sadat riservarono ai Fratelli Musulmani rallentò in qualche modo l’impegno di quest’ultimi riguardo alla causa palestinese, nonostante essa rimase centrale nella propaganda ideologica della formazione islamica.
La svolta laica e progressista che prese poi la resistenza palestinese all’interno dei territori occupati e presso la diaspora rese la mobilitazione araba e internazionale a favore della causa palestinese appannaggio dei partiti di sinistra. Il ruolo delle formazioni islamiche con in testa i Fratelli Musulmani si fece meno visibile e meno determinante.
La crisi dei partiti progressisti arabi a causa della loro oppressione dai regimi, l’incapacità di incidere nelle società arabe, e alla fine l’esplosione del bipolarismo ideologico a livello internazionale (con il crollo del Blocco Sovietico). La radicalizzazione delle società islamiche soprattutto in seguito alla scelta deliberata dell’amministrazione americana di dare credito ai disegni geostrategici del politologo Samuel Huntington (lo scontro delle civiltà) diede una spinta ai partiti islamici che tornarono a riscoprire la forza mobilizzartice e la centralità della causa palestinese.

Ora siamo di fronte ad un evento straordinario nella storia del mondo arabo, in quanto la maggior parte dei paesi arabi si trova ad essere gestita da governi di estrazione islamica.
Il caso egiziano per la storia e l’importanza di questo paese è quello più emblematico.
L’elezione di Morsi è stata accolta con manifestazione di gioia a Gaza, con una fredda accoglienza in Cisgiordania e con una immensa preoccupazione in Israele. Gli ultimi attacchi dell’esercito israeliano sulla striscia di Gaza mentre la corsa alle presidenziali in Egitto era al suo culmine, sono da considerare come un avviso da Tel Aviv al futuro presidente: “Israele non ammetterà nessuna “ingerenza a favore dei Palestinesi”.
Nonostante ciò, durante la campagna elettorale Morsi ha sempre sottolineato che l’Egitto rispetterà gli accordi internazionali, alludendo, senza specificarlo, al Trattato di pace fra Israele e Egitto, concetto ribadito durante i suoi tre discorsi di insediamento.
Morsi inoltre, subito dopo la sua elezione presentò le dimissioni da ogni tipo di incarico in seno al partito della Giustizia e Libertà. Questo atto pur essendo dovuto e scontato marca simbolicamente la distanza che il presidente vuole, e deve, prendere dal suo partito e marca ancora di più la distanza dai Fratelli musulmani.
Un primo indizio da prendere in considerazione, se si vuole pensare ad una soluzione di continuità riguardo il rispetto del Trattato di pace con Israele, consiste nel fatto che l’amministrazione americana ha dichiarato che continuerà ad erogare gli aiuti finanziari che da tre decenni versa all’Egitto (2 MLD e 200 MIL di Dollari annualmente, 57% dell’insieme degli aiuti finanziari che l’Egitto ottiene da tutti gli altri paesi e le istanze internazionali messi insieme)
Il presidente Barack Obama ha invitato il presidente egiziano Mohamed Morsi a Washington per il prossimo settembre.
Comunque la presidenza Morsi parte claudicante. La corte suprema costituzionale ha invalidato le elezioni parlamentari in cui il partito del presidente vinse la maggioranza, mentre il consiglio militare ha emesso una dichiarazione costituzionale nella quale limita il potere del capo di stato, togliendogli la facoltà di dichiarare la guerra e di revocare trattati internazionali precedentemente firmati dall’Egitto, non solo, fino all’elezione di un altro Parlamento (di cui l’esito è incerto) il potere legislativo resta in mano all’esercito.
Lo scontro fra il presidente e i militari si annuncia frontale. La prima decisione che Morsì ha preso, come presidente della Repubblica, è stata quella di andare oltre la sentenza della Corte, e di emettere un decreto che autorizza il Parlamento con la sua attuale maggioranza a tornare al lavoro.
Il conflitto arabo-israeliano è un palcoscenico sul quale le due forze sicuramente si fronteggeranno.
Un altro terreno di battaglia che mette in campo i due schieramenti, riguarda l’esportazione del gas egiziano verso Israele. In virtù di un accordo firmato nel 2007 Israele acquista ingenti quantità di gas a prezzi di gran lunga inferiori a quelli del mercato.
Questo accordo che è sempre stato soggetto del rifiuto popolare, ha visto dopo la caduta di Mubark la condanna del Ministro dell’energia egiziano e di altri responsabili del settore energetico che permisero questa svendita. Parte della stampa egiziana denunciò queste condanne, in quanto i condannati eseguivano gli ordini di chi di fatto controlla il settore energetico in Egitto: I generali dell’esercito egiziano.
E’ cosa risaputa che la classe affaristica che si arricchì durante la dittatura di Mubarak operava in tutti i settori dell’economia egiziana (edilizia, agricoltura, banche e assicurazioni, telecomunicazioni…), ma mai si era avvicinata al gas e al petrolio. Quelli erano e sono tutt’ora monopolio dell’esercito.
Di fatto, cosa paradossale, nonostante la condanna di questi burocrati l’accordo ancora è in vigore.
In questo contesto il margine di manovra di cui dispone Morsi sembra assai limitato.
Tuttavia il presidente egiziano ha dalla sua parte la piazza; i suoi tre discorsi dopo la vittoria, hanno saldato perfino quella frattura che sembrava esserci stata fra laici e copti da una parte e i sostenitori dei Fratelli Musulmani dall’altra.
Morsi deve portare un risultato a casa anche per quel che riguarda il conflitto arabo-israeliano.
Rinegoziare il Trattato di Camp David sembra cosa assai improbabile, ma il Presidente sarà sicuramente chiamato a rivedere almeno l’accordo sull’esportazione del gas egiziano verso Tel Aviv.
Inoltre è molto probabile che il presidente scenda con tutto il suo peso per favorire la riconciliazione fra Hamas e Fatah, in prospettiva di una eventuale ripresa dei negoziati fra palestinesi e israeliani.
Un Egitto forte e sovrano potrebbe facilitare l’avvicinamento delle due frazioni rivali.
Questo intento di riconciliazione era già stato sventolato all’inizio delle rivolte arabe sia da Hamas che da Fatah, ma si è presto rivelato una becera mossa politica per anticipare la rabbia del popolo, che sembrava deciso a far cadere la leadership di Hamas e di Fatah.
Di fatto una volta calmate le acque entrambe le fazioni tornarono a snobbarsi a vicenda.
Peggio ancora, nonostante tutti i proclami di Hamas, quest’ultima accettò di liberare il caporale Shalit in cambio di un centinaio di prigionieri palestinesi, lasciando agli arresti forse l’unico leader capace di favorire l’unità del popolo palestinese: Marwān Barghūthī.
La serietà della Presidenza egiziana nel trovare una via d’uscita al blocco dei negoziati si misurerà attraverso la garanzia di una apertura stabile del valico di Rafah. Attraverso le pressioni che deve esercitare, per ottenere la liberazione di Barghūthī e affiancare l’azione palestinese fino ad ora molto timida, presso le istanze internazionali per ottenere il riconoscimento dello Stato palestinese, il congelamento della costruzione di altri insediamenti in Cisgiordania e lo stop all’alterazione dell’identità araba di Gerusalemme.
Questi sono presupposti essenziali e fortemente richiesti dalla piazza egiziana e perfino dalla dirigenza dei Fratelli Musulmani.
Subito dopo l’elezione di Morsi, il presidente del partito Libertà e Giustizia ed ex porta voce dei Fratelli Musulmani tuonò che il tempo in cui l’Egitto temeva Israele è finito, e che ormai i rapporti devono essere alla pari; continuando sulla stessa linea Al Aaryan alzò il tiro dichiarando che agli Israeliani deve essere vietato l’ingresso in Egitto senza visto. Trattamento riservato invece agli egiziani che desiderano entrare in Israele.
Mentre la guida suprema dei Fratelli Muslmani Mohamed Badia, continua a sostenere la linea ideologica della formazione che considera Israele un paese illegale.
Le dichiarazioni di Issam Al Aarian e di Mohamed Badia sembrano l’inizio di una operazione di pressione che la dirigenza dei Fratelli Musulmani e del partito della Libertà e Giustizia hanno intenzione di fare sul consiglio militare per affiancare eventuali mosse istituzionali di Morsi, in quel che appare come una distribuzione di ruoli per ottenere maggiore sostegno popolare.

Tornando al rapporto privilegiato fra i Fratelli Musulmani e Hamas –  il cui il leader Khaled Mashaal è un membro della Internazionale dei Fratelli Musulmani-, Hamas da tempo ha cominciato a marcare le distanze nei confronti della Siria, Hezbollah e dell’Iran, avvicinandosi al Qatar e addirittura alla Giordania. Trattasi forse di una nuova linea politica che la dirigenza di Hamas vuole inaugurare?

Un altro fattore da prendere in considerazione sono le attese elezioni americane.
Che Barack Obama venga confermato o che venga eletto Romny per quanto possa essere importante, tuttavia non c’è da sperare in qualche grande novità.
L’amministrazione di Obama ha mostrato un’ indifferenza totale, non impegnandosi seriamente nello smuovere la situazione ferma fra palestinesi ed israeliani, mostrando una adesione quasi totale ai piani israeliani sia duranti gli attacchi a Gaza e alla continua minaccia ai territori palestinesi attraverso la costruzioni di nuovi insediamenti, rendendo di fatto obsoleta l’idea di due stati. Lo stesso mutismo vige sul processo di giudaizzazione di Gerusalemme e sul trattamento disumano ai prigionieri palestinesi.
Un’ eventuale elezione di Romney non potrà che peggiorare la situazione anche se, non ci illudiamo, le decisioni importanti riguardanti la politica estera americana, vengono annunciati sì dalla Casa Bianca, ma a deciderle sono sempre le grandi lobbies
Prima dell’elezione di Morsi, una delegazione del partito del Rais ha fatto visita a Washington. Il timore che l’amministrazione americana abbia avuto delle garanzie dagli islamisti di non toccare certe linee rosse.
Di fronte a tutte queste situazioni, Morsi dovrà prendere delle posizioni.
L’Egitto sarà molto impegnato ad aggiustare il fronte interno, le spaccature non mancano, il braccio forte fra il Presidente e l’esercito è un dato di fatto di cui al momento si ignorano i risultati.
La credibilità di Morsi, del suo partito e dei Fratelli musulmani dipenderà da molti fattori, e il conflitto arabo-israeliano ne è uno.
La provocata crisi economica planetaria rende ogni possibilità di previsione o di lettura del futuro anche breve, assai incerta.
I segnali che arrivano dalla Siria, dal Libano, dall’Iran non lasciano presagire nulla di buono.
Il dramma palestinese è nato come una questione internazionale, in cui alcuni Stati hanno giocato contro altri.
Sappiamo bene chi ha perso fino ad ora.
Questa è un’altra partita che si gioca o solo il proseguimento della prima?
Lontano dal gergo sportivo e da ogni possibilità di ricreazione, c’è il popolo palestinese che continua a soffrire stoicamente. Ma fino a quando ce la potrà fare davanti a questo caos mondiale?
E’ difficile aspettarsi qualche sconvolgimento nell’assetto della situazione palestinese.
La bilancia pende ancora troppo a favore di Israele e i vari attori che possono cambiare qualche dato sono imbrigliati in varie corse che sembrano voler mantenere questa situazione di peggioramento e di logoramento del popolo palestinese fino ad un nuovo ordine.
Tuttavia il modello Piazza Tahrir è sempre valido. Il popolo ha destituito il Rais.

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