2. Memorando

Ricostruire insieme il volo dell’Aquila

L’aquila non può levarsi in volo dal piano terra; bisogna che saltelli faticosamente su una roccia o su un tronco d’albero: ma da lì si lancia alle stelle.

Parto dalla fine, dall’augurio: che si lanci alle stelle. Prima possibile. Perché ancora, ahimè, lì non arriva , e saltella faticosamente da un giorno all’altro, riparando ciò che le è possibile e attendendo che le aiutino a fare il resto. Il grosso. Il centro. Il cuore. Non che non ci sia, anzi, c’è un cuore grande, nella città dell’Aquila, e pulsa audacemente, ma è un po’ dislocato, un po’ sparso, un po’ altrove. Non di certo in centro, lì ci sono le rovine. Lì ci sono i palazzi abbandonati, abbattuti, screpolati, feriti, puntellati e lasciati stare. Una tacita, un po’ macabra, immensamente triste testimonianza dell’urlo che, ormai più di tre anni fa, la terra cacciò facendola tremare, la città dell’Aquila. Da allora, chissà quanti anni sono passati per gli abitanti di questa città, di sicuro molti più di tre e probabilmente molto diversi da quanto ci si possa immaginare. C’è la rassegnazione, sono un po’ disillusi per essere stati assistiti e abbandonati, si sentono un po’ manipolati, e non ne parlano neanche molto. Ormai la vita va avanti e il sorriso c’è: ha un altro aspetto, è più profondo, più consapevole, molte meno cose ci vogliono per accenderlo  e, forse, anche molte più cose per spegnerlo. Credo che la consapevolezza della città dell’Aquila, dopo il terremoto di tre anni fa, sia indiscutibilmente mutata. Per sempre. Laddove la vita è ripartita, saltellando faticosamente di qua e di là, è cresciuta una forza di cui le parole potrebbero non essere degne. Laddove, invece, ripartita non è, i militari ci invitano a non avvicinarsi. Pericolo crolli. L’intero centro dell’Aquila, muto come un fantasma e vuoto come un ventre stremato di fame, se ne sta lì, fasciato, puntellato, tenuto su insieme affinché non crollasse, in attesa di tempi migliori. Di aiuti migliori. Probabilmente di politici migliori. Di migliori gestioni fondi. L’augurio e quindi che si rilanci alle stelle, come quelle sotto le quali, appena ai bordi dell’inavvicinabile centro fantasma, in compagnia di un gruppo di aquilani, nativi e acquisiti, che in questa città ci crede, mangiavo un panino che mi sembrava la cosa più buona che avevo mai assaggiato. Sarà la semplicità che fa riapprezzare le cose. Che si levi in volo, fino alle stelle, di nuovo, questa città a cui sono state tarpate le ali.

L’aquila è l’unico volatile che arriva ai 70 anni. Ma, perché ciò accada, intorno ai 40, deve prendere una decisione seria e difficile. A quest’età i suoi artigli sono lunghi e flessibili e non riescono più ad afferrare le prede di cui si nutre. Il suo becco, allungato ed appuntito si incurva. Le ali, invecchiate ed appesantite dalle penne ingrossate, puntano contro il petto. Volare è ormai difficile. In questo momento cruciale della sua vita, l’aquila ha due alternative: non fare niente e morire oppure affrontare un doloroso processo di rinnovamento che durerà circa 150 giorni.

Non sappiamo, di certo, quanto tempo durerà il rinnovamento dell’Aquila, né, men che meno, ci interessa la sua età. Quello che conta, quello per cui vale la pena chiamare in causa questo paragone con il rapace, è l’alternativa numero due: rinnovarsi. Ed eccone, all’Aquila, un’illustre esempio: Piazza D’Arti. Rigorosamente prefabbricati, su un suolo di ghiaia, senza particolari criteri artistici o architettonici, tengono alta la bandiera del “doloroso processo di rinnovamento”. Associazioni, circoli, biblioteca, teatro, punti di creatività e incontri dai quali si irradia la voglia dell’Aquila di riprendersi il bello, l’utile, il sociale, la condivisione, la rinascita, la normalità, e, perché no, il sublime. Pensando ai cuori dislocati di questa città dal cuore spezzato, come non riconoscerne uno anche qui, in questa piazza, dove la voglia di fare e interagire è tanta ed entusiasmo altrettanto. Scarseggiano i mezzi e vengono sostituiti con la pazienza. Quanta ce ne vuole ancora? Chi lo sa? Di certo, la Piazza D’Arti ha preso, e sta prendendo quotidianamente, varie decisioni affinché il volare, difficile che sia, ridiventi una sua prerogativa, un diritto di nascita, un piacere.

La nostra aquila ha deciso di affrontare la sfida: vola verso la cima della montagna e si rifugia in un nido vicino ad un dirupo, dove non avrà bisogno di volare. Lì comincia a sbattere il becco contro la roccia fino a strapparselo. Poi l’aquila aspetta che spunti un nuovo becco con il quale strapperà i vecchi artigli. Quando i nuovi cominciano a spuntare si mette a strappare le vecchie penne. Solo dopo cinque mesi è pronta per il volo di rinnovamento e per vivere altri 30 anni.

Sì, questa città è pronta per il volo di rinnovamento. Laddove le è possibile, sta già volando. Ma laddove non ce la fa da sola, sarebbe opportuno che le venisse fornito l’aiuto. Quell’aiuto promesso, qualcuno si ricorderà. Perché vederla ancora ferita, ancora muta, ancora a pezzi, fa male. Finisce che si volge lo sguardo altrove. E va bene, lei stessa lo fa, basta che non ci si dimentichi, e che sia uno sguardo costruttivo. Ricostituente. Per ricostruire, ricostruire insieme. Come l’omonima associazione per un servizio immigrazione ed educazione alla mondialità che si trova nella Piazza D’Arti e che contribuisce alla rinascita dell’Aquila. Elisa, Salima, Marialoreta, Azemie, Andrea, Fadi, José, Samuel, Joseph, Virginia, Marianne, Rafael, Barbara e molti altri, cui nomi l’emozione mi ha fatto scordare, collaborano per ricostruire insieme la gioia e la condivisione che all’Aquila erano venuti meno. Ora pulsa la vita, sboccia l’amore, vive la speranza, nascono i figli, in questa città in cui i processi di rinnovamento, per quanto se ne parli, non potranno mai essere elencati tutti. Molti modi in cui si è leccata le ferite rimarranno soltanto suoi. Ma molte idee su come farlo invece insieme vuole condividerli con il resto dell’umanità. Questa è anche la missione del “Ricostruire Insieme”. Perché ci si mescola, ad Aquila, il mondo congiunge anche lì e ci si conosce, incontra, integra, si scambia. Non può essere altro che un volo di rinnovamento, questo. E di metamorfosi.

Epoca di metamorfosi. Gli studiosi della metamorfosi dicono che non soltanto le larve si trasformano in farfalle. Con nostro stupore anche le pietre passano attraverso silenziose metamorfosi. Insomma, sembra che siamo condannati alla metamorfosi. Morire varie volte e varie volte rinascere. Ma che resti sempre nell’azzurro l’imponderabile VOLO DELL’AQUILA.

 

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