2. Memorando

“KIF KIF”. Noi marocchini della Kasbah di Algeri

Un contributo per la stanza deli ospiti di Moulay Zidane El Amrani

Nacqui e crebbi in una famiglia mista e allargata, appartenente ad una grande tribù secolare che affonda le sue radici genealogiche nell’antica geografia magrebina, a cavallo tra il Marocco e l’Algeria, sin da quando i due stati erano ancora una sola entità che arrivava ben oltre l’attuale Mauritania e si estendeva fino al fiume Senegal.

Poi arrivò l’uomo bianco a “civilizzarci” e, con il fucile in una mano e il righello nell’altra, divise arbitrariamente l’Africa in linee rette e separò il Marocco dall’Algeria, spaccando tribù, confraternite e persino famiglie, che da un giorno all’altro, si ritrovarono straniere e con una frontiera che le passa nel bel mezzo del salotto.

Per mio nonno, artigiano, confezionare Babouches nella sua bottega di Fes e andare a venderle al Souk di Sidi Bel Abbes era ordinaria amministrazione. Il passaporto non è un’invenzione nostrana.

A mio padre, invece, nato nell’Algeria occupata, i maestri insegnarono che Napoleone era il suo antenato. Mi fa sorridere immaginare un Bonaparte che fa Mustafa di nome.

Arabo e musulmano fin nelle viscere, mio padre non sa scrivere neanche il suo nome in arabo. Parla il dialetto, apprende il Corano a memoria, ma quando scrive o quando si imbestialisce lo fa rigorosamente in francese, la sua forzata lingua madre.

Parigi, per oltre un secolo di colonizzazione, bandii l’insegnamento della lingua e della cultura araba in Algeria.

Nella folle illusione colonialista francese, se il Marocco era un “protettorato”, l’Algeria era il prolungamento della Francia metropolitana, era proprio la Francia oltre-mediterranea.

E io, da bambino, ebbi, così, la strana fortuna di essere un arabo che veniva sgridato o coccolato dal proprio padre in francese.

Liberato il Marocco, il sentimento più diffuso nella popolazione era che l’indipendenza marocchina non poteva dirsi compiuta finché la vicina Algeria era occupata. In centinaia di migliaia, mio padre compreso, varcarono clandestinamente il confine e andarono a combattere al fianco dei fratelli algerini per la libertà.

Liberato il Maghreb, subentrarono, ahimè, le ambizioni e gli appetiti politici.

Mentre l’establishment marocchino guardava verso l’occidente “liberale”, la giovane Algeria strizzava l’occhio al “Socialismo panarabo” di Nasser e all’allora blocco sovietico.

Pur così vicini, politicamente diventammo due pianeti diversi.

Un pezzo di confine, lasciato indefinito dai francesi, bastò per scatenare una guerra fratricida tra il Marocco e l’Algeria… e da buoni parenti diventammo velenosi serpenti.

“La guerre des sables” nell’ottobre 63 fu un vero e proprio bivio, anche psicologico, nei rapporti tra i due popoli, ormai un po’ meno fraterni. All’amore secolare, le reciproche propagande nazionalistiche e gli opposti mezzi di comunicazione di regime alimentarono un odio smisurato. Il “radio tamtam” popolare, la paura e l’allora analfabetismo galoppante dei due popoli, fecero il resto. Persino nell’accademia militare di Algeri insegnavano che il nemico potenziale da abbattere era il Marocco e la stessa cosa succedeva a Rabat.

Per essere dei veri marocchini bisognava odiare gli algerini e viceversa. E per essere tutti e due?

Quando, da bambino, leggendo la segnaletica stradale, scoprì che il paesino che fa da frontiera tra i due stati ha il profetico nome di “Zouj Bghal” (I due muli), capì che ci sarebbe stato molto da “divertirsi” dalle due parti del confine. Passata la dogana, la mamma ci raccomandava sempre di non dire che abbiamo origini anche dall’altra parte. Negli anni settanta, essere algerini a Casablanca era a proprio rischio e pericolo, più dell’essere ebrei. E ad Algeri o Orano il pericolo non era certo minore.

Innamorarsi da adolescenti della propria cugina algerina, sapendola “ufficialmente” tua nemica, era un bizzarro sentimento degno dei Montecchi e Capuleti di Shakespeare.

L’artefatta tensione salì fino a sfiorare la “tragedia balcanica” quando l’Algeria cacciò quarantamila marocchini e il Marocco rispose con la stessa moneta. Furono ignobilmente separati mogli dai mariti e figli dai genitori con il pretesto che avevano passaporti diversi.

Molta gente fu costretta a fare carte false per evitare il rimpatrio coatto e per non veder lacerata la propria famiglia ed espropriati i propri beni. Molti cambiarono cognome e molti funzionari dei due paesi divennero ricchi speculando sull’altrui tragedia. Non fu un bel periodo per noi che eravamo di casa e avevamo casa in ambo le parti da oltre tre secoli.

In quel clima avvelenato, persino la sconfitta calcistica del Marocco contro l’Algeria a Casablanca nel 79, assunse i connotati di un dramma nazionale. Se la ricordano tutti quella partita persa 5 a 1. Se la ricordano anche i nostri nonni, notoriamente indifferenti al calcio.

In oltre quarant’anni di burrascosa relazione, l’amore-odio tra algerini e marocchini è diventato un consolidato Status-quo. Tutt’oggi, molti di coloro che sono caduti nel tranello del grande inganno mediatico si odiano reciprocamente senza sapere neanche il perché.

Nel contempo, da una parte e dell’altra, sono nate nuove generazioni “odianti”.

Quando mi diverto a chieder loro il perché di tanto astio, o non sanno rispondere o lo motivano semplicisticamente con la questione del Polisario e del Sahara marocchino. Essere “Beduini” non è solo un fatto antropologico.

Sono ignari che nel Marocco e in Algeria vivono oltre due milioni di persone, come me, che aldilà dei passaporti, appartengono contemporaneamente ai due paesi in saecula saeculorum.

Sono ignari che due presidenti della Repubblica Algerina sono nati e cresciuti in Marocco e che molti ministri marocchini erano di origine algerina.

Sono ignari che persino il leader storico del Fronte Polisario è cresciuto ed ha studiato a Casablanca.

Sono ignari che marocchini ed algerini, arabi e berberi, sono parti integranti ed inseparabili dello stesso popolo da sempre.

Sono ignari che Marocco e Algeria sono “Kif Kif”, come dice mio padre, “è uguale”.

A Casablanca mi sento più marocchino di molti marocchini e nella Qasbah mi sento più algerino di molti algerini. Ma anche quando andai ai funerali di Sandro Pertini, a quelli di Giovanni Paolo Secondo o davanti al monumento eretto alla memoria di Giovanni Falcone a Capaci, mi sono sentito più italiano di molti italiani.

“Identità sospesa” diagnosticherebbe qualche “illuminato” psicologo da queste parti. Niente di più sbagliato. Si chiama Identità Plurale ed è quella che ti fa sentire a casa tua ovunque tu ami stare e ti preserva da quella sgradevole sensazione che fa sentire persino un riminese straniero nella vicinissima Forlì , o almeno, finché qualcuno non te lo fa notare per distinguersi o per dare sfogo alla sua di Nevrosi Identitaria. Alla faccia dei moderni “Cittadini del mondo”, che lo sono a condizione che nel mondo ci siano ovunque gli spaghetti, il bancomat e, possibilmente, l’aria condizionata. Ma questa è un’altra storia.

Tornando a noi magrebini, è comunque “kif kif”. Che le aprano o le chiudano come e quando meglio credono, quelle frontiere. Tra Marocco e Algeria non ci sono, ne mai ci saranno, frontiere.

L’unica frontiera esistente è quella tra il popolo e i suoi governanti.

Di My Zidane El Amrani., Agosto 2012.

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6 thoughts on ““KIF KIF”. Noi marocchini della Kasbah di Algeri

  1. Buongiorno signor Moulay!
    Non sono capace di fede ma di lei sono caduta immediatamente in stato di adorazione!
    Grazie senza fine!

    • Dritto al Cuore il tuo messaggio, Vale. E di tutto Cuore, Grazie a te ed all’Amico Karim Metref che mi accolto in questo blog. A presto.

      • Grazie a te Moulay per l’ottimo contributo. Saremo sempre felici di accoglierti. Quando vuoi!

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