5. Letture d'altrove

Parte seconda: Kader Abdolah o la lingua come patria adottiva

Kader-Abdolah

Dopo aver accompagnato Kateb Yassin nel suo viaggio di ritorno verso la lingua madre  e la terra natia. Riprendiamo la strada per seguire le tracce dell’iraniano Kader Abdolah verso quelle che dal 1988 sono diventate le sue patrie : l’Olanda e la lingua nederlandese.

Tra Kateb Yassin e Kader Abdolah ci sono diversi trait-d’union e di separazione.

Entrambi hanno conosciuto la militanza segreta, l’uno contro la violenza dell’occupante francese e la dittatura dell’ordine stabilito dopo l’indipendenza, l’altro contro i regimi dello shah e degli Ayatollah. entrambi hanno conosciuto la prigione nella loro patria, l’esilio e la peregrinazione.

Se Kateb Yassin alla fine è ritornato in Algeria per creare nelle sue lingue e morire sulla sua terra , Kader Abdolah invece continua a vivere lontano dalla  Persia e dal persiano.

Un altro denominatore comune fra i due autori è la centralità della Questione Linguistica nelle loro opere.

Ma mentre Kateb Yassin decise di rinunciare a scrivere in francese in uno strappo che va oltre la scelta creativa, per abbracciare una dimensione ideologica con la valenza di un’ appropriazione delle proprie origine e storia, Kader Abdolah invece compie un percorso del tutto inverso.

L’autore di La casa della moschea”  esordisce come scrittore in fārsì, dando alla stampa due romanzi. Tuttavia a causa della sua militanza politica nel partito comunista iraniano si trova costretto a prendere la via dell’esilio.

Nel 1985 approda in Turchia rimanendoci per 3 anni prima di trasferirsi in Olanda dove otterrà l’asilo politico.

L’arrivo in Olanda costituisce uno spartiacque nella vita dell’ uomo e dello scrittore.

Dal suo primo approccio con il paese adottivo e la sua lingua, dirà in un intervista *“Sono caduto improvvisamente dalle alte montagne della Persia sulla fredda, umida terra d’Olanda, a imparare una lingua fredda e umida. Non aveva ritmo, non aveva musica, era piatta come il Paese”

Questa trasfigurazione lo porterà a maturare la decisione di dover imparare la lingua nederlandese : “ dovevo conquistarla, altrimenti non sarei sopravvissuto: e allora divenne bella, divenne la mia casa. Ora vivo in questa lingua”.

Sicuramente Kader Abdolah si è trovato davanti ad una astrusa situazione, non solo doveva affrontare le difficoltà dell’esule, ma anche imparare all’età di 34 anni una lingua nuova per nulla facile.

Frequenta i corsi serali di lingua e letteratura olandese all’università di Utrecht e dopo solo 6 anni dal suo arrivo nei Paesi Bassi scrive la sua prima opera in lingua nederlandese “Le Aquile”.

Da lì in poi sarà sempre un crescendo, romanzo dopo romanzo si impadronisce totalmente  della lingua fino ad essere considerato dalla critica uno dei migliori scrittori europei  e riuscire ad aggiudicarsi l’Ordine del Leone dei Paesi Bassi,  mentre la Francia lo ha insignito “chevalier de l’Ordre des arts et des lettres”.

Per approfondire la Questione Linguistica nell’opera di Kader Abdolah, in una prassi simile a quella che ho condotto con Kateb Yassin, andiamo ad interrogare uno dei suoi libri più rappresentativi : “Scrittura Cuneiforme” *

Il protagonista Aga Akbar è un sordomuto che non ha nessun accesso alla lingua delle parole, tuttavia riesce a lasciare una testimonianza straordinaria scrivendo un diario con l’alfabeto Cuneiforme, emulando le gesta di un antico monarca persiano che volendo rendere le sue leggi eterne, le incise in cima al monte Zafferano con le lettere di quell’antica scrittura inventata da Assiri e Persiani. Ed è proprio su quelle cime che Aga Akbar fa sua la scrittura cuneiforme.

Il diario, molti anni dopo  la morte di Aga Akbar, cadrà fra le mani del figlio Ismail, esule, come Kader Abdolah, in Olanda.

Ismail che ci racconterà la storia del padre e dell’Iran degli ultimi 80 anni, si troverà davanti a due dilemmi linguistici: decifrare la scrittura cuneiforme e trasportarla successivamente non in persiano bensì in nederlandese :  “Scrivo la mia storia nella lingua degli olandesi, nella lingua quindi dei seguenti poeti che non ci sono più (…) Alfred Hegenscheidit, Willem Van Hildegaersberch, Agathan Marius (…) lo faccio perché questa è la legge della fuga”

Kader Abdolah confessa che si è nascosto dietro Isamail per forgiare questo racconto politico con tantissimi tratti autobiografici. Di fatto anche l’autore è nato da un padre sordomuto.

Ismail nel tentativo di raccontare la storia del padre, affronta la questione della lingua, o come rendere la forza di una scrittura antica e di un racconto tipicamente iraniano in una lingua presa in prestito dalla fredda Olanda :  In questo momento sono seduto alla mia scrivania nel sottotetto e guardo fuori dalla finestra. Tutto è nuovo qui, il terreno odora di pesce, gli alberi sono giovani, i nidi degli uccelli sono fatti di ramoscelli teneri, non esistono parole antiche, antiche storie d’amore né l’odio di antiche liti. Negli appunti di mio padre, invece tutto è antico, le montagne, il pozzo, la grotta, la scrittura cuneiforme, perfino la ferrovia, e per questo che non so mettere mano alla penna. Non credo che si possa scrivere un romanzo su questa terra nuova”.

Tuttavia Kader Abdolah risolve la questione dichiarando per bocca del suo protagonista la sua incapacità di scrivere oramai in persiano : ” sono stato punito, non riesco più a scrivere nella mia lingua  madre (…)  quando si lascia la propria casa, si perde anche un po’ della propria forza e  molto del proprio sapere diventa inutilizzabile; quando scrivi in un’altra lingua, lo fai dall’esterno  invece con la lingua madre, scrivi dall’interno”.

Kader Abdolah in un intervista concessa al giornalista francese Gérard Meudal, dichiara : “scrivere in un’altra lingua, in una nuova lingua  significa  allo stesso tempo ricchezza e sforzo, sofferenza e apertura”. 

Contrariamente a Kateb Yassin e il rapporto sofferto che lo legava al francese, la storia che Kader Abdolah intrattiene con la lingua adottiva è idilliaca : “ il nederlandese Mi ha salvato dalla follia, aiutandomi a supportare l’esilio(…) ha evitato la mia morte spirituale e creativa, perché il persiano sentendosi tradito per la “mia fuga”, mi è sfuggito a sua volta”.

Per evitare l’alienazione completa,  a Kader Abdolah era rimasto solo di farsi adottare dal nederlandese : “abbandonare la lingua madre è doloroso, soffro per questo, ma sono contento d’averlo fatto. Grazie a questo, mi sono autocostruito, sono diventato finalmente me stesso, e non figlio di mio padre come ero in Iran”.

Sfortunatamente non conosco il nederlandese per poter giudicare l’apporto che l’opera di Kader Abdolah ha portato a questa lingua, ma forse un indizio, di quanto lo scrittore d’origine iraniane sia riuscito ad arricchire la lingua e la letteratura olandese, ci viene dal fatto che gli olandesi stessi hanno eletto “La casa della  moschea” come il secondo miglior romanzo nella storia della letteratura nederlandese, superato solo dall’olandesissimo Harry Mulisch con la sua epopea “La scoperta del paradiso”

Questo riconoscimento tuttavia, non ha potuto impedire che la storia dell’Iran e delle sue genti, raccontata da un iraniano, sia appannaggio soltanto di chi è capace di leggere in nederlandese o in altre lingue verso le quali i suoi testi sono stati tradotti (nel mio caso ho letto i suoi romanzi  in italiano e in francese) , mentre gli iraniani si devono accontentare di sapere che lontano dall’Iran c’è un loro connazionale che parla di loro senza avere la possibilità di leggerlo, i suoi libri non sono tradotti in persiano.

Ecco un altro esilio al quale per il momento non c’è rimedio.

Mentre Kateb Yassin abbandona il francese per andare verso la lingua del suo popolo, Kader Abdolah abbandona la lingua del suo popolo per andare verso altri lidi linguistici che gli evitano la morte creativa, ma lo condannano a subire la sofferenza della morte della lingua madre e con essa la possibilità di comunicare con la sua gente.

* La Stampa 21 Ottobre 2003

** scrittura cuneiforme,  Edizione Iperborea, 2011

scrittura-cuneiforme

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3 thoughts on “Parte seconda: Kader Abdolah o la lingua come patria adottiva

  1. Mi ricorda un libro. In Le rose di Atacama Luis Sepulveda scrive 35 racconti di storie “marginali”, fra cui mi pare di ricordare ” La nostra lingua è la nostra patria” in cui Luis ci fa conoscere un signore sudamericano che non ha potuto tornare al suo paese per volere del suo stato, ha dovuto fermarsi a vivere in Germania dove era venuto a vedere suo figlio per l’ultima volta prima che morisse. Quel padre pieno di dolore dopo alcuni anni andò a trovare Luis nel nord della Spagna e al solo risentire dapertutto parlare lo spagnolo, la sua lingua, pianse…

  2. Pingback: Di Calila e Dimna, di Kader Abdollah e di altre storie… | A.L.M.A.Blog

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