4. Espressioni

Di dove sei?

(Dal romanzo “Odio ferragosto!”)

Anno 1991

“Di dove sei?”
“Da Minsk…”
“?”

Appena aprivo la bocca, il mio accento russo attirava attenzione.
“Di dove sei?”
“Sono da Minsk.”
“Di Mosca?”
“No, da Bielorussia.”
“E dove si trova la Bielorussia?”
Questo, in italiano, per me era ancora difficile da spiegare. Uscii dal negozio in fretta per evitare altri discorsi. Feci una decina di passi e entrai in un altro negozio. Sempre di vestiti. Via Buenos Aires era piena di boutique e di negozi per tutte le tasche.
“Ha bisogno?”
“Posso vedere?” chiesi timidamente.
“Di dove sei?”
“Sono da Minsk.”
“Mosca?”
“No. Minsk…”
“Non conosco…”
“Unione Sovietica…”
“Ah…”
Guardai la commessa che rimase pensierosa e titubante: la parola ‘Unione Sovietica’ suonava come un allarme. Perfino io mi spaventai e decisi di non dirla mai più.

Nel negozio di scarpe passarono alcuni minuti prima di sentire:
“Di dove sei?”
“Sono da Mosca”, sparai senza pensare molto.
“Bella, Mosca…sono stata a Mosca…”
Non sapevo che dire. Ho visto Mosca di passaggio: dovevo ritirare il passaporto con il visto, perciò arrivai con il treno la mattina presto, presi la metropolitana, feci a piedi tre isolati nella parte vecchia di Mosca e dopo aver ritirato il passaporto, uscii alla stessa fermata della stazione dei treni e presi un taxi fino all’aeroporto Sheremetyevo. Passai tutta la giornata camminando avanti e dietro per la sala enorme e vuota che, verso sera, si riempì di gente che non si riusciva ad imbarcare: i voli subivano ritardi di un’ora e anche di più. Non trovando un posto a sedere, aspettai tutta la notte seduta direttamente giù per terra, in un angolo, accanto al deposito dei carrelli vuoto.
Insomma, non sapevo che dire di Mosca. Nella mia mente, Mosca era soltanto la Piazza Rossa.
“Bella, sì…” e, lasciando un paio di scarpe che mi piacevano molto, uscii in tutta fretta dal negozio. La timidezza cresceva insieme con l’inadeguatezza.

Decisi di accontentarmi guardando le vetrine.
Avevo sete. Entrai nel primo bar e chiesi una coca-cola.
“Di dove sei?” il ragazzo del bar (gilet, camicia bianca, papillon, per me – roba d’altri tempi) cercava di essere simpatico. Lo guardai con la stanchezza di una che fa fatica a legare due parole d’italiano e per evitare le domande risposi:
“Da Sesto San Giovanni.”
“Ho capito…” il ragazzo rimase perplesso. “Ma… tu, di dove sei?”

Mi andò male. Il mio primo shopping.

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4 thoughts on “Di dove sei?

  1. molto bella! mi rendo conto che lo faccio anch’io tante volte… ma io sono un’insegnante di italiano a stranieri e lo faccio – almeno credo – per verificare se ho immaginato bene la lingua che si percepisce sotto quella italiana… come dire: deformazione professionale 🙂

  2. Mio pezzo fa parte di un romanzo, perciò, nella vita si può fare tutto: ogni uno reagisce a suo modo, abbiamo diversi personalità. A qualcuno piace essere notato per suo accento, ad altro – no. Poi, chi insegna, ha tutto diritto di farlo. Con mio pezzo, invece, volevo far soltanto sorridere un po’. Niente di più. Buona giornata a tutti.

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