I venerdì di Lyudmyla

Piccoli racconti buffi di una coppia transeuropea: 1. Prima della partenza

Piccoli racconti buffi di una coppia transeuropea. Un racconto lungo a puntate di Tetyana Gordiyenko... Fiaba moderna del Ragionier  Giacomino Mantegazza e della sua sposa Lyudmyla Ciukh.

 

Atto primo: Prima della partenza

Conobbi Lyudmyla davanti al banco del negozio “russo” di via Cibrario. Sceglieva le aringhe in salamoia e intanto raccontava del suo appena concluso viaggio di nozze. Uscimmo dalla bottega insieme, cariche di mortadella sovietica e di barattoli di panna acida. “Ma come sei finita con questo Mantegazza?” – le chiesi io alla fermata del 13, in cui dovevamo viaggiare ancora per una buona mezzora prima di separarci. Ed ecco che lei mi raccontò la storia del suo fidanzamento che va posta qui, come una premessa.

Ad un certo punto, la vecchia prof dell’Accademia Albertina, la “strega” Boeris, lascia tutto alla sua badante, Lyudmyla, che neanche sembrava starle troppo simpatica. Come mai? Perché? I nipoti della signora Boeris, che dei figli non ne aveva avuti, anzi, non si era mai sposata, rimasero a bocca aperta. Uno di loro, Giacomino Mantegazza, il meno amato dalla vecchia prof per via delle origini del suo padre milanese (visto che per una vecchia torinese non c’era peccato più grave), rimase solo per poco a boccheggiare colpito dall’esito del testamento, e mise in pratica la strategia di conquista della bella – e ricca!- Lyudmyla. Molti parenti lo schernivano. Dicevano che di solito il matrimonio per convenienza tra le donne dell’Est e i maschi italiani funziona al contrario. Ma Giacomino non si scompose. La vecchia l’aveva voluto umiliare? Il notaio aveva dovuto leggere davanti a tutti le parole di quella pazza che seguivano una breve lista dei beni insignificanti assegnati ad altri tre nipoti: “Per quanto riguarda il mio nipote Mantegazza Giacomino, ragioniere di formazione e di sua natura scemo, che tanto voleva che lo menzionassi nel testamento: ecco fatto, l’ho appena menzionato!” Ebbene, per Giacomino lo sposalizio con Lyudmyla aveva il gusto di una vittoria sul marasma senile della zia antipatica già in partenza. Lyudmyla raccontava “a colori” la sua vita con la vecchia signora Boeris e il perchè di quella grande benevolenza dell’anziana prof, famosa per la sua indole biliosa. All’inizio i nipoti della prof Boeris avevano quasi perso le speranze di trovare una badante che fosse gradita all’anziana, quando quest’ultima non potè più opporsi alle loro insistenti richieste di non continuare a vivere da sola, considerati i casi sempre più frequenti in cui qualche fornello rimaneva acceso per dei giorni. Si è deciso di cercare una “donna” costi quel che costi. La signora non voleva “le negre”, che poi erano tutte le donne provenienti da qualsiasi parte del mondo che si trovasse più a Sud di Carmagnola, non voleva neanche le classiche domestiche cinquantenni originarie di Moldavia, o dell’Ucraina – “le babe” come le chiamava, quelle signore laureate che facevano in Italia i lavori umili per pagare gli studi dei figli o i debiti dei mariti. Diceva che le mettevano troppa tristezza: erano portatrici della sconfitta dell’intelletto, “eppoi son tutte grige, rugose, sformate”. Era incontentabile. Finché un giorno un ex-collega non le presentò Lyudmyla, che di intellettuale non aveva nulla, era sempre di buon umore e in ottima salute: formosa, capelli rossi, occhi verdi, pelle liscia e bianca. “Ma è un quadro di Tiziano!” – esclamò la prof. “La prendo!” E il giorno dopo fece venire Addolorata, la prediletta studentessa, di cui i “R-atti o-sceni”, la serie di ritratti osé, apprezzava per la loro audacia – bisogna dire che la Boeris era di quelle persone aggrappate all’etichetta che in segreto ammirano i trasgressivi.

La prof addirittura si mise a raccontare a Lyudmyla qualche fatto attinente alla storia dell’arte, o alla vita della Torino che ricordava da ragazza. Per esempio, insisteva sul fatto di essere stata una delle ispiratrici di Guido Gozzano, una di quelle signore e signorine che mangiavano le paste nelle pasticcerie torinesi e di cui il poeta era innamorato. Il piccolo particolare di essere nata dopo la morte del celebre poeta non faceva oscillare questa sua convinzione. L’anziana recitava spesso quei versi golosi di Gozzano: “Signore e signorine – le dita senza guanto – scelgono la pasta. Quanto ritornano bambine!”

Tuttavia, la prof aveva regole molto rigide per quanto riguardava l’alimentazione: era una di quelle vecchie torinesi per le quali ingrassare era il più orripilante dei peccati mortali – d’altronde, non a caso, la pasticceria “mignon” era nata proprio a Torino, per attutire i rimorsi delle ragazze sempre in guerra con i chili in più! La signora diceva di non aver mai e poi mai toccato un pasticcino dai tempi del liceo, tanto, i dolci “le facevano schifo”. Ben altro dicevano gli occhi deliziati della prof Boeris mentre recitava “Le golose”. Comunque, ogni giorno la prof ordinava a Lyudmyla di prepararle per pranzo ventisette spaghetti senza condimento ed una acciuga al verde.

Per un bel po’ Lyudmyla pensò di aver a che fare con una poverissima insegnante in pensione come ce n’erano tante, troppe, in Ucraina. Dopo pensò di aver a che fare con una vecchia spilorcia all’inverosimile, ma alcuni generosi regali dell’anziana le fecero cambiare idea. Lyudmyla, però, da parte sua, disse subito alla signora Carla che non condivideva tali abitudini alimentari, e che intendeva mangiare cucinando i piatti del suo paese nativo. Al ché la Boeris si informò circa le particolarità della cucina ucraina. Durante la descrizione delle frittelle di patate condite con la panna acida restò muta. Sentendo parlare degli involtini di verza con il ripieno di riso e carne, corrugò la fronte. Quando apprese che l’alimento più venerato è il lardo al pepe, proferì: “Ma lì siete tutti pazzi da legare!” e decise che tali pietanze non dovevano neanche entrare nella sua cucina. Diede a Lyudmyla un supplemento allo stipendio mensile e la mandò a mangiare tutti i giorni al self-service di via Bogino. Ed ogni giorno la interrogava su che cosa avesse mangiato. Lyudmyla elencava gli antipasti, i primi, i secondi, l’immancabile dessert, e la prof ogni volta, con gusto, sentenziava: “Ma sei matta, è pieno di colesterolo il semolino fritto! No, ma tu sei una mangiona come non si sono mai viste! Ma un budino al cioccolato dopo una carbonara, ma non siamo normali qua, neh!” Però si vedeva che a lei, alla signora, faceva piacere sentir parlare del buon mangiare. Se le nominavano gli spiedini, le tremavano le labbra, ma se ti mettevi a raccontarle dei dolci, che avrebbero dovuto farle schifo, lei socchiudeva gli occhi e partiva con Gozzano:

C’è quella che s’informa

pensosa della scelta;

quella che toglie svelta,

né cura tinta o forma.

Un’altra con bell’arte,

sugge la punta estrema:

invano! chè la crema

esce dall’altra parte!

A Lyudmyla la prof faceva pena. Era talmente magra, praticamente scheletrica, che secondo la badante qualche nutrimento in più le avrebbe permesso di non svenire ad ogni ora, scivolando dalla sedia come un mucchio di vestiti mal appoggiati sullo schienale. Un giorno, mentre tornava dalla pausa pranzo, Lyudmyla fece un salto al Dì per dì all’angolo e comprò per la signora una crostata del Mulino Bianco. Quando la vide sul tavolo del salotto, l’anziana trasalì: “Che cos’è ‘sta roba?” “Pensavo di farle un pensiero!” – rispose Lyudmyla e recitò anch’ella i versi che aveva sentito parecchie volte dalla sua padrona:

Fra quegli aromi acuti, strani,

commisti troppo

di cedro, di sciroppo,

di creme, di velluti,

di essenze parigine,

di mammole, di chiome:

oh! Le signore come

ritornano bambine!

La vecchia torinese ebbe un fremito, poi crollò. “Buttala via, ‘sta schifezza, va’! Eccoti i soldi, vai da Stratta e compra un vassoio di paste. Ma piccolo!… Mi raccomando, prendi le bignole al pistacchio!” Quella sera Carla Luigia Maria Boeris e la sua miglior amica Lyudmyla Ciukh fecero un pigiama party: divorarono tutte le paste (a Lyudmyla, come a molti ucraini, era sconosciuto il senso di misura, così aveva comprato un chilo di paste fresche), bevvero del Marsala e fumarono le sigarette sottilissime “Vogue gusto petalo di rosa”, e si misero a parlare dei maschi. Carla confidò di aver amato in tutta la vita solo il suo cugino Beppe che non avrebbe potuto sposare, mentre Lyudmyla narrò del suo fallito matrimonio con un ragazzo irrecuperabile, di quelli che fanno tanta pena alle donne illuse di poterli rendere felici. A vent’anni, quando si sposarono, il soggetto era già un alcolista, a ventidue ebbe la prima condanna per aver tentato di pescare le carpe con l’aiuto della dinamite, a venticinque andò dritto in galera per aver bruciato il fienile del loro kolkhoz (si era messo a dormire lì, e non aveva spento la cicca). A ventisette uscì dal carcere bello e tossicodipendente. A trenta era morto e sepolto. Carla si mise a frignare, singhiozzando ogni tanto. Poi andò decisa verso il telefono, digitò il numero del suo notaio che invitò a casa nonostante l’ora impensabile. Quando questi arrivò, stese il nuovo testamento, in cui lasciava praticamente tutti i suoi beni a Lyudmyla, l’unico obbligo della quale era portare una cesta di rose bianche alla tomba del cugino Beppe Boeris una volta al mese. Alle cinque del mattino la vecchia prof si sentì “poco bene”. Messa a letto dalla fedele Lyudmyla, rimase immobile lì, a fissare l’alba di Torino, affascinante nel suo incanto di colori slavati, con un sorriso beato sulla bocca. “Ti ringrazio, cara, di avermi fatto vivere questa festa dei sensi!” – disse. Lyudmyla che intuiva la vicina fine della padrona, pianse: “Non ho fatto niente di speciale. Ho solo portato i pasticcini! Lei poteva chiederli in qualsiasi momento ai suoi nipoti!” In risposta, Carla Luigia Maria Boeris recuperò tutta la sua torinesità con la tipica risposta “falsa e cortese”: “Non volevo disturbare!”, e quella fu l’ultima sua frase.

Io trovai la storia molto toccante. Tuttavia, mi restò incomprensibile come mai Lyudmyla che era diventata riccona, volle sposare il nipote Mantegazza, che, appunto, di formazione era ragioniere e di mestiere – impiegato dell’Ufficio Anagrafe a Durolo del Po. Mi rispose così:

— Lo sai che la famiglia felice è quella in cui comanda la donna… Se mi sposavo con un riccone divorziato ultracinquantenne, chi comandava? Lui, ovviamente, e io dovevo subire. Ma così come ho fatto io siamo tutti contenti: lui ha qualche soldo e in più una moglie giovane e bella. Io invece ho un marito docile, lo status di signora e tutto quanto. Tanto, abbiamo la separazione dei beni, perciò mi sento proprio al sicuro.

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