Varie

Casta Diva

Ho lavorato per diverse stagioni al Teatro alla Scala, lo considero un privilegio. Qualche anno fa -s’avvicinava il 7 dicembre- ci apprestavamo alla prova generale del Don Giovanni di Mozart (regia di Giorgio Strehler, direzione di Riccardo Muti), e, come capita in questi casi, agli artisti erano stati concessi dei biglietti omaggio, uno o due, a seconda della categoria di appartenenza. Abitavo allora dalle parti di Porta Venezia, in una sorta di caseggiato presidiato da una anziana signora che faceva le veci di portinaia, oltre a un sacco di svariate mansioni comprendenti le pulizie delle scale, la consegna personale della posta e l’erogazione   di consigli di una praticità disarmante, elargiti di solito in un milanese stretto del quale capivo sì e no un trenta per cento.

Ero rientrato tardi la sera prima, quindi le lasciai quel biglietto sotto la porta, insieme a un altro nel quale raccontavo di cosa si trattasse, che lo spettacolo cominciava alle otto, che quell’opera era una delle più belle mai composte, che sarebbe dovuta arrivare con un certo anticipo, che quell’allestimento era come una dichiarazione d’amore alla musica e al teatro in generale, che mi avrebbe fatto piacere vederla lì, e un sacco di altre baggianate che volevano giustificare, forse, l’affronto di quel regalo inflitto a tradimento.

Alle cinque di un pomeriggio gelido di inverno, lei era già pronta. Girava in cortile chiedendo a tutti quelli che passavano se poteva andare bene vestita in quel modo. Ci siamo rivisti più tardi, in via Filodrammatici, all’ingresso degli artisti, dove l’affidai a una maschera che l’avrebbe portata al palco. Non le ho mai visto brillare gli occhi come allora. Prima di congedarsi mi disse, tremando: Non mi dimenticherò mai di questo giorno. E’ la prima volta che metto piede alla Scala.

Ci pensavo ieri, mentre guardavo le notizie sulla gestione dell’Ente, la prossima dipartita (poi contraddetta) del sovrintendente Lissner, i piagnistei per dei fondi eternamente insufficienti, le facce soddisfatte degli amministratori pubblici, sempre a loro agio tra quei tendaggi secolari.

Se c’è una cosa che accomuna gli stabilimenti lirici in Italia, è il loro eterno barcamenarsi tra una spiccata vocazione al volo e la maldestra gestione del timone, che li fa capitombolare a terra, a cicli regolari, lasciando ovunque delle voragini nelle quali sprofondano allegramente le generazioni successive, da all’incirca due secoli a questa parte.

Ognuno dei teatri lirici italiani, mi riferisco a quelli  a gestione pubblica, è nient’altro che la continuazione della politica con altri mezzi. La sua più fedele rappresentazione, in salsa classica. Il settanta (70) per cento dei soldi destinati alla cultura nell’intero paese vengono investiti  in questo roboante calderone, dal quale da decenni non esce un prodotto (una nuova opera) degna di chiamarsi tale. Così, anno dopo anno, la giostra non fa che sciorinare la stessa scuderia, composta dagli stessi  (pur mirabili) cavalli di battaglia, quel pugno di opere sublimi,  figlie  attempate di un talento del quale sembra ormai essersi perso il calco.

Eppure, con un tale investimento di risorse pubbliche sarebbe da aspettarsi un risultato diverso.  Non fosse per quel gemellaggio con la politica, di cui sopra. Le ignobili trattative tra un partito e l’altro per l’inserimento dei soliti noti, il palleggio dei direttori artistici – amici degli amici – la passerella sul tappetto rosso il 7 dicembre, giorno dell’apertura scaligera, dove si può incappare tanto nella nipote di Mubarak quanto nel Dalai Lama, passando attraverso la torma dei politicanti di turno, trasversali come soltanto loro sono capaci di essere, e dove se al posto di Mozart suonassero La Cumparsita, in pochi se ne renderebbero conto

Dicono che l’attuale Sovrintendente/Direttore Artistico del Teatro alla Scala abbia fatto un buon lavoro nella sua gestione. Immagino sia così. E’ il minimo da aspettarsi da uno che prende un milione (1.000.000) di euro all’ anno per una mansione che altri, altrettanto bravi, compierebbero  per meno della metà.

Dicono anche non sia facile manovrare un piroscafo del genere. Ne convengo. Non deve essere nemmeno facile fare il presidente degli Stati Uniti, eppure Barack Obama di stipendio ne percepisce un quarto di quella cifra.

Ma siamo in Italia, il paese in cui non c’è mai n’lira per la cultura, ma quando si tratta degli amici si è sempre disposti a fare un’eccezione.

Ogni tanto ci penso alla mia vecchia portinaia. Aveva settantacinque anni, due guerre in corpo, la storia di questa città dipinta negli occhi. Con il lavoro di una vita (le sue tasse) aveva contribuito a pagare tanto sfascio quanto ricostruzione, il tetto bombardato di quel teatro e la sua successiva ripresa, le nuove gestioni, che assomigliavano immancabilmente a quelle precedenti, lo stipendio di diverse generazioni di artisti, operai, direttori artistici, sovrintendenti e politicanti.

Ma quella, era la prima volta che metteva piede alla Scala.

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