4. Espressioni

Lo strappo

Un contributo di Valentina Acava Mmaka e il collettivo GUGU WOMEN LAB di Cape Town

Durante gli otto mesi di lavoro con il Collettivo Gugu Women Lab a Cape Town, Sudafrica dove coordinavo un gruppo di lavoro composto da donne immigrate e sudafricane, abbiamo discusso su diversi temi legati alla violazione dei diritti umani nel mondo, partendo dalle esperienze personali delle stesse donne partecipanti. La mutilazione genitale femminile è una delle esperienze più forti condivise, e così nel contesto del laboratorio dove attraverso la scrittura si costruiva quotidianamente la propria responsabilità di esseri civici, fruitori e promotori di una identità culturale plurima, è nato un monologo scritto a più mani di cui qui viene proposto una parte.

[Questo monologo è stato scritto per ricordare le migliaia di donne che ancora oggi nel mondo subiscono le mutilazioni genitali femminili]

oggi è il 7 aprile 2001.

compio 12 anni.

non vado a scuola.

l’ho già finita.

è ora di pensare a trovare un marito per te – dice la mamma

è ancora incinta.

avvolge il piccolo ventre rotondo con mani deformate.

dice che presto toccherà a me.

nei suoi occhi leggo tristezza

una tristezza infinita

quello che dice non le viene dal cuore

e’ sempre stato così …

e non crede che si possa cambiare

q u e l l o … che è da generazioni

scritto dalla mano dei padri…

lei ha partorito il primo figlio a 14 anni…

sette figli dopo

oggi è ancora incinta.

la mamma mi accarezza le guance

con le sue mani ruvide

poi sento la pelle setosa del dorso

coperta dalla cicatrice…

quelle mani sacrificate

per un volto.

tutti noi figli sappiamo che quella è

“la” cicatrice,

un trofeo meritato

per un’idea

pensata ad alta voce.

nostro padre la sfiora

con un certo orgoglio

quando è di buon umore …

è stato il suo dono di nozze!

ore 12.30.

il sole brucia.

il baobab ha chiuso gli occhi.

ha piegato i suoi rami

prega

nasconde la sua inerzia

non serve guardare troppo lontano

non serve cercare una linea immaginaria

un limite al quale lo sguardo possa abituarsi a poco a poco

alla tempesta che sta per abbattersi sul mio corpo

giusto per abituarmi all’idea

che presto sarà travolto

spazzando via ogni segno di innocenza e di gioia

di ingenuità e di morbidezza

il castigo è in piena

come un fiume che

strariperà tra poco

confondendo le sue acque alle mie lacrime.

non c’è modo di abituarsi all’idea di

far parte di un destino collettivo…

non alla mia età.

non vado a scuola

so scrivere il mio nome

cinque lettere, tre sillabe

come fili per cucire

dondolano dall’orlo della mia veste

smarrite.

è il nostro destino

siamo involucri

gusci che devono custodire

le gioie altrui

senza conoscere le proprie.

il sangue scivola dalle mie gambe

senza sosta.

sembra un torrente in piena

ha rotto gli argini del mio dolore

quando la daya tiene il rasoio affilato

tra le dita istoriate a festa

di henné, non mi guarda negli occhi.

i miei occhi sono distanti, lontani

persi negli sguardi delle madri

testimoni di tante incisioni prima della mia

spettatrici di un rito barbaro

che ci punisce tutte

provo ad immaginare

una scena diversa

una scena che non sia bagnata

di questo umore appiccicoso

che non risuoni

il pianto dell’umiliazione,

l’ululato selvaggio del dolore

mio e delle madri che echeggia dal passato

rimbalzando su questa terra rossa .

provo ad immaginare…

un volto che mi salvi

uno sguardo in cui depositare

il mio vero sentimento,

cui rivolgere una richiesta

di aiuto.

l’affanno morde il mio petto

e i pensieri sono profughi

senza una terra a cui approdare.

è buio

anche se la notte è ancora lontana.

la daya guarda fisso il mio sesso

fresco e piccolo

lo studia come fosse una vescica putrida da estirpare

studia la mira,

gli anni le hanno conferito una certa esperienza

non temere figlia mia – disse mia madre

prima di lasciarmi tra le braccia della mia salvatrice,

appoggia la lama conservata nell’incuria,

come fosse una piuma

adagiata su un morbido guanciale

e poi …

e poi l’argine della mia paura si è frantumato

sotto la pressione di quella mano estranea

con uno scatto,

come in preda allo spavento

per l’esplosione della bomba,

quelle che da vent’anni sono diventate la nostra “musica” diurna,

incide

e affonda la lama

nella mia carne …

in profondità

fino a tagliare un pezzo di me

un brandello di carne

strappata

lacerata

una volta per sempre.

le risate d’intorno

si fanno più grasse

strappano l’aria come un foglio di carta

echeggiano ai piedi del Baobab

che sembra aver cancellato l’ombra di sé

e tra i plausi, cento mani frenetiche trattengono il mio corpo

in sussulto

le mie grida spalmano l’intero villaggio

l’ azzurro sbadiglia dal cielo sotto i raggi violenti del sole

il trionfo dell’astro

crudele,

ignora il liquido di dolore che scivola

fin alle punte dei piedi

acre e violento.

la daya sorride soddisfatta

lei, custode del rito

lei, artefice della tradizione

obbediente

e puntuale

e tra le urla di dolore

in un pomeriggio infernale

dove le tenebre hanno oscurato

le mie attese e le mie speranze

la mia innocente curiosità,

ho perso la mia carne-felicità.

le mani schiaffeggiano l’aria

gli applausi trionfano …

il rito si è compiuto

e il mito è salvo.

il mio corpo menomato

ha pianto sangue e sudore

Mutila è adesso, la mia soglia del piacere

nessuno entrerà con felicità per la porta dell’amore.

Muto è arido è adesso è il mio ventre

nessuna pioggia potrà rendergli

il frutto sacro che ogni donna desidera.

la daya ha cancellato le parole

che sognavo un giorno di dire

e ascoltare …

DESIDERIO

AMORE

MADRE

ho un nuovo vocabolario adesso

parole nuove che prima non conoscevo

parole nuove che prima ignoravo

parole nuove che non avrei mai pensato di pronunciare

hanno cominciato ad abitarmi dentro

accomodandosi

sfacciatamente

senza badare

a me

al mio dolore.

la mia lingua

strappata

avanzi di suoni ruzzolano sul palato

residui di un vocabolario

ferruginoso dove le parole

corteggiano i monosillabi

e la lingua si estingue

nel pianto.

il mio corpo è diventato una nave alla deriva

ha salpato tanti porti

il matrimonio

un aborto

la nascita di mio figlio

senza la gloria dell’esploratore

solo con la pena del naufrago

non è affondata…

è rimasta a galla e il tempo

è l’àncora che mi ha concesso la vita.

oggi è il 7 aprile 2012

ho 24 anni

vado a scuola

ho lasciato il mio paese

la guerra non è ancora finita

né al paese

né nel mio corpo

dietro di me c’è il passato

un padre

una madre

tre sorelle

tre fratelli

un marito

un figlio

tutti morti…

e con il lutto addosso,

come un mantello protettivo

sono venuta qui

con il mio nome sbrindellato

solo fili dondolanti da ricomporre

e un rifugio nuovo da abitare.

quando sono venuta qui un’amica,

oggi so il valore di questo sentimento,

mi ha detto di andare con lei

ad un incontro con un gruppo di altre amiche,

diceva che mi avrebbe fatto bene

che avrei incontrato tante donne

che avrei incontrato tante donne come me

che avrei incontrato tante donne che come me avevano sofferto

che come me avevano perso una parte di sé

un pezzo di carne e quello che dovrebbe essere rinchiuso in esso

che come me avevano perso il desiderio

che come me avevano perso la voglia di vivere

che come me avevano trovato alla fine una via di uscita

non so se questa che sto vivendo sia una via d’uscita

o se sia solo una occasione per prolungare

la mia sconfitta

non ero più donna

non sono ancora donna

Cosi mi sentivo

poi nel gruppo

ho incontrato …

Imane

Egitto

classe 1982

qui ha studiato da infermiera

oggi lavora in uno studio medico

sette paesi fa

due stupri fa

tre lingue fa

oggi è sposata con Kamal ed è madre di Mohammed

e poi

Salaam

etiopia

classe 1991

una mina le ha ucciso un fratello

la guerra due

il tifo una sorella

il parto sua madre

le resta un padre cieco

che ha scelto di restare

lì da solo

come un’ancora incastrata in uno scoglio

che nessuno va a liberare

perché lui non vuole

non può

lasciare quell’unico porto

dal quale la sua nave

non è mai partita.

non sa l’altrove

non lo ha mai visto

neppure lo immagina

ora che è cieco

Salaam

è arrivata qui via terra

attraversando l’equatore fino a questo

profondo sud

ha chiesto asilo

nel programma assistito

studia da infermiera

vuole tornare in Etiopia

suo padre ha bisogno di lei.

Aña

maputo, mozambico

classe 1985

la guerra civile e le inondazioni hanno cancellato la sua famiglia

non c’è nessuno a raccontarlo

solo Aña

che dopo due anni non ha ancora scoperto

come si traduce la sua saudade

in questa lingua troppo comune

per capire le sfumature

di tutti.

ha perso un figlio

l’unico

sotto la mina

nello stesso campo dove lei giocava da piccola

quando l’hanno trovato

ha corso da lui,

nel campo ma per lei la morte non era ancora pronta

ad accoglierla

è rimasta per piangere anche per chi non lo sa fare

è rimasta per raccontare

per chi non ha coraggio.

Doudou

congo

brazzaville

classe 1980

domestica a servizio di gente perbene.

ragazza madre

sua figlia Benedict di 9 anni non conosce suo padre

ha comprato una macchina usata

dopo tre anni di risparmi

dice che può trovare qualche lavoro extra

vuole provare a comprare due biglietti per il congo

e aprire una lavanderia

Mpumi

harare

zimbabwe

classe 1987

suo figlio Joseph ha quattro anni

da tre non lo vede

il suo ritratto è racchiuso nel piccolo schermo del cellulare.

fa la parrucchiera

10 ore al giorno,

sogna casa

il mattino che fatica a diventare giorno

le giornate lente

qui si annoia

non c’è nulla da fare … qui

solo lavoro per un boccone di pane

nessuna prospettiva per il futuro

né il suo né quello di Joseph.

ecco le mie compagne escisse come me

loro sanno il sapore del mio dolore

l’eco della mia sconfitta

che risuona nel petto

che come me sono state violate

che come me sono state ammutolite

che come me

diversamente da me

hanno perso l’immaginario

prima ancora di scoprire la realtà,

ne hanno inventato uno nuovo.

sono tutte figlie di Iside,

la dea della maternità,

che promette nuova vita

dopo l’oscurità delle notti dei tempi,

sono figlie del sapere

figlie del presente, che

accudiscono il passato

senza cancellarlo

con lo sguardo sull’alba di domani

per migliorarlo,

sono le tessitrici

che hanno ricucito lo strappo

con il filo delle parole

e il seme della conoscenza.

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