I venerdì di Lyudmyla

Piccoli racconti buffi di una coppia transeuropea: 3. Non aprite la mente a colazione

Fonte: Ukrainian European Perspective. http://www.u-e-p.eu/

Piccoli racconti buffi di una coppia transeuropea. Un racconto lungo a puntate di Tetyana

Gordiyenko… Fiaba moderna del Ragionier Giacomino Mantegazza e della

sua sposa Lyudmyla Ciukh.

.

Atto III°: Non aprite la mente a colazione

– Che cosa c’è per colazione? – tradusse diligentemente Lyudmyla.

– Tutto! – rispose la barista, un po’ stupita.

– Ma in che senso? – si innervosì Mantegazza.

– Tutto! – sbraitò la tizia scocciata. – Quello che desiderate!

– Biscotti? Fette biscottate? Muesli? Caffelatte?

– No, non teniamo.

– E che cavolo allora “quello che volete”! – si arrabbiò il ragioniere che al mattino era sempre

un po’ su di giri. – Niente, due tazze di thè!

La barista disse okay e dopo un paio di minuti, il ragioniere e la sposa, già seduti nella sala del piccolo hotel sperduto sull’unica autostrada carpatica, sorseggiarono il loro thè nero.

Fonte: Ukrainian European Perspective. http://www.u-e-p.eu/

Mantegazza era parecchio contrariato. Il giorno prima lui e Lyudmyla facevano la colazione in Ungheria, in un posto carino vicino a Budapest. Il posto si chiamava Godollo e in mezzo alla cittadina passava la ferrovia con i treni pendolari puntualissimi – cosa che aveva impressionato positivamente il ragioniere. Vicino alla stazione c’era il palazzo della Principessa Sissi, che gli ungheresi le avevano regalato quando ella era diventata regina dell’Impero Austro-Ungarico. Bravi ungheresi, aveva pensato il Mantegazza, gentili e generosi. Che buon gusto! Che fantasia! Non come i parenti del ragioniere venuti al pranzo nuziale dopo che il suo matrimonio con Lyudmyla era stato celebrato al comune di Durolo del Po. Con grande tristezza Mantegazza aveva  constatato che quasi tutti i regali erano “riciclati”, cioè erano le cose indesiderate o inutili – come un vaso di terracotta enorme e pacchiano regalato da cugino Roberto, o un set di bicchierini da thè su un vassoio di lamiera finto equo e solidale della cugina Rosanna.

– Il fatto che io sposi Lyudmyla e diventi ricco non vuol dire che quei tirchi dei miei parenti mi devono fare queste cattiverie! Perchè di cattiverie si tratta! – si lamentava con la madre.

– E tu, poi, cosa c’hai da avere questa faccia da ultimo addio, mamma! Cosa ti sei messa ‘sto vestito nero che l’avevi indossato al funerale della zia Carla!

– Il nero è sempre elegante!

– Sì, ma abbinato a un altra faccia, a una faccia da madre di un riccone fortunato! E niente “ma”, ricordati, che anche papà non era torinese! E non aveva un decimo di quello che possiede Lyudmyla!

– Ma sai, si parla di queste donne dell’Est…

– Sì, che fanno i matrimoni per convenienza, ma stavolta, la convenienza è tutta per me, se permetti.

Di lato al palazzo della Sissi c’era una pizzeria. Situata in una casetta eretta nello squisito stile asburgico portava una enorme insegna “Pizza Palazzo”. Il cuore italico del ragioniere fece un balzo nel petto:

– Ci sarà qualche italiano là che la gestisce!

Gli sposi entrarono nel locale. Dentro la gente fumava, il che li infastidì non poco: erano ormai abituati al divieto di fumo nei locali pubblici in vigore in Italia da qualche mese. Parlando con le bariste si capì che il Mantegazza era il primo italiano che aveva mai varcato la soglia del Pizza Palazzo. Ma poco importa, il marocchino che ordinarono gli sposini era buonissimo e costò una sciocchezza. Chiesero dov’era il più vicino benzinaio e ottennero le indicazioni dette per metà in inglese, per metà in quella lingua strana che era l’ungherese. E se sentir parlare l’ungherese era un’esperienza che metteva in questione le capacità linguistiche sia del ragioniere sia di Lyudmyla, leggerlo sulle insegne stradali era ancor più difficoltoso: si diceva in un modo, si scriveva in un altro. Per esempio: la -s si leggeva come la sc-, e la -sz come la -s. I nomi delle città, poi! Szèkesfèhèrvàr. Nyìregyhàza. Un incubo. Ma è anche vero che una volta passata la frontiera con l’Ucraina, le scritte sarebbero diventate in cirillico e il ragioniere avrebbe pensato a Szèkesfèhèrvàr e Nyìregyhàza con un languore nostalgico. Comunque, a Godollo, in qualche modo trovarono il benzinaio imboscato nelle retrovie della cittadina. In compenso, il giovane addetto alla pompa li salutò con un ospitale “Buongiorno!!”

– Oh, buongiorno anche a lei! Fantastico, parla l’italiano!

– No, I just know “buongiorno”!

– Ah. Ci fa piacere lo stesso. – il Mantegazza era un po’ deluso, ma si consolò dopo aver constatato che la benzina in Ungheria costava meno che in Italia.

Fatta la benzina gli sposi ripartirono da Godollo e si diressero verso est. Il trauma della traversata di Budapest – allora la tangenziale era ancora in costruzione e tutto il traffico micidiale passava per il centro città – era già nell’oblio. La BMW gialla dei Mantegazza-Ciukh, la prima cosa che volle comperare la sposa, volava come un puck sulla pista da hockey, sull’autostrada che attraversava la vasta pianura ungherese. Anche Lyudmyla dovette riconoscere che rotolare giù dalle montagne di cui era fatto il paesaggio del Nord Italia e dell’Austria, giù sulla pianura sterminata, dava un certo senso d’angoscia, di smarrimento. Avere dinnanzi a se l’orizzonte sgombro da qualsiasi punto di riferimento – ecco che cosa, avrebbe pensato al ritorno dall’Ucraina il Mantegazza, rende i popoli dell’Est tendenti agli eccessi, al non saper tenersi entro i limiti. Basti pensare ai casini che avevano combinato con la loro corazzata Potjomkin, o alle loro colazioni. Ma questo, lo avrebbe pensato al ritorno, all’andata, percorrendo l’Ungheria in direzione est, si sentiva smarrito e basta.

Dopo essersi svegliati a Godollo, in un hotel qualsiasi, gli sposi scesero nella sala colazioni. L’arredamento era tutto su arancione e blu, ma il ragioniere sulle prime non se ne preoccupò: bastava che gli portassero il suo caffè ristretto e una brioche vuota. Aimè! Non solo non avevano le brioche vuote, ma non servivano neanche il caffè espresso. Il caffè si trovava – o Dei! – in un thermos da due litri, ed era lungo, lunghissimo, come un romanzo di Dostoevskij. Per raggiungere il solito livello mattutino della caffeina, il Mantegazza bevve quattro tazzone da un quarto di litro di questo caffè annacquato e dopo, parecchio scoraggiato, fece un giro del buffet per trovare qualcosa da mangiare. Tutt’attorno mangiavano i magiari, tutti alti e robusti. Per forza, la colazione servita era fatta di affettati e di omelettes, di fette di pane imburrato e di nutella. Come un contentino a coloro che praticassero uno stile di vita sano, era esposto anche un contenitore con il muesli, più simile ad un pastoncino per i merli indiani. Il Mantegazza diede un’occhiata a Lyudmyla, che mangiava con il suo abituale grande appetito tutto l’assortimento di pietanze e cercava con gli occhi “il famoso guljash”. E il ragioniere disse a se stesso: “Dai, Mantegazza, su! Basta con questa mentalità chiusa! Bisogna aprirsi alle nuove esperienze, bisogna essere più ricettivi verso le culture sconosciute, tuffati in un’avventura gastronomica memorabile!” E memorabile fu, anzi, indimenticabile, l’avventura. Le papille gustative di Giacomino Mantegazza conobbero il carattere deciso del vero salame ungherese, la fastosità del burro con la nutella, il lusso dell’omelette ai funghi, di tanto formaggio finto leerdammer e di qualche cucchiaiata di pastoncino per i granivori. Sì sentì cittadino del mondo, un grande viaggiatore spericolato, un avventuriero.

Dopo un’ora, ripresa la strada, quando la cittadina di Godollo era rimasta dietro, le
sensazioni del ragioniere cominciarono a mutare l’entità. Il salame ungherese, deciso com’era, proseguiva nel tratto digerente spedito come uno squadrone degli ussari e si intuiva che quelli volevano dare una battaglia alla fine del viaggio; il burro e la nutella si fusero in una sostanza pericolosa indicata sulle cisterne con il codice 1268 “olio lubrificante motore”: avrebbe fatto bene a qualche motore ma non allo stomaco del Mantegazza. L’omelette ai funghi era rimasta spiaccicata sulla parete addominale, tale e quale, e bloccava il passaggio agli altri criminali alimentari. I chicchi del muesli invece scalavano l’esofago del ragioniere risalendo su tenaci e tosti come dei piccoli Reinhold Messner. Mai e poi mai più aprirsi alle culture sconosciute a colazione! – si promise il Mantegazza sul punto di svenire.

Alla dogana ucraina l’attesa fu snervante, ma appena raggiunto il patrio suolo di Lyudmyla, Mantegazza fu salvato dall’acqua minerale comprata nel primo chiosco, quella vera acqua carpatica, ricca di sali e ipercarica di anidride carbonica. Essa fece finire in tragedia la scalata dei chicchi alpinisti, sfondò l’ingorgo causato dall’omelette, sciolse “l’olio motore” e sommerse lo squadrone dei salami. Il ragioniere fissava, ammirato, la bottiglia da un litro e mezzo, ormai vuota, ecco che cosa doveva chiamarsi “acqua santa”!

– Cara, ma alla lunga, bere tutti questi sali minerali sempre, tutto il giorno, non fa bene! – rimarcò a Lyudmyla.

– Caro, nessuno beve quest’acqua per bere e basta. Per bere e basta c’è il thè. Questa è per aiutare la digestione.

Più tardi, dopo il banchetto nuziale voluto dai suoceri, lo sposo avrebbe capito il perchè della produzione di quest’acqua su scala industriale in Ucraina, il perchè di tutta questa enorme richiesta di aiuto da parte della digestione in Ucraina. Ma per il momento sospirò sollevato e si fermò davanti ad un hotel costruito nello stile tradizionale carpatico: legno e neon. A cena Giacomino Mantegazza ordinò solo la frutta che arrivo nell’ipostasi di un’arancia affettata a mo’ di mortadella, mentre Lyudmyla prese una bistecca e le patatine, accompagnandole con dei sorsi salvifici dell’acqua minerale.

Al mattino, appunto, il Mantegazza interrogò la barista e ottenne quelle risposte circa la colazione che parevano non avere senso. Allora prese solo il thè. Lyudmyla tirò fuori anche le merendine, delle quali aveva una scorta infinita. Il ragioniere diede un’occhiata agli altri tavoli. La gente, alle nove del mattino, mangiava le frittelle, gli spezzatini, le zuppe, le insalate russe, le cotolette, le polpette, la pappa di grano saraceno. Tutto quello che c’era nel menu. Tutto, proprio tutto, come aveva affermato la barista.

Annunci

3 thoughts on “Piccoli racconti buffi di una coppia transeuropea: 3. Non aprite la mente a colazione

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...