I venerdì di Lyudmyla/Varie

Piccoli racconti buffi di una coppia transeuropea: 4. Centoquarantotto

Piccoli racconti buffi di una coppia transeuropea. Un racconto lungo a puntate di Tetyana 

Fonte: Ukrainian European Perspective. http://www.u-e-p.eu/

Gordiyenko… Fiaba moderna del Ragionier Giacomino Mantegazza e della sua sposa Lyudmyla Ciukh.

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Atto IV°: Centoquarantotto

Centoquarantotto. No, aveva letto giusto nel conto portato dal cameriere. Centoquarantotto! Manco fossero andati a “Tre galline” sarebbe venuta fuori una cifra così, pensò il ragioner Mantegazza. Davanti a lui si aprivano, a quel punto, due strade: pagare senza batter ciglio – magari fumasse, per fare, nel momento in cui metteva questa somma impensabile nel librettino di cuoio, una gustosa boccata di fumo con una chiccosa nonchalance! – e poi struggersi per uno spreco incredibile, e visto che per Lyudmyla, cresciuta in un paese in cui è impensabile che una donna e un uomo paghino metà e metà nei locali, pagare la metà era improponibile. Oppure, si poteva smascherare questa ruberia, cosa che per un ragioniere sarebbe stata facilissima, e passare, agli occhi della sposa, per uno che non si lascia fregare da nessuno, tanto meno dagli svergognati locandieri ucraini.

Fonte: Ukrainian European Perspective. http://www.u-e-p.eu

– Hah! – fece il Mantegazza davanti al ragazzo cameriere che indossava quegli assurdi guanti bianchi, quel patetico papillon con una camicia di acrilico cinese a maniche corte. Il ragioniere tirò fuori dal taschino una piccola calcolatrice dalla quale non si separava mai, aprì il menu, distese il foglietto con il conto, si mise gli occhiali e cominciò a rifare i calcoli.

Vide che Lyudmyla diventò fucsia in faccia, che gli occhi le si riempirono di lacrime rabbiose, che il ragazzo cameriere stesso era imbarazzato per lei oltremodo. “Non importa,”- pensò il Mantegazza, “Vediamo cosa dirà quando le faccio vedere di quanto ci volevano derubare! Con i soldi risparmiati le compro, magari, un pensiero!”

Certo, avevano mangiato tanto. Ma, accidenti, dopo due giorni di viaggio, Giacomino Mantegazza si era fatto un idea dei prezzi ucraini! Erano esattamente cinque volte più bassi rispetto a quelli italiani! E all’improvviso, in questa piccola, incantevole, ma piuttosto malandata cittadina di Mukàceve – lui pronunciava “Muccacève”, in un ristorante, d’accordo – carino con questo cortile con i tavoli e le panche in legno all’ombra dei tigli, ma sempre era un ristorante a Muccacève, gli fanno pagare una cifra degna dei migliori posti a Torino! Mantegazza si trattenne dallo sputare sdegnato nelle acque del fiume che scorreva giù sotto il ponte su cui stava la locanda, Latoritsa, o come pronunciava il ragioniere – Latterizia.

Erano arrivati a Mukaceve sfiniti dopo una notte pazzesca trascorsa in un minuscolo hotel. Mantegazza non ne poteva più di guidare a venti all’ora e spalancare gli occhi per vedere tutti i buchi nella strada. Aveva l’impressione che la vista gli fosse andata giù di parecchio dopo tutta questa fatica. E quando Mantegazza era stanco diventava completamente nevrotico e continuava pur di andare avanti verso il termine di questo estenuante viaggio. Invano Lyudmyla gli proponeva di fermarsi per pranzare: lei sapeva che Giacomino desinava sempre alle dodici e trenta, il ragioniere proseguì fino alle tre finche non si inchiodò, isterico, davanti a una taverna sul ponte. “Certo, a quest’ora non ci daranno più da mangiare! – strillò sudato, – ma chiedi magari una tazza di latte, visto che questo posto maledetto si chiama Muccacève e c’è pure il fiume di Latterizia!” Lyudmyla lo assicurò che in Ucraina si può ordinare da mangiare a qualsiasi ora: alle dieci del mattino come alle tre di pomeriggio, come alle undici di sera. Il Mantegazza non ci volle credere, ma seguì la moglie che entrava nel simpatico cortile. Ed ecco dove aveva sbagliato l’impiegato dell’Anagrafe del comune di Durolo del Po Giacomino Mantegazza: non doveva lasciare ordinare a Lyudmyla! Perché quella, sapendo come era ghiotto di pesce, ordinò per tutti e due le trote carpatiche, annunciandolo al marito quando il ragazzino cameriere era già tornato per portare l’ordine in cucina.

– E come le accompagniamo, le trote, cara? – chiese, cauto, il Mantegazza, conoscendo bene l’inclinazione di Lyudmyla ai pasti poco equilibrati. – Magari con una bella insalata? E con un dolce sorriso quasi paterno prese il menu, cercando la pagina “Salads”.

– Ecco, questa, per esempio. – indicò con il dito una delle voci, – Come si chiama?

– Stolicny.

– E’ buona?

– Molto.

– Bene, prendiamola!

Fu chiamato il cameriere e fu ordinata la Stolicny. Il pesce, disse Lyudmyla, lo preparavano in tempo reale. L’insalata arrivò invece quasi subito. Ma, orrore orrore, non era una insalata di verdure crude come si aspettava il ragioniere, ma una specie di insalata russa – un miscuglio poco definibile con la maionese abbondantissima.

– Bisogna neutralizzare tutta questa maionese, cara. – Il Mantegazza era affamato e stava diventando impaziente di combinare un pasto armoniosamente sano.

– Prendiamo le patate!

– D’accordo. Non sarebbe ideale, però, va bene.

Le patate non arrivavano mai. Passò un’ora.

– Senti, ma non hanno dei panini, magari? – il Mantegazza ormai era sul punto di perdere i sensi.

Lyudmyla disse che nei ristoranti non si fanno i panini e ordinò gli affettati e il pane. In quell’istante arrivarono il pesce e le patate. Il ragioniere divorò la trota che, notò, era niente male, finì le patate, mangiò anche la pastosa Stolicny giusto per non lasciare nel piatto ciò per cui si paga, ma ecco che apparsero gli affettati con il pane.

– No, questo non lo mangiamo, è troppo. Troppo grasso, poi non digerisco niente. – Disse, fermo, Mantegazza e chiese il conto al garzone che tutto il tempo stava vicino al loro tavolo pronto a versare nei loro bicchieri l’acqua minerale dalla bottiglietta di plastica.

Il conto si materializzò e spiazzò il ragioniere con quella cifra lì. Dunque, i prezzi nel menu erano indicati per una porzione e per cento grammi. Peccato, pensò il Mantegazza, che visto che la maggior parte dei viveri se ne già stava nei tratti digerenti dei coniugi, non si può ripesare, e calcolando a porzione – il conto è perfetto. Ma un momento! Lo sguardo del calcolatore si posò sul piatto pieno di fette di prosciutto e di salame.

– Ragazzo! – chiamò lui il cameriere, – voglio pesare questi affettati!

Lyudmyla si fece piccola piccola e non disse niente. Ma il ragazzo capì tutto ed accompagnò quello straniero incredibile in cucina, dove stava la bilancia. Il ragioniere pesò gli antipasti e finalmente trovò la fregatura! Venivano non centoquarantotto, ma centoquarantatré!

– Allora metti immediatamente tutti gli affettati e il pane in un sacchetto, ce lo portiamo via, ché ci servirà in viaggio.

– Visto? – esclamò, trionfale, tornando da Lyudmyla, – ci volevano fregare! Andiamo, cara. Pago ovviamente centoquarantatré e non lascio nessuna mancia!

Aprì il suo portafogli, pronto a pagare quella cifra spropositata – ma nel menu c’erano veramente tutti quei prezzi allucinanti! – e cominciò a contare le banconote.

– Ma che fai, vuoi pagare in euro? – chiese, stanca, Lyudmyla.

– Come? – un fulmine entrò nel cranio del ragioniere.

– Abbiamo appena cambiato le hryvne, no?

– Giusto!

Il conto era in hryvne! Nella stramaledetta valuta locale! Non in euro! Quindi tutto quel ben di dio gli è costato… centoquarantatré… va bene, centoquarantotto diviso cinque… ventinove euro sessanta centesimi!

– Che bel posto che è questo Muccacève! – un sorriso raggiante illuminò gli occhi del Mantegazza.

Pagò centoquarantatré hryvne e ne posò una nel guanto immacolato del garzone:

– Toh! La mancia!

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