5. Letture d'altrove

“L’isola di ferro” o la nouvelle vague del cinema iraniano

Succede ogni tanto di sentire forte la necessità di affidarsi al silenzio per ascoltare, non il proprio cuore come si dice qui, ma “le proprie ossa” come dicono i marocchini.

Questa esigenza del silenzio si prova soprattutto quando si desidera far riposare quella parte razionale che è in noi e che viene fortemente sollecitata quando si “commette” l’atto di scrittura.

Ecco, razionalmente non avrei nulla da dire oggi, nulla da segnalare, tuttavia non tutto “il sapere” è razionalità, c’è sempre qualche stimolo che tiene occupato il pensiero, e che non è per forza legato a qualcosa di razionale. Perciò, nonostante mi senta vuoto, ci sono ancora delle idee che si aggirano per la testa e che chiedono di essere liberate.

Mi trovo su un treno; spazio sospeso e in movimento  che provoca la riflessione che sto per incidere ora.

S’intitola “L’isola di ferro”. Isola, un altro spazio sospeso fra le onde, e Ferro cioè ruggine e resistenza. Ed è proprio questa la parabola con la quale si può introdurre  il film del giovane regista iraniano Mohammad Rassalouf: sospensione, ruggine e resistenza. La pellicola è uscita nel 2005, ma  solo di recente è stata resa fruibile al pubblico italiano grazie a Lucky Red che l’ha sottotitolato e distribuito in  formato DVD.

Non è un segreto per nessuno che negli ultimi vent’anni il cinema iraniano ha avuto un successo internazionale indiscusso. Registi persiani come Abbas Kiarostami, Mohsen Makhmalbaf o Asghar Farhadi riscuotono interesse ovunque, nei festival, nei cinema, presso il pubblico e presso i critici e gli  accademici della Settima Arte.

Mohamed Rasolouf, nonostante la sua giovane età, è considerato uno dei maggiori rappresentanti del nuovo cinema iraniano che ha raccolto il successo dei precedenti maestri dando alla luce nuovi orizzonti di narrativa cinematografica. Di fatto la pellicola è ispirata ad una pièce teatrale che il regista aveva scritto una decina di anni prima della realizzazione del film.

L’isola non è un isola ma un cargo petrolifero arenato ad un paio di chilometri dalla costa sud orientale dell’Iran. In questo pezzo di ferraglia arrugginito ha trovato rifugio una comunità di uomini, donne e bambini, delle famiglie insomma, capeggiati dal carismatico Capitano Nemat. Quest’ultimo ha ottenuto il permesso dagli armatori per gestire la petroliera e così l’ha riempita con un piccolo popolo.  Una specie di repubblica nella Repubblica, dove Nemat è l’unico regnante. Le sue decisioni sono insindacabili, ha il monopolio di ogni bene sulla nave e dispone perfino delle vite delle persone che gli hanno affidato volontariamente il loro destino, spinti non solo dal bisogno, ma anche dalla convinzione di poter vivere indisturbati in un luogo che gli chiede molto, ma che gli assicura comunque la possibilità di un’esistenza “normale” e l’appartenenza ad una comunità all’interno della quale trascinano la loro travagliata e misera vita.

“L’isola di ferro” è un film parlato e movimentato, con dialoghi serrati, rumori forti e con personaggi che si muovono fra lo spazio grande e claustrofobico della petroliera e la vastità del mare nel quale si immergono solo per esaudire gli ordini del capitano Nemat. Lui contrabbanda ogni cosa possa essere vendibile: dal petrolio raschiato nel fondo della nave al materiale ferroso destinato al commercio di rottami, dai burqa confezionati dalle donne  alle comunicazioni con il resto del mondo attraverso l’unico cellulare a disposizione. Un padre padrone che detta leggi su tutti, mascherando la sua dittatura sotto le vesti di una falsa premura che non salverà la comunità dell’Isola di ferro.

Se ne dovranno andare tutti dalla petroliera che affonda, se ne dovranno andare verso un’altra sospensione, un’altra marginalizzazione, ma prima di arrivare a qualunque approdo il prezzo da pagare non sarà basso. Solo il giovane Ahmad e il bimbo-pesce avranno il coraggio di scegliere per loro stessi un destino ignoto e diverso rispetto a quello degli altri, che nonostante il tradimento e la dittatura del Capitano continueranno a credergli, semplicemente perché non sanno fare altro.

Al suo passaggio nel Festival di Cannes, “L’isola di ferro” che oscilla fra il realismo e il simbolismo,  ha riscosso un grande interesse, e non poteva che essere così!

È il realismo di storie veritiere e plausibili,  di attori meticolosi e competenti, di uno “shouting” minimalista, ma efficace, di un’azione né goffa né scontata.

È il simbolismo di una “location” originale, che è quella di una petroliera in un paese ricco di petrolio che non riesce ad assicurare ai suoi cittadini una vita dignitosa. È il simbolismo della dittatura degli uomini e dell’irrealizzabilità delle utopie. Il Capitano Nemat, in fondo, è un’utopista che, perso nelle sue magagne da ingordo contrabbandiere, crede davvero di poter salvare la sua comunità dalla quale pretende un’assoluta fedeltà ed obbedienza anche quando “L’obbedienza non è più una virtù”.

Non so se Rasoulof conosce Don Milani ma sicuramente condivide il suo motto e, rifiutando di soccombere alla censura delle autorità iraniane, è stato condannato nel 2010  con l’accusa di sovversione a sei anni di prigione e all’interdizione di lasciare il paese.

Per ora Rasolouf è libero, ma se la sentenza dovesse essere confermata in appello, il rischio di finire in carcere si trasformerà in certezza.

“L’isola di ferro” è un film commovente, da guardare e da analizzare. E chissà se non è stata proprio la vista di questo film a risvegliare la vena artistica di Walter Veltroni che nel suo ultimo romanzo “L’isola delle rose” riprende una storia vera a tratti simile a quella de “L’isola di ferro”, ovverossia l’avventura dell’ingegnere Giorgio Rosa che costruì una piattaforma nel largo di Rimini dichiarandola un’entità extranazionale prima di soccombere anche lui alla ineluttabile irrealizzabilità delle utopie.

Prima di abbandonarmi all’ascolto delle mie ossa, vi faccio un’ultima raccomandazione: non vi fidate del trailer che non rende affatto giustizia al film.

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