1. Le parole sono importanti!

Shifa e gli altri

Moschea danneggiata dagli attacchi dal regime siriano. Sarmeen (Idlib). 9.11.12. Copyright: Shelly Kittleson

Moschea danneggiata dagli attacchi dal regime siriano. Sarmeen (Idlib). 9.11.12. Copyright: Shelly Kittleson

Digita ‘’Shifa’’ sul Google e troverai molti video dell’ospedale Shifa a Gaza, con tanto di riprese di una palude di telecamere alzate, che lascia solo un corridoio stretto per i feriti che devono entrarci, o di un bambino attaccato ad un respiratore con vari tubi che fuoriescono dal suo piccolo corpo. Video che risalgono ai giorni paurosi che fecero seguito all’uccisione recente del capo militare di Hamas a Gaza, Ahmed Jabari. Giorni di bombe e riservisti chiamati in masse inaudite. Minacce, morti e compiaciuta prepotenza di un paese mediorientale con tanto di bombe nucleari e poco senso dell’umanità. Però, molto di meno si troverà su un ospedale in Aleppo dallo stesso nome, Dar Al-Shifa, che è stato bombardato il 21 novembre.

Uno dei pochi luoghi dove si potevano ancora trovare cure in quella città fino a poco fa conosciuto per il suq e la cittadella, e adesso invece per delle foto atroci di palazzi crollanti in sfumature di grigio e nero, gradini macchiati di sangue. Un corpo dilaniato, la testa di una bambina staccata dal corpo, coperta dal grigio e bianco dei calcinacci – foto che sembrano uscite da qualche romanzo di fantascienza. Ma non lo sono.

Un totale che cresce ogni giorno, più di 400.000 rifugiati e 40.000 morti, che quasi non fa più notizia.

Che dire? Si può attribuire la mancanza di attenzione dalla parte della media, almeno in parte, ai teorici anti-imperialisti? Tutti comodi nelle idee che hanno sviluppato nel corso degli anni, parlando tra di loro e avendo visto una situazione nella quale potessero mettere a frutto le loro ‘’lungimiranti previsioni’’: dicendo adesso che gli Stati Uniti vogliono solo il controllo totale del Medioriente. Che il bersaglio vero è l’Iran. Si sa, no? E’ per quello che si stanno massacrando tra di loro adesso. Per via di istigazioni occidentali. Una guerra settaria, lo sappiamo già. Tattica “tried and true”. Chiudiamo il libro e gli occhi, si può dormire bene. Sappiamo di aver preso la posizione giusta – quella di remare il più possibile contro alcun tipo di ‘’interferenza straniera’’.

E, si sa, quasi la totalità dei ‘’ribelli’’ sono in realtà mercenari al soldo di qualche potenza straniera. Si sente questo spessissimo. Che l’Arabia Saudita e il Qatar stanno mandano i jihadisti, che ci sarà un genocidio contro gli Alawiti, dopo. Poco importa se loro, quei commentatori illustri, non ci siano mai nemmeno stati, nel paese.

Nel frattempo lasciamo che qualche migliaia di siriani muoiano nell’oblio pressoché totale. Lasciamo che le nostre previsioni si avverino. Si avverano, certamente, se non altro perché i soldi che stanno arrivando adesso stanno senz’altro andando ai gruppi più estremisti. Sono i combattenti più seri, quelli, non preoccupiamoci per quello che succede dopo. Intanto, si sa.

Durante i giorni in cui sono stata in Siria di recente, ho conosciuto più che altro ragazzi giovani, contadini e piccoli imprenditori, giovani padri, studenti universitari in un’altra vita, prima che la situazione li avesse costretti ad armarsi, a lottare – se non per il diritto di esprimersi senza paura, o per il pericolo di essere torturati o uccisi per ragioni misteriose nelle prigioni del regime, allora almeno per difendere le proprie famiglie una volta che le ostilità erano iniziate. Adesso portano vecchi Kalashnikov e qualche Browning, magari una granata in tasca.

‘’Ribelli’’ che mi hanno accolto nelle loro case e che scherzavano sugli accenti delle ragazze di Aleppo e su chi di loro sapeva meglio “rimorchiare” in tempo di pace. Che vogliono continuare gli studi in futuro, quando nascondere le poche armi di cui dispongono in sotterranei e aver paura di ogni elicottero che passa non sarà più necessario. Quando le bombe non cadono. Quando possono finalmente rientrare nelle città dove una volta studiavano. Quando non saranno più ricercati dal regime per aver disertato alla prima opportunità il servizio militare per tornare dai loro familiari, dove il regime stava facendo crollare edifici con tanti loro amici e conoscenti dentro. Dove bruciava negozi e corpi di figli davanti alle loro madri. Questi sarebbero i mercenari stranieri o fondamentalisti intenti a creare uno stato islamico, che compongono ‘’la quasi totalità’’ dei combattenti, secondo certi bravi analisti.

In ogni caso, perfino io ho potuto constatare di persona che dei comandanti di katiba (unità militare dei ribelli, che può variare tra i 50 e ai 200 o più uomini) situati sulla frontiera turca si lamentano che è proprio così: i pochi soldi che arrivano vengono da quelli che prediligono ‘’i barbuti’’, uno o due dei quali si possono scorgere tra i tanti che volano giù da Istanbul ad Antakya o Gaziantep. Mentre almeno nei paesi piccoli, tra le 60 e 200 vittime delle bombe di Assad ogni giorno, non c’era segno di questi ‘’mercenari stranieri’’.

Alla frontiera turca-siriana ho anche conosciuto un uomo originariamente di una città della Siria che adesso vive in Italia. Stavo cercando di entrare nel paese dei suoi antenati, come stava facendo anche lui in quel momento. Inizialmente vicino alle guardie di frontiera turca, dove cercavo di entrare per vie ‘’legali’’ e lui ha fatto un commento sulla mia carta d’identità italiana.

Poi dopo l’ho rivisto lungo la strada verso l’interno, quando stavo parlando con altri: un contatto di un contatto e alcuni altri che si erano uniti a noi temporaneamente per via di conoscenze precedenti o coincidenza al momento.

Lui era in una macchina e mi ha offerto un passaggio per alcuni chilometri. Ha fatto salire anche gli altri – tutti i sei uomini più io, con tutti noi ammucchiati uno sull’altro, e con io seduta davanti nel mezzo appoggiandomi pesantemente sul suo sedile per non cadergli addosso.

‘’Sai, è questo che mi manca di questo paese,’’ mi ha detto in italiano. ‘’Questo aiutarsi uno l’altro. Mica lo vedresti in Italia. Addirittura ti spingono fuori dai mezzi pubblici, non penserebbero nemmeno a prendere un gruppo di sconosciuti così.’’ Alcuni dei quali armati.

Abbiamo parlato un po’ in questa lingua sconosciuta per gli altri, e lui mi ha raccontato che suo cugino era stato ucciso il giorno prima in un bombardamento dalle forze di Assad, e che stava cercando di raggiungere telefonicamente altri membri della sua famiglia, ma nessuno rispondeva al cellulare. Stava portando loro due generatori, dal momento che erano senza elettricità da tanto tempo. La macchina l’aveva comprata in Svizzera, e aveva guidato fin qui per questo. E adesso stava andando verso l’ignoto, persone amate che non sapeva se fossero vive, morte, sparite o sparate.

In ogni caso, adesso i feriti avranno un posto in meno di andare a curarsi, visto che l’ospedale Dar Al-Shifa, quello di Aleppo, è stato distrutto da bombardamenti. Bombardamenti che hanno ucciso uno dei pochi dottori rimasti, delle infermiere, bambini.

Bombardamenti che non sono così importanti per la stampa italiana. Di articoli sulla Siria, è vero, c’era un articolo il giorno dopo sul giornalista pro-regime che è stato ammazzato ‘’per mano dei ribelli’’. Poco spazio invece ai giornalisti che spariscono ‘’per mano del regime’’, o alle più di 130 persone che sono morti nel paese lo stesso giorno.

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3 thoughts on “Shifa e gli altri

  1. Mi permetto di segnalare alcuni link: forse Soccorro Gomes non è mai stata in Siria, anche i manifestanti che chiedono la chiusura della Scuola delle Americhe non sono mai stati in Siria eppure lo sanno come vengono utilizzati i ragazzi preparati in quella scuola ( leggi inoltre degli arresti dei giornalist iautorizzati a riprendere la manifestazione 16-18 novembre 2012 nel sito http://www.soaw.org/ ). E’ difficile nascondere certe cose agli occhi di chi ne ha avuto esperienza attraverso lutti famigliari e sofferenze inaudite.I ragazzi che si apprestano alle rivoluzioni per il bene del proprio popolo dovrebbero secondo me confrontarsi e fidarsi di più della parola delle vittime degli altri popoli anzichè dei comuni carnefici.

    http://resistencialibia.info/?p=5279 SIRIA: Los mercenarios de la OTAN y el misil póstumo noviembre 29, 2012

    http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/2011/11/selex-finmeccanica-alla-corte-di-emiri.html

    http://www.marx21.it/internazionale/pace-e-guerra/8037-il-popolo-siriano-ripudia-la-guerra-e-vuole-la-pace.html

    Con il titolo “No alla violenza, si alla democrazia”, il 18 novembre, si è svolta a Teheran una conferenza che ha riunito 200 esponenti del governo e dell’opposizione della Siria, con l’obiettivo di riannodare i fili del dialogo nazionale. All’incontro, tra gli altri erano presenti il segretario del Partito Comunista Siriano Ahmar Bagdash e Ali Heidar, già oppositore di Assad e oggi nominato ministro per gli Affari della Riconciliazione Nazionale. Hanno assistito alla conferenza, insieme a rappresentanti delle istituzioni iraniane e agli ambasciatori di Cina e Russia, anche personalità del mondo politico e dei movimenti sociali provenienti da paesi della regione e di altri continenti, particolare dall’America Latina (spiccava la presenza del diplomatico nicaraguense Miguel D’Escoto, ministro degli esteri dopo la Rivoluzione sandinista ed ex presidente dell’Assemblea Generale dell’ONU). Ha portato il suo contributo, a nome del Centro Brasiliano di Solidarietà ai Popoli e Lotta per la Pace (Cebrapaz), anche la compagna Socorro Gomes, militante del Partito Comunista del Brasile e presidente del Consiglio Mondiale della Pace (http://www.wpc-in.org/).

    Ringrazio per l’invito, che mi onora molto come attivista brasiliana dei movimenti sociali pacifisti, a partecipare a questa riunione convocata dal governo della Repubblica Islamica dell’Iran.

    Sotto la giusta parola d’ordine “Violenza no, democrazia si”, questa iniziativa per il dialogo e la pace è destinata ad avere positive ripercussioni sul quadro politico della regione e del mondo, in una chiara dimostrazione del ruolo molto attivo a favore della pace mondiale svolto dall’Iran e dal Movimento dei Paesi Non Allineati.

    Siamo d’accordo con il governo iraniano e tutti coloro che qui sono convenuti sul fatto che il dialogo è uno dei più importanti meccanismi per l’intesa, la soluzione dei conflitti, la riconciliazione nazionale e per il raggiungimento della pace. I problemi politici e sociali devono essere risolti senza il ricorso alle armi e molto meno agli interventi stranieri. Per questo, salutiamo tutti i governi e le forze politiche siriane qui presenti, che si stanno predisponendo a costruire un dialogo nazionale e sovrano.

    Dal nostro paese lontano, seguiamo con interesse gli sforzi che la Repubblica Islamica dell’Iran sta facendo, dall’inizio della crisi in Siria, per favorire la cessazione della violenza e promuovere quel dialogo nazionale che corrisponda all’obiettivo di realizzare le legittime aspirazioni del popolo siriano.

    La crisi in Siria sta diventando sempre più complessa a causa dell’inasprimento degli scontri interni e all’appoggio crescente di attori esterni alle bande armate che praticano la violenza nel paese.

    Siamo totalmente convinti che il popolo siriano ripudia la guerra e aspira alla pace. Allo stesso tempo, vuole far valere la sua volontà di vivere in modo sovrano in un paese democratico, con pieni diritti sociali, in cui il suo destino si trovi nelle proprie mani, senza l’interferenza e l’intervento stranieri.

    Tuttavia, sappiamo che le aspirazioni democratiche del popolo siriano non hanno niente a che vedere con le azioni di gruppi mercenari che stanno tentando di usare indebitamente il sentimento religioso e i problemi sociali con l’obiettivo di servire gli interessi di forze imperialiste e dei loro alleati regionali.

    E’ a nostra conoscenza che una grande campagna internazionale sta operando contro la Siria. Per assecondare interessi diversi che vanno dal cambiamento nei rapporti di forza della geopolitica della regione, al meschino obiettivo del saccheggio delle risorse naturali del paese, si è formata una coalizione di potenze imperialiste che si pongono l’obiettivo di rovesciare l’attuale governo.

    Gli Stati Uniti e i loro alleati pretendono di fare della crisi in Siria un altro episodio dell’applicazione del piano di ristrutturazione del Medio Oriente, con il quale mirano a controllare le risorse energetiche e ottenere un’altra sfera di influenza in una regione strategica.

    L’immensa campagna mediatica realizzata al fine di creare pretesti per un intervento militare straniero in Siria è parte di un piano più ampio dell’imperialismo statunitense ed europeo per ridisegnare la mappa politica del Medio Oriente in accordo con i suoi interessi, rafforzando i regimi locali che lo appoggiano, e rovesciando quelli che gli si contrappongono.

    La Siria è oggi bersaglio di mercenari e di bande armate, reclutate e pagate per fomentare il terrore e il caos nel paese. Ciò non porterà nel modo più assoluto la Siria a instaurare una democrazia basata sui suoi principi e valori nazionali. Al contrario, potrà condurre anche alla frammentazione politica del paese e a guerre settarie.

    La politica fomentata dall’imperialismo e dalle forze regionali retrograde ha solo stimolato l’odio e il settarismo politico e religioso, in contrasto con la storia di un paese sempre tollerante con la diversità.

    Siamo solidali con il popolo siriano e ci opponiamo frontalmente a qualsiasi tipo di intervento militare straniero. Gli esempi recenti in questa e in altre regioni del mondo dimostrano che i risultati di tali interventi sono sempre traumatici, con perdite umane, danni materiali e il sacrificio della sovranità nazionale.

    Per le potenze imperialiste l’istituzione della democrazia, le libertà individuali, i diritti umani non sono altro che pretesti per rovesciare governi che non si sottomettono alla loro volontà e ai loro piani imperialisti.

    A nostro giudizio, un importante passo verso la soluzione della crisi in Siria sarebbe che i paesi stranieri che finanziano le bande armate e i mercenari arrestino immediatamente questa politica. Il destino del popolo siriano deve essere definito unicamente da sé stesso, dalle sue istituzioni sovrane, e mai da interessi esterni.

    Allo stesso modo, è indispensabile che cessino le minacce di intervento esterno e che le grandi potenze, in particolare Stati Uniti e Unione Europea ritirino la loro richiesta di rovesciare il governo vigente in Siria.

    Confidiamo unicamente sulla capacità di discernimento del popolo siriano, sulla buona volontà delle sue forze politiche, comprese quelle che esercitano un’opposizione legittima, democratica e basata su sinceri propositi, sulla capacità dei suoi movimenti sociali e sulla decisione del suo governo di adottare le misure politiche, economiche, sociali, giuridiche e amministrative che corrispondano alle aspirazioni patriottiche della popolazione. Ci auguriamo che le intese tra queste forze illuminino il cammino delle riforme e della pace.

    Riteniamo che da parte della comunità internazionale, specialmente dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, tutti gli sforzi diplomatici debbano essere fatti per stimolare il dialogo siriano. In tal senso, è necessario evitare le posizioni di scontro, le politiche delle sanzioni e qualsiasi tentativo di isolamento internazionale del governo siriano.

    In tal senso, salutiamo i governi della Repubblica Popolare di Cina e della Federazione Russa che, agendo nell’ambito del Consiglio di Sicurezza, hanno evitato l’approvazione di risoluzioni che avrebbero solo peggiorato il già complicato scenario siriano. Consideriamo positive e applicabili le proposte contenute nel piano di pacificazione avviato dall’inviato speciale dell’ONU e della Lega Araba in Siria, Lakhdar Brahimi, Nessun passo in avanti potrà essere fatto senza un cessate il fuoco permanente. L’ONU esiste precisamente per promuovere la coesistenza pacifica tra nazioni sovrane, assicurare l’equilibrio nel mondo, garantire l’applicazione delle norme del Diritto Internazionale, dirimere i conflitti internazionali e promuovere la pace mondiale, il che solo si realizzerà attraverso il dialogo, la cooperazione, consistenti iniziative diplomatiche e con il prevalere dei criteri di giustizia.

    Per queste ragioni, non ci sembra giusto che gli Stati Uniti e alcuni dei loro alleati nella regione diano impulso all’unificazione delle forze di opposizione, non con l’obiettivo della pacificazione, ma come mezzo per maggiore confronto, in quanto lo scopo perseguito è unicamente il rovesciamento del governo del presidente Bashar Al-Assad, ossia, uno scopo aggressivo.

    Penso che ciò che si deve stimolare non sia l’unificazione di una delle parti che si confrontano, ma la riconciliazione nazionale.

    La pacificazione della Siria sarà un passo importante perché il Medio Oriente torni ad essere una regione di pace.

    Uno dei più importanti presupposti per la pace nella regione è la soluzione definitiva della questione palestinese. L’epoca attuale non deve più comportare politiche di aggressione, colonialismo, pulizie etniche e genocidio, come accade in questo territorio occupato.

    Nell’augurare la pace a tutta la regione del Medio Oriente, facciamo i migliori auguri perché il popolo palestinese ottenga la sua libertà, la costituzione del suo Stato nazionale, che abbia come capitale Gerusalemme Est e il riconoscimento dell’ONU.

    Pensiamo anche che la pace stabile nel Medio Oriente presupponga la creazione di una zona libera dalle armi nucleari e che cessino tutte le minacce provenienti dall’imperialismo statunitense e dai suoi alleati contro l’Iran, come pure che siano sospese le ingiuste sanzioni contro questo paese. L’Iran ha diritto a sviluppare il suo programma nucleare con fini pacifici.

    Ancora una volta auguro a tutti coloro che sono qui presenti, specialmente alle forze politiche siriane, che nuovi e importanti passi siano fatti per garantire un futuro giusto, prospero e sovrano ai siriani, e a tutte le nazioni del Medio Oriente, un futuro di pace.

    Riunioni come queste significano che ci sono forze nel mondo che lottano per soluzioni diplomatiche e politiche ai conflitti, forze che lottano per la pace. Tra queste forze c’è la Repubblica Islamica dell’Iran, in evidente contrasto con l’imperialismo statunitense e i suoi alleati nella regione. Quando i popoli del mondo si uniscono con i movimenti sociali e i governi di giustizia, di progresso e di pace, abbiamo davanti a noi un invito a una buona causa, un’opportunità a percorrere una strada nuova per l’umanità, del tutto differente dall’ordine ingiusto imposto ai popoli. Tutto ciò è il segnale che l’imperialismo non è invincibile, può essere sconfitto e che la pace è possibile.

    Grazie

    Socorro Gomes

  2. Vorrei aggiungere anche che da mesi l’Occidente ha tolto la possibilità al governo siriano di trasmettere via satellite la tv e quindi non può comunicare nemmeno con il suo popolo. Ricordo questa cosa perchè sostengo che il governo siriano non aveva bisogno anche della censura di internet e della telefonia. Secondo me non è il governo ad aver provocato il blackout.

    Se non ricordo male è Finmeccanica a gestire le telecomunicazioni della Siria. Finmeccanica gestisce anche il cervello informatico della Nato…oltre che a gestire fin dagli anni ’80 parecchi servizi per il Qatar.
    Nemmeno due mesi fa è stata tagliata e sostituita la testa di Finmeccanica.

    Vi linko la testimonianza di un oppositore siriano che prima sentiva parlare di violenze ora invece le vede.

    http://www.fides.org/aree/news/newsdet.php?idnews=40460&lan=ita
    SIRIA – Un giovane cristiano dell’opposizione: “Le minoranze schiacciate nel conflitto”

    Hassakè (Agenzia Fides) – Le minoranze della società siriana, vulnerabili e indifese, vengono schiacciate in un conflitto che cresce di intensità, si caratterizza sempre più come lotta fra fazioni diverse, si colora di settarismo e confessionalismo: è quanto dice, in una nota inviata all’Agenzia Fides, un giovane cristiano, sfollato con la sua famiglia ad Hassake, raccontando l’esperienza della cittadina di Ras al-Ain, cittadina al confine con la Turchia, nell’alta Mesopotamia. La popolazione civile nella zona al di là dell’Eufrate (Siria Orientale), è stata sconvolta dal conflitto che ha provocato un esodo di civili, rifugiatisi soprattutto nelle città di Hassakè e Kamishly. Da lì i Vescovi locali hanno inviato un accorato appello alla comunità internazionale e al Papa, per “evitare la catastrofe umanitaria” (vedi Fides 22 e 23/11/2012). A Ras al-Ain, presa dalle truppe dell’Esercito Libero l’8 novembre scorso, oggi sono in corso scontri tra fazioni militari curde e arabe, in precedenza alleate contro l’esercito regolare siriano, segno del tasso di conflittualità generale che aumenta. Il giovane cristiano, che si professa vicino all’opposizione siriana e chiede l’anonimato per ragioni di sicurezza, spiega in un racconto inviato a Fides la drammatica condizione delle minoranze (arabi, curdi, siriaci, assiri, cristiani) in Mesopotamia.
    “Nel cuore della a notte, alle due dell’8 novembre, i residenti di Ras al-Ain sono stati svegliati dal rumore di esplosioni, di elicotteri e mitragliatrici. Erano i combattenti dell’Esercito Libero e gli elicotteri turchi scesi in territorio siriano, che hanno facilmente conquistato il valico di frontiera e la città. I militari hanno iniziato a sequestrare le case dei civili per usarle come postazioni da combattimento. Tra le case sequestrate, quella di mio nonno, dove c’erano donne, bambini e mia nonna paralizzata. Tutti i civili sono stati espulsi dalle loro case in pigiama, senza poter prendere documenti, soldi o qualsiasi altra cosa. Militari e combattenti sono andati oltre: con una ‘lista nera’, sono andati casa per casa a cercare i loro nemici. Fra questi c’erano i nomi dei capi di famiglie cristiane. Perché?”.
    “Da quanto detto – spiega il giovane – non si deve concludere che il nostro popolo è diviso da odio settario. Senza l’intervento di un vicino di casa della mia famiglia, un musulmano sunnita che ha pregato gli uomini armati di non farci del male, saremmo morti. Siamo salvi e siamo fuggiti. La popolazione di Ras al-Ain, musulmani e cristiani, curdi e arabi, siriaci e assiri, ha vissuto per decenni in pace e fratellanza. Ma ora ci vogliono mettere gli uni contro gli altri. Perché?”.
    Il testo prosegue: “A Ras al-Ain, le vittime non erano solo cristiane, ma i cristiani sono stati gli unici ad essere stati immediatamente espulsi dalle loro case, portando i bambini in braccio, messi in fuga per le strade disseminate di cadaveri. Un simile intervento è quello di un esercito di invasori e non di un esercito di liberatori, come si definisce l’Esercito dell’opposizione”.
    La nota giunta a Fides continua: “Curdi, arabi e cristiani, più di 70.000 persone sono fuggite, per la maggior parte verso Hassakè. In poche ore la città si è trasformata in una città fantasma. Gli alawiti hanno avuto la sorte peggiore: uccisi perché alawiti. Una delle vittime era un maestro di scuola, che ha tanto amato la città e ha istruito per molti anni i ragazzi di tutte le famiglie. Alcuni miliziani lo hanno cercato, preso e ucciso davanti alla moglie e ai figli, che sono stati sequestrati”.
    Il drammatico racconto conclude: “Oggi le strade sono bloccate. Un bus di linea fra Hassaké e Aleppo è stato fermato e tutti i passeggeri identificati, per eliminare quelli che non sono sunniti. Ma chi ha dato alle milizie l’ordine di uccidere sulla base di criteri religiosi? E anche se il criterio non fosse confessionale, che diritto hanno di uccidere civili innocenti ? Il diritto internazionale stabilisce che, anche in guerra, è dovere dei conquistatori garantire la sopravvivenza e i diritti dei civili. Ma questo principio non sembra essere incluso fra quelli che regolano le fazioni militari dei ribelli. Perché? Abbiamo sempre accusato il regime di questi disastri. Ora parliamo dei crimini che abbiamo visto con i nostri occhi, perpetrati dall’Esercito libero siriano”. (PA) (Agenzia Fides 30/11/2012)

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