Varie

‘Malattia cronica’

Un racconto di Natalia Bondarenko

La prima presentazione del mio libro coincise con l’inaugurazione dello scaffale di lingue straniere nella biblioteca centrale. E anche con la rottura del quinto metatarso del mio piede destro. Perciò, mi presentai armata di stampelle e di una borsa con i libri appesa al collo.

Di quella sera, patita di pioggia persistente, non è rimasto quasi nulla. Soltanto alcuni frammenti, come il ciak delle riprese di un film, che – se potessi – farei ripetere. Per migliorare o per completare. Magari, semplicemente, per alleggerire il compito che allora mi aspettava. Iniziando con tirare fuori dalla borsa il peso del lavoro degli ultimi due anni, ‘spalmato’ su una ottantina di pagine ancora fresche di stampa (un appassionato di lettura direbbe ‘profumate’), legate con un elastico ad un altro libro, simile ad un volume molto più consistente, con la copertina rigida in tessuto violaceo, con la legatura di una volta e con le pagine ingiallite dal tempo.
R

ipeterei alcuni ciak per molteplici motivi. Alcuni – li cancellerei volentieri.
Non so se metterei in borsa quel foglio con il discorso preparato a casa per giorni, con sopra le risposte sulle domande immaginarie e ancora non fatte. Quelle, solite, che si fanno (per non sbagliare, penso) tipo “Come è nata l’idea del libro?” O, “Perché quel titolo così sfizioso?” Per finire con un classico, “A chi mi sono ispirata?” Le risposte su quel foglio erano costruite ‘a tavolino’. Per non fare brutta figura. Come diceva mio marito, per non perdere gli articoli con i quali avevo un rapporto di amore-odio e per non perdere il filo del discorso che di solito, senza volerlo, mi riusciva alla perfezione.

Magari cercherei di non arrivare all’ultimo momento. Se, anche, un po’ lo feci apposta. Per evitare l’attesa snervante della mia prima apparizione pubblica. E poi, accomodandomi con fatica sulla sedia e sistemando le stampelle, pensai che “potevo anche lasciare a casa questo vecchio volume.” Lo fissavo passando con l’indice sulla ruvida copertina in tessuto violaceo, accarezzando inconsciamente le lettere dorate del titolo scavate alla vecchia maniera e consumate dal tempo… Mi pentivo, arrossivo e dubitavo dell’utilità di questa presentazione: “le poesie si leggono a casa, meglio se di sera, nel silenzio, senza apparire, nel privato e si gustano come cioccolatini. Come piace a me…” E più tardi, nel mezzo di questo tam-tam di dubbi, ascoltavo la voce di una donna che raccontava il senso dell’incontro. Elencava le persone, i politici, i partecipanti e ringraziava altri, compreso le associazioni degli immigrati che avevano donato i loro libri. Sottolineava che lo scaffale di lingua russa risultava più copioso degli altri. La sua voce esageratamente fiduciosa ‘cantava’ un inno alla generosità umana e un sentimento contradditorio mi spingeva a tenere gli occhi bassi: “Che non pensino che gli regalo anche questo libro? “ e la mia unghia, convulsamente, sfiorava il bordo della lettera ‘M’ che era già abbastanza rovinata per conto suo.

Quando, ad un certo punto, sentii pronunciare il mio nome – non sentii la domanda. E l’idea di mio marito di leggere le risposte da quel foglio preparato in anticipo fallì. Incominciai a balbettare che “qua, in mezzo a questi scaffali pieni di libri, mi trovo come a casa mia, in Russia,” scusandomi subito per la brutta abitudine di chiamare così la famigerata ex-Unione Sovietica.
Non so se sia stato giusto raccontare come mia madre mi insegnava, appena quattrenne, a leggere e come, non avendo giocattoli, mi divertivo con le favole di Pusckin, leggendole e rileggendole per poi ritagliare le figurine delle zarine e dei principi per giocarci. Per aver rovinato i libri – ‘le prendevo’ di brutto. Con la cintura usata come frusta. E, come con il passare degli anni, cambiavo genere di letture, preferibilmente senza i disegni, evitando così le punizioni.
“Ho letto tutto ciò che avevamo in casa nostra,” e non me rendevo conto che mi stavo vantando. Certo che non sono andata a precisare che leggevo non perché mi piaceva leggere. Ma perché, già allora, le giornate per me erano fredde e solitarie e le notti – insonni. Raccontai come un giorno alla nostra biblioteca di casa si erano aggiunti i libri di mia nonna appena morta. Sono arrivati in una scatola enorme. Le enciclopedie di medicina, tomi enormi e pesanti, e libri di poesia.

“Uno dei primi libri che mi capitò sotto mano era questo libro,” e accarezzai la copertina come si accarezza una lettera dell’amato.
“Infatti,” si intromise la curatrice dell’incontro, “anche prima, guardandoti, mi domandavo, che libro sia?”
“Un libro che mi ha fatto compagnia per moltissimi anni, una specie di ‘bibbia’ quotidiana… poesie scelte di Marina Cvetaeva…”

Se potessi tornare indietro…
Come vorrei evitare quello che ho detto! Dopo una piccolissima pausa, aggiunsi che non posso regalare questo libro (anche se nessuno me lo aveva chiesto). La paura vera di perderlo mi fece fare una brutta figura, obbligandomi a cercare le giustificazioni e a raccontare le sfide alle leggi e ai divieti degli anni 80’ per portare qualsiasi editoria sovietica fuori del paese. Sfide che anche questo libro aveva dovuto affrontare:

“Stavo davanti al doganiere di Scheremetievo di Mosca che, dopo una lunga perquisizione, mi metteva davanti ad una scelta: o il libro, o la valigia con i vestiti…. Pensai che i vestiti si possono sempre ricomprare. E Cvetaeva? Chi sa se la trovo in russo? E così, partii con la borsetta dentro la quale avevo il passaporto, il portafoglio e Marina Cvetaeva di ‘contrabbando’.”

Marina_TsvetaevaL’amore è carne e sangue

un fiore tinto nel suo stesso sangue.

Credete veramente che l’amore sia

una conversazione a tavolino?…

E in quell’aria beata non smettere

finché puoi, di commettere peccati!

La poesia di Cvetaeva. La lessi a memoria. In russo. Davanti a tutti. Davanti a quella quarantina di persone che quel giorno, quel venerdì di pioggia, erano venute a sentire la presentazione di un libro. Cosa aveva incuriosito tutta quella gente, pensai, la poesia in sé? un nuovo libro? una russa che scrive in italiano, o, una russa e basta? Non riuscivo a scacciare quel pensiero snob. Ma sarebbe stato meglio se lo avessi evitato. Perché, invece di passare al mio libro – mi ingarbugliavo ancor di più nei racconti privati della mia vita, di quel ragazzo che abitava nel palazzo accanto e che non mi notava neanche. “Ero timida, taciturna, una che sbagliava sempre a parlare. Senza amici e sempre sola, trovavo sfogo con la penna e la piccola agendina sempre sotto mano. Anche di notte, che continuava ad essere insonne. Ad un certo punto la poesia è diventata una malattia. Non riuscivo ad addormentarmi finché non scrivevo almeno quattro righe, ma senza scarabocchiare. Quelle quattro righe dovevano essere perfette. Se no – non dormivo.”
Un signore seduto in ultima fila che visibilmente somigliava moltissimo a Josif Brodskij, intercettò il pensiero e precisò che:
“Insomma, Cvetaeva era stata per Lei come un ‘virus’ scatenante della ‘malattia’ per la poesia.
“Certo, che se cammini per strada e continui scrivere senza guardare dove metti i piedi…” e sentendo il pubblico ridere, aggiunsi, “ è una malattia incurabile, allora!”

Ci sono molte cose che dimenticai di dire.
Il foglietto, preparato prima, finì per terra. Le domande per mancanza di tempo rimasero senza risposte.
Intanto che l’attrice con un certo fascino mediterraneo leggeva le poesie scelte dagli organizzatori senza chiedere il mio parere, ero sprofondata di nuovo nel mio vuoto così pieno di dubbi. Mi piacerebbe tornare indietro e fare alcune riflessioni con quel signore dell’ultima fila, raccontando a lui, e, magari, soltanto a lui, che c’è stato un momento quando pensavo di essere ‘guarita’. Quando non scrivevo più. Ricordavo soltanto la delusione di mia madre e la mia risposta per sdrammatizzare:
“Magari l’uccellino non riesce cantare nella gabbia… nonostante la gabbia sia dorata.”

C’è un ultimo frammento di quel venerdì pieno di poggia, febbricitante, che mi viene in mente. È l’impressione di averlo già vissuto, di aver già provato quella sensazione: donavo i miei libri alla biblioteca e rimettevo nella borsa appesa al collo, accanto al portafoglio e alla carta d’identità, quel libro dalla vecchia manifattura, stampato in una tipografia sovietica, censurato al massimo, anche tra le righe, anche negli spazzi vuoti, con la memoria di sentimenti e sensazioni subite, con le nostalgie, con le ‘paci’ mai trovate, e lo portavo via traballando sulle stampelle. Lo portavo via come l’ultima reliquia che mi rimaneva dopo la morte di mia madre, l’ultima radicetta utile per nutrirmi, inseparabile. Ancora per un po’. Per il tempo di ricordare le origini molte volte rinnegate, per non perdermi per sempre.
Intanto, guardando sotto i piedi per non inciampare, cercavo di nascondere una verità imbarazzante. Una verità alla quale non so che nome si potrebbe dare. La verità è che da quando questo libro aveva attraversato la frontiera con l’Italia – non era stato mai più aperto.

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